venerdì, Luglio 19, 2024
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Israele e Palestina: ripetute violazioni dei diritti umani

Lo “stato” di Israele, dalla sua fondazione a oggi, ha violato e sta violando un numero crescente di leggi internazionali.

Il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale dell’ONU ha stabilito con la “Risoluzione della partizione” [1] l’esistenza di due stati: uno arabo e uno ebraico. Ma tale risoluzione non è ancora stata implementata e Israele continua ad occupare illegalmente i territori dello Stato arabo palestinese. Dal 1967, tra l’altro, anno in cui sono iniziate le occupazioni dei territori palestinesi con la Guerra dei Sei Giorni, molte leggi sui diritti umani sono state infrante, come rimarcato dai numerosi rapporti delle Nazioni Unite. [2]

A seguito del conflitto del 1948, Gerusalemme era stata divisa in due zone, una zona occidentale, ebraica, controllata da Israele, e una zona orientale, araba, sotto il controllo della Giordania. Ma, nel 1980, Israele aveva proclamato Gerusalemme capitale, attraverso l’approvazione della “legge fondamentale” [3], anche se questa operazione non è mai stata riconosciuta a livello internazionale, in quanto la città avrebbe dovuto costituire un territorio internazionalizzato secondo gli accordi iniziali.

E’ da quel momento in poi che si susseguono le suddette violazioni. Un primo esempio riguarda l’occupazione territoriale illecita: l’Amministrazione Civile Israeliana (l’ente che si occupa degli affari civili nei territori occupati) ha ultimamente approvato la costruzione di più di 350 edifici in Cisgiordania, pianificandone altri 770. Inoltre, 176 nuove unità abitative sono già state erette al di là del confine palestinese, a Gerusalemme est, che, aggiungendosi alle altre già presenti costruite nel 2004, vanno a creare uno dei più grandi agglomerati israeliani in territorio palestinese. Su un totale di 27000 kmq di terre palestinesi, Israele ne sfrutta più dell’85% [4] (rapporto stilato dall’Ufficio centrale di statistica palestinese a fine marzo). “La comunità internazionale considera gli insediamenti israeliani nei territori occupati come illegali e una violazione della quarta Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949. Secondo la Convenzione, che ha come oggetto la protezione di civili in tempo di guerra, è illegale che una potenza occupante trasferisca parte della propria popolazione nel territorio occupato.” [5]

Dappiù, le case dei palestinesi vengono demolite e più di 5760 sfollati si sono ritrovati senza abitazione. Solo durante gli attacchi di Israele sulla Striscia di Gaza nel 2014 si stima la distruzione totale di circa 9.000 unità abitative e di quella parziale di altre 47.000. Invero, Yotam Berger, autore di un servizio sui coloni di Cisgiordania, afferma che: “Tutti continuano a ripetere che per porre fine alla questione israelo-palestinese serve la soluzione dei due Stati, ma la realtà è che non è più possibile: i palestinesi non hanno più una terra loro“. [6]

La questione delle occupazioni territoriali illecite e la soluzione di un doppio stato avrebbero dovuto essere regolatate tramite gli accordi di Oslo [7], firmati a Washington il 13 settembre 1993 in seguito ai negoziati condotti nel 1993 tra il governo israeliano e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Questi accordi miravano al “ritiro delle forze israeliane da alcune aree della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, e affermavano il diritto palestinese all’autogoverno in tali aree, attraverso la creazione dell’Autorità nazionale palestinese. Il governo palestinese ad interim sarebbe durato per un periodo di cinque anni, durante cui sarebbe stato negoziato un accordo permanente (a partire al più tardi dal maggio 1996). Questioni annose come Gerusalemme, rifugiati palestinesi, insediamenti israeliani nell’area, sicurezza e confini, furono deliberatamente esclusi dagli accordi e lasciati in sospeso.” [8] Anche Hanan Ashrawi, figura di primo piano dell’Olp, già ministra e parlamentare palestinese con ruolo di portavoce ai colloqui di Washington, si esprime contro la teoria di un doppio stato: “Ciò che non è più accettabile è veder riproporre dalla comunità internazionale la soluzione a ‘due Stati’ e avere la consapevolezza che la politica colonizzatrice d’Israele ha reso da tempo impraticabile questa soluzione [..] Ai leader europei che ripetono ‘due Stati’, chiedo: ma quali ne sarebbero i confini? Dove, di grazia, dovrebbe nascere lo Stato di Palestina? Pensate a uno Stato o spacciate per tale un bantustan modello Sudafrica dell’apartheid? Quegli accordi hanno fallito perché hanno rinviato a un futuro indefinito la discussione su tutti i nodi strategici di un vero accordo di pace: i confini, il rispetto delle risoluzioni Onu, il controllo delle risorse idriche, una soluzione concordata per il diritto al ritorno… Ci si è illusi che il tempo avrebbe favorito la pace, invece il tempo è servito a Israele per annettersi di fatto territori occupati e distruggere la soluzione a due Stati“. [8]

Dopo 11 anni, sulla Striscia di Gaza vi è ancora l’embargo aereo, marittimo e territoriale imposto illegalmente da Israele. La crisi umanitaria che ne deriva è caratterizzata da interruzioni dell’erogazione dell’energia elettrica, (Israele, da cui veniva acquistata l’energia, ha ridotto le importazioni nella striscia di Gaza fino al 40%; 2 milioni di persone possono utilizzare l’elettricità solo per poche ore ogni giorno), e dell’acqua potabile con implicazioni igienico-sanitarie, nonché dalla mancanza di assistenza medica (molti pazienti in pericolo di vita a causa di patologie gravi non hanno potuto avere accesso a cure mediche fuori da Gaza). Anche l’economia del territorio si è deteriorata e la ricostruzione post conflitto non è stata portata a termine.

Infine, sono stati più volte testimoniati casi di maltrattamenti dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane che includono la detenzione in isolamento, la negazione della comunicazione con gli avvocati e il fatto di subire altre forme di deprivazione. Secondo Michael Lynk, relatore speciale dell’ONU per i diritti umani, una delle pratiche più diffuse è la detenzione amministrativa: “L’uso della detenzione amministrativa da parte di Israele non rispetta le circostanze estremamente limitate in cui questa è consentita dalle legge internazionali, e priva i detenuti delle fondamentali garanzie giuridiche previste dalle leggi internazionali sui diritti umani”. [9] Inoltre, molti dei 6.000 prigionieri palestinesi incarcerati da Israele sono tenuti in prigioni all’interno dello stato ebraico e non nei Territori Occupati, in violazione delle leggi umanitarie internazionali. “Questi trasferimenti creano serie difficoltà alle famiglie dei prigionieri che vogliano fargli visita, a causa della difficoltà di ottenere permessi di ingresso in Israele, così come a causa dei viaggi spesso faticosi che le famiglie devono intraprendere per raggiungere i propri familiari.” [9] continua Lynk. Centinaia di palestinesi sono stati trattenuti senza accuse né processi legali (oltre 6100 a fine anno, di cui 441 in detenzione amministrativa) – tra questi figurano anche minori e operatori di organizzazioni non governative.

Ad aprile scorso, circa 1.500 prigionieri e detenuti palestinesi hanno iniziato uno sciopero della fame durato 41 giorni [10], al fine di migliorare le condizioni di vita: erano loro negate le visite dei familiari, spesso venivano isolati e posti sotto la detenzione amministrativa. Purtroppo, la reazione violenta degli israeliani non si è fatta attendere. L’isolamento dei prigionieri è aumentato, insieme con le torture e i maltrattamenti corporali (percosse, schiaffi, incatenamento in posizioni dolorose, privazione del sonno, posizioni di stress e minacce) soprattutto durante le fasi di arresto e interrogatorio. Si sono susseguite uccisioni immotivate ed illegali da parte delle forze israeliane, in seguito a manifestazioni di protesta palestinesi, spesso represse con bagni di sangue. Altresì le autorità hanno cercato di colpire anche i difensori dei diritti umani e rappresentanti delle ONG, che diffondevano informazioni riguardanti lo stato di assedio della Palestina: a marzo, il parlamento israeliano ha approvato un emendamento alla legge sull’ingresso in Israele, che impediva di entrare in territorio israeliano a chiunque avesse dato un sostegno o lavorato in organizzazioni che avevano lanciato o promosso l’invito a boicottare Israele o enti israeliani, compresi gli insediamenti dei coloni (l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha pubblicato un rapporto che identifica, ma non nomina, 206 aziende che fanno affari legati a insediamenti israeliani illegali costruiti su terra palestinese rubata nella Cisgiordania occupata) [11]. Le autorità hanno continuato a ostacolare i tentativi degli operatori internazionali per i diritti umani di documentare la situazione, negando loro il permesso di entrare nei territori al occupati, come è accaduto anche al Relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Alcuni Stati Membri delle Nazioni Unite si sono detti preoccupati per il peggioramento della situazione dei diritti umani nei Territori Occupati e le palesi violazioni, da parte di Israele, delle risoluzioni ONU. “Chiediamo a Israele di attenersi alle leggi internazionali, mettendo fine immediatamente alla sua occupazione cinquantennale e all’apartheid politico sul popolo palestinese, nonché di smantellare il muro illegale e le relative infrastrutture all’interno dei Territori Occupati e di ricompensare i palestinesi per tutte le perdite sofferte a causa della loro presenza”, ha dichiarato il delegato palestinese [12]. Questi hanno, inoltre, chiesto a Israele di “bloccare l’occupazione e l’annessione di terre palestinesi, la costruzione e l’espansione degli insediamenti israeliani, il trasferimento coatto dei palestinesi e la demolizione di case e strutture.” [12]

[1] Assemblea Generale, Risoluzione adottata sul rapporto della commissione ad hoc incaricata della questione palestinese, 1947

[2] Assemblea Generale (Human Rights Council), Ensuring accountability and justice for all violations of international law in the Occupied Palestinian Territory,including East Jerusalem: comprehensive review on the status of recommendations addressed to all parties since 2009, 12 giugno 2017

[2] Assemblea Generale (Human Rights Council), Database of all business enterprises involved in the activities detailed in paragraph 96 of the report of the independent international fact-finding mission to investigate the implications of the Israeli settlements on the civil, political,
economic, social and cultural rights of the Palestinian people throughout the Occupied Palestinian Territory, including East Jerusalem, 26 gennaio 2018

[3] Agenzia stampa Infopal, “A proposito di Gerusalemme capitale”   )

[4] Agenzia stampa Infopal, “Israele controlla più dell’85% dei Territori Palestinesi” ()

[5] Assemblea federale, Convenzione di Ginevra, 12 agosto 1949

[6] Assopace Palestina, “Violazioni del diritto internazionale compiute da Israele nei territori occupati palestinesi” (http://www.assopacepalestina.org/2015/03/violazioni-del-diritto-internazionale-compiute-da-israele-nei-territori-occupati-palestinesi/)

[7] Accordi di Oslo, 20 agosto 1993

[8] U. De Giovannangeli, “Palestina, in morte degli Accordi di Oslo” (https://www.huffingtonpost.it/2018/01/14/palestina-in-morte-degli-accordi-di-oslo_a_23333042/)

[9] Middle East monitor, “Il trattamento che Israele infligge ai prigionieri palestinesi “potrebbe costituire una forma di tortura” ” (http://zeitun.info/2017/05/18/il-trattamento-che-israele-infligge-ai-prigionieri-palestinesi-potrebbe-costituire-una-forma-di-tortura/)

[10] Amnesty International, “Rapporto annuale 2017-2018” )

[11] Comitato nazionale palestinese per il BDS, “Nuovo rapporto ONU condanna le violazioni israeliane dei diritti umani dei palestinesi e redige una lista delle imprese complici” )

[12] Agenzia stampa Infopal, “Israele oggetto di critiche sui diritti umani durante riunione a Ginevra” (

 

Sabrina Certomà

Classe 1996, laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'Università degli studi di Trieste. Studentessa presso la Scuola di giornalismo Lelio Basso a Roma. Collaboratrice dell'area di diritto internazionale con particolare interesse per i diritti umani.

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