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Dominic Ongwen, da vittima a carnefice

Introduzione

Il 4 febbraio 2021, la Trial Chamber IX della Corte Penale Internazionale (“CPI” o “Corte”) ha dichiarato Dominic Ongwen colpevole per un totale di 61 capi d’accusa[1]. Arrestato nella Repubblica Centrafricana il 5 gennaio 2015, è stato condannato per crimini contro l’umanità e crimini di guerra ai sensi degli articoli 7 e 8 dello Statuto di Roma, commessi nell’Uganda settentrionale tra il 1º luglio 2002 e il 31 dicembre 2005. L’entità della pena sarà determinata più avanti, e ciascuna delle parti potrà proporre appello contro la sentenza entro trenta giorni dalla notifica della stessa.

Più di 4.000 vittime hanno partecipato al processo, la maggior parte di loro ex residenti nei campi di sfollati (“Internally Displaced Persons camps” o “IDP camps”), e il processo ha descritto dettagliatamente le vite perse, la distruzione, i rapimenti e i danni psicologici inferti a queste comunità nel nord dell’Uganda.

Fra gli elementi di maggiore interesse della sentenza – lunga ben 1077 pagine – si rileva l’analisi dei crimini sessuali, e in particolare del crimine di “forced pregnancy”, esaminato per la prima volta dalla Corte in questo caso.

In questo contributo ci si concentrerà in particolare sulla figura dei bambini-soldato (bambini reclutati in operazioni militari sin dalla tenera età). Invero, il caso in esame è particolarmente singolare perché l’accusato, Dominic Ongwen, è stato egli stesso un bambino-soldato, rapito dallo stesso Esercito di resistenza del Signore (“Lord’s Resistance Army” o “LRA”), per poi diventare membro fedele e leader dell’LRA. La peculiarità del caso permette una riflessione sulla difficile valutazione della colpevolezza di un uomo che è passato, nel corso della sua vita, da “vittima” a “carnefice”.

I fatti e il verdetto

Nella sentenza in oggetto, la Camera ha preliminarmente rilevato che i crimini sono stati commessi nel contesto della ribellione armata del Lord’s Resistance Army (LRA) contro il governo dell’Uganda.

L’LRA è un gruppo ribelle di guerriglia di matrice cristiana, attivo dal 1987 e guidato da Joseph Kony, e opera principalmente nel nord dell’Uganda, nel Sudan del Sud, nella Repubblica Democratica del Congo e nella Repubblica Centrafricana. Il gruppo si è distaccato da un più vasto movimento di resistenza armata sorto nell’Uganda settentrionale principalmente in seno al popolo Acholi, che chiedeva una maggiore partecipazione politica dei gruppi etnici minoritari. Con il tempo, però, si è trasformato in una milizia dedita al saccheggio, che ha fatto del misticismo e di un cattolicesimo coniugato all’animismo il pretesto per compiere terribili efferatezze che l’hanno portata ad essere inserita dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America nella lista delle organizzazioni terroristiche globali[2]. I membri dell’LRA, tra cui Dominic Ongwen, percepiscono come nemici i civili che vivono nel nord del Paese, perché associati al governo dell’Uganda.

Nella lotta contro l’esercito nazionale, l’LRA ha perpetrato atrocità di massa come l’uccisione o il rapimento di diverse centinaia di abitanti del villaggio di Atiak nel 1995 e il rapimento di 139 studentesse ad Aboke nel 1996. Queste incursioni hanno portato il governo dell’Uganda a creare i cosiddetti “campi protetti”, o “IDP camps” a partire dal 1996, i quali sono diventati l’obiettivo principale delle brutalità dell’Esercito di resistenza del Signore[3].

I ranghi dell’LRA sono in gran parte (circa l’80%) formati da bambini, che vengono rapiti e sottoposti a violenti ricondizionamenti per essere messi a servizio del gruppo. Sostenendo di lottare per uno stato biblico, l’LRA ha ucciso più di 100.000 persone e rapito più di 60.000 bambini durante il conflitto di tre decenni che si è esteso a diversi Stati vicini[4].

Tanto premesso, nel caso in esame, la Trial Chamber ha ritenuto Ongwen colpevole di innumerevoli atti criminosi: in primo luogo, di attacchi contro la popolazione civile, omicidio, tentato omicidio, tortura, schiavitù, saccheggi, distruzione di beni e persecuzioni; commessi nel contesto dei quattro attacchi specifici ai campi di sfollati: Pajule (10 ottobre 2003), Odek (29 aprile 2004), Lukodi (il 19 maggio 2004 circa) e Abok (8 giugno 2004). In secondo luogo, Ongwen è stato condannato per crimini sessuali e violenza di genere, in particolare matrimonio forzato, stupro, schiavitù sessuale, gravidanza forzata e oltraggio alla dignità personale commessi contro sette donne, che sono state rapite e trasferite nella sua abitazione, e molte altre all’interno della brigata Sinia.

Infine, Ongwen è stato condannato per aver arruolato bambini sotto i 15 anni nella brigata Sinia e per averli usati per partecipare attivamente alle ostilità. Invero, in esecuzione di ordini di Joseph Kony, Dominic Ongwen e di altri membri della brigata Sinia, i soldati hanno rapito innumerevoli bambini sotto i 15 anni di età in Uganda settentrionale e li hanno costretti a servire come combattenti Sinia[5]. A tal riguardo, nel corso del processo, Ongwen, rivolgendosi ad un testimone, ha dichiarato apertamente: “You call those kids children, but I call them my soldiers. So we are talking about my soldiers[6]. Lo Statuto di Roma proibisce l’utilizzo di minori – intesi come tali i bambini al di sotto dei 18 anni di età – nelle ostilità, e configura tale condotta criminosa come un crimine di guerra ai sensi dell’art. 8(2)(e)(VII)[7].

In conclusione, la Camera ha dichiarato Dominic Ongwen pienamente responsabile dei crimini sopramenzionati. I giudici non hanno ritenuto di dover valorizzare la sua storia personale (di cui si dirà di seguito) e hanno negato che egli soffrisse di malattie mentali o disturbi durante il periodo rilevante per le accuse o che avesse commesso questi crimini sotto costrizione o sotto qualsiasi minaccia, come invece invocato dalla difesa.

La “Formica Bianca”: la storia di Dominic Ongwen

Conosciuto come “White Ant” – la “Formica Bianca” – Dominic Ongwen aveva circa 10 anni quando è stato rapito dal Lord’s Resistance Army (LRA) mentre stava andando a scuola nel nord dell’Uganda[8]. Poco dopo il suo rapimento nel 1987 o 1988, ha cercato di fuggire con altri tre bambini rapiti e, scoperto, è stato costretto a scuoiare vivo uno dei suoi coetanei (tale avvenimento è stato riportato dal dott. Akena, psichiatra interrogato durante il processo[9]). Il suo “insegnante” nell’LRA era Vincent Otti, che è diventato il vice del leader Joseph Kony, e con il quale Ongwen ha vissuto dopo il suo rapimento.

Come documentato all’interno del processo, i bambini-soldato, dopo il rapimento, subiscono una crudele iniziazione all’LRA: essi vengono regolarmente e violentemente picchiati con lo scopo di beat out the civilian (“estirpare il civile a suon di botte”). Inoltre, con una certa regolarità, le reclute sono costrette ad uccidere o sono costrette ad assistere a brutali omicidi. Al momento del rapimento nella brigata Sinia, ai bambini viene impartito l’addestramento nelle abilità di combattimento, compreso l’uso di armi da fuoco. Alle reclute non viene insegnato, nell’ambito della loro formazione, a distinguere tra civili e combattenti, o tra beni civili e obiettivi militari. Una volta concluso il periodo di addestramento, i bambini vengono destinati alla prima linea, per ritardare l’avanzata delle truppe nemiche o utilizzati come “esca”; la maggior parte di loro viene uccisa durante i combattimenti.

Nel corso della sua vita, Ongwen ha percorso rapidamente i ranghi dei ribelli, diventando un brigadiere dalla fine dei vent’anni dopo aver conquistato la fiducia del leader dell’LRA Joseph Kony, con il quale “aveva un rapporto conflittuale”. Un fuggitivo dell’LRA ha affermato che Kony aveva ordinato che Ongwen fosse severamente picchiato per insubordinazione alla fine del 2014. Ferito, Ongwen sarebbe fuggito dal campo dell’LRA in Darfur, dal Sudan alla vicina Repubblica Centrafricana, dove poi è stato preso in custodia[10]. All’epoca chiese perdono al popolo ugandese, prima di essere trasferito dinanzi alla CPI.

Alcuni psichiatri al processo hanno ritenuto che Ongwen soffrisse di disturbo da stress post-traumatico e di un disturbo dissociativo dell’identità al momento degli attacchi ai campi, quando era un comandante di battaglione della brigata Sinia, di cui è diventato comandante generale nel marzo 2004. I giudici della Corte non hanno, però, ritenuto di dover valorizzare tali elementi. “La camera è consapevole che ha sofferto molto” – ha affermato il giudice Schmitt – “tuttavia, questo caso riguarda i crimini commessi da Dominic Ongwen come adulto responsabile e comandante dell’Esercito di resistenza del Signore[11].

Durante il procedimento Ongwen si era dichiarato non colpevole, negando tutte le accuse nei suoi confronti e sostenendo di essere “una delle persone contro cui l’LRA ha commesso atrocità” (dichiarazione resa nel processo). I suoi avvocati avevano chiesto l’assoluzione, spiegando che l’uomo era stato egli stesso vittima degli orrori inflitti dal gruppo ribelle.

Sono, pertanto, emerse due versioni di Ongwen durante il processo: una di un assassino brutale, l’altra di un bambino-soldato traumatizzato.

L’assenza di cause di esclusione della punibilità

Alla luce della sua travagliata storia personale, la difesa aveva eccepito la sussistenza di due cause di esclusione della punibilità: la prima riguardante l’esistenza di un vizio di mente, e la seconda concernente la coercizione cui sarebbe stato sottoposto Dominic Ongwen.

Quanto alla prima, la difesa ha fatto leva sull’articolo 31(1)(a) dello Statuto di Roma (vizio di mente)[12], sostenendo che Dominic Ongwen soffrisse di malattia depressiva grave, disturbo post-traumatico da stress (“PTSD”) e disturbo dissociativo così come gravi tendenze suicide. Tuttavia, sulla base delle prove presentate, dei testimoni interrogati e delle relazioni degli psichiatri, la Corte ha concluso che non vi fossero elementi sufficienti a evidenziare che al tempo dei fatti Dominic Ongwen soffrisse di disturbi mentali tali da influire sulle azioni da lui commesse.

Per quanto riguarda la coercizione, la difesa ha invocato l’articolo 31(1)(d) dello Statuto di Roma. In particolare, perché sussista tale causa di esclusione della punibilità, è necessario che siano presenti tre  elementi: i) che la condotta delittuosa sia stata causata da minacce di morte imminente o di lesioni personali gravi persistenti o imminenti nei confronti dell’accusato o di un’altra persona, al tempo della commissione del reato; ii) che l’accusato abbia agito in maniera tale da cercare ragionevolmente di evitare che la minaccia si concretizzasse – valutazione necessariamente legata alle circostanze del caso– e, infine, iii) che l’accusato non intendesse causare un danno più grave di quello che avrebbe patito se non avesse obbedito[13].

Nel caso di specie, i giudici hanno escluso la sussistenza della coercizione perché nessun elemento di prova indicava che nel periodo in cui ha commesso gli atti criminosi, Dominic Ongwen fosse minacciato  con la pena di morte o con gravi lesioni corporali quando disobbediva a Joseph Kony.

A parere dei giudici Dominic Ongwen aveva inoltre una possibilità realistica di lasciare l’LRA, come avevano fatto molti altri comandanti dell’LRA prima di lui. Piuttosto, è salito in rango e posizione, anche durante il periodo contestato, perché, come Kony stesso aveva affermato, “he [was] performing very well”.

Infine, ha commesso alcuni dei crimini in privato, soprattutto crimini sessuali, nella completa privacy della sua stanza. In considerazione di queste circostanze, secondo i giudici sarebbe impossibile pensare che avesse potuto commettere tali atti sotto un qualsiasi tipo di minaccia. Pertanto, non esiste alcun motivo che escluda la responsabilità criminale di Dominic Ongwen.

Conclusioni

La sentenza emessa il 4 febbraio dalla CPI nei confronti di un ex bambino-soldato ugandese, diventato comandante di un gruppo ribelle, e colpevole di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, oltre fare giurisprudenza, segna anche uno spartiacque nella storia. Una decisione che fa discutere perché, per la prima volta, una persona è apparsa davanti alla CPI sia come vittima che come imputato.

La CPI ha ritenuto Ongwen colpevole, tra gli altri reati, del crimine di guerra di “coscrizione o arruolamento nelle forze armate o nei gruppi armati di bambini al di sotto dei 15 anni, o il loro impiego ai fini di una partecipazione attiva alle ostilità”, ai sensi dell’articolo 8(2)(e)(VII) dello Statuto. La Camera ha infatti constatato l’esistenza dei due elementi del crimine, vale a dire che l’autore del reato ha arruolato più persone in un gruppo armato o costretto più persone a partecipare attivamente alle ostilità, e che tali persone erano sotto l’età di 15 anni. Il presidente del tribunale Bertram Schmitt ha affermato che “la sua colpevolezza è stata stabilita oltre ogni ragionevole dubbio”.

In verità non si vede come, di fronte all’entità dei crimini commessi, la Corte potesse giungere a una soluzione diversa. Sarebbe stato, infatti, impossibile ignorare la gravità delle azioni e il lungo periodo di tempo durante le quali esse si sono esplicate. Si ritiene che dal testo della sentenza emergano sufficientemente le motivazioni che hanno condotto la Trial Chamber a superare la circostanza che Dominic Ongwen sia stato condotto a quelle azioni dalle violenze subite in tenera età. Tuttavia, la sentenza in esame non è di semplice valutazione ed è strettamente legata al caso concreto, il quale conduce inevitabilmente a una riflessione di più ampio respiro sulla mancata risposta del governo ugandese di fronte alla piaga dei bambini-soldato.

Appare interessante a tal proposito la soluzione proposta dalla “Acholi Religious Leaders’ Peace Initiative” (“ARLPI”), un’organizzazione interconfessionale il cui obiettivo è ottenere una risoluzione pacifica del conflitto con l’LRA. Il 20 gennaio 2015 l’ARLPI aveva rilasciato una dichiarazione contraria alla detenzione e al processo di Ongwen presso la CPI. Vedendolo come una vittima, avevano suggerito che fosse riportato in Uganda per sottoporsi ai rituali del ‘Mato Oput’ (Riconciliazione). L’ARLPI promuove questo approccio basato sulla rinnovazione, la trasformazione e la guarigione, in contrasto con l’approccio della CPI che considerano punitivo e retributivo. Tuttavia, le vittime, attraverso i loro rappresentanti legali, si sono a più riprese rifiutate di seguire questa strada, affermando che una sentenza della CPI fosse l’unico modo per ottenere giustizia e riparazione.

 

[1] Corte Penale Internazionale, Situation in Uganda in the case of The Prosecutor v. Dominc Ongwen, Trial Chamber IX, 4 febbraio 2021, (ICC-02/04-01/15), disponibile qui: https://www.icc-cpi.int/CourtRecords/CR2021_01026.PDF.

[2] U.S. Department of State, Statement on the Designation of 39 Organizations on the USA PATRIOT Act’s Terrorist Exclusion List, 6 dicembre 2001, disponibile qui: https://fas.org/irp/world/para/dos120601.html.

[3]  M. Green, The Wizard of the Nile: The Hunt for Africa’s Most Wanted, Portobello Books, 2008, p. 56.

[4] Sul tema vi sono numerosi rapporti di Human Rights Watch, Amnesty International e altre organizzazioni non governative. Si veda inoltre: United States Bureau of Citizenship and Immigration Services, Uganda: Information on the Lord’s Resistance Army (LRA) and the Human Rights Record of Government Security Forces, 12 aprile 2001, disponibile qui: https://www.refworld.org/docid/3decf9a34.html.

[5] Come affermato da Witness P-0231: ‘the abduction means an initiation into the army, starting from 10’. Cfr. Corte Penale Internazionale, Ongwen case: summary of the verdict, 4 febbraio 2021, par. 115, disponibile qui: https://www.icc-cpi.int/itemsDocuments/ongwen-verdict/2021.02.03-Ongwen-judgment-Summary.pdf.

[6] Ibidem.

[7] Vi sono altri strumenti internazionali che hanno successivamente previsto il medesimo divieto. In particolare, in seno alla Convenzione per i diritti dell’infanzia, si segnala il Protocollo opzionale sul coinvolgimento dei minori nei conflitti armati, che stabilisce che nessun minore può essere impiegato direttamente alle ostilità, nonché essere arruolato obbligatoriamente.

[8] Human Rights Watch, Q&A: The LRA Commander Dominic Ongwen and the ICC, 27 gennaio 2021, disponibile qui: https://www.hrw.org/news/2021/01/27/qa-lra-commander-dominic-ongwen-and-icc.

[9] Si veda anche un recente articolo della BBC, Dominic Ongwen – from child abductee to LRA rebel commander, 4 febbraio 2021, disponibile qui: https://www.bbc.com/news/world-africa-30709581.

[10] Dominc Ongwen si è consegnato alle autorità nel 2015, dopo oltre dieci anni di latitanza.

[11] Corte Penale Internazionale, Ongwen case: summary of the verdict, 4 febbraio 2021, par. 6, disponibile qui: https://www.icc-cpi.int/itemsDocuments/ongwen-verdict/2021.02.03-Ongwen-judgment-Summary.pdf.

[12] Articolo 31(1)(a), Statuto di Roma: «1. Oltre agli altri motivi di esclusione della responsabilità penale previsti dal presente Statuto, una persona non è penalmente responsabile se al momento del suo comportamento: a) essa soffriva di una malattia o deficienza mentale che le precludeva la facoltà di comprendere il carattere delittuoso o la natura del suo comportamento, o di controllarlo per renderlo conforme alle norme di legge».

[13] Articolo 31(1)(d), Statuto di Roma: «d) Il comportamento qualificato come sottoposto alla giurisdizione della Corte è stato adottato sotto una coercizione risultante da una minaccia di morte imminente o da un grave pericolo continuo o imminente per l’integrità di tale persona o di un’altra persona e la persona ha agito spinta dal bisogno ed in modo ragionevole per allontanare tale minaccia, a patto che non abbia inteso causare un danno maggiore di quello che cercava di evitare. Tale minaccia può essere stata: i) sia esercitata da altre persone, o ii) costituita da altre circostanze indipendenti dalla alla volontà».

Fonte immagine: www.unicef.it

Giorgia Pane

Giorgia Pane, 24 anni. Laureata cum laude presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Napoli "Federico II", con tesi in Diritto internazionale ("Genocidio e Convenzione europea dei diritti dell'uomo"). Attualmente svolge pratica forense in ambito penale. Impegnata nel campo dei diritti umani, è l'attuale Responsabile del Gruppo Napoli di Amnesty International.

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