lunedì, Luglio 15, 2024
Litigation & Arbitration

La revocazione e l’errore di fatto previsto dall’art. 395, comma 4 cod. proc. civ.

A cura di Roberta Chicone e Nicolò Di Lascio

  1. L’errore revocatorio

La revocazione è un mezzo di impugnazione proponibile per i soli motivi indicati nell’art. 395 cod. proc. civ. a mente del quale: «le sentenze pronunciate in grado d’appello o in unico grado possono essere impugnate per revocazione: 1) se sono l’effetto del dolo di una delle parti in danno dell’altra; 2) se si è giudicato in base a prove riconosciute o comunque dichiarate false dopo la sentenza oppure che la parte soccombente ignorava essere state riconosciute o dichiarate tali prima della sentenza; 3) se dopo la sentenza sono stati trovati uno o più documenti decisivi che la parte non aveva potuto produrre in giudizio per causa di forza maggiore o per fatto dell’avversario; 4) se la sentenza è l’effetto di un errore di fatto risultante dagli atti o documenti della causa. Vi è questo errore quando la decisione è fondata sulla supposizione di un fatto la cui verità è incontrastabilmente esclusa, oppure quando è supposta l’inesistenza di un fatto la cui verità è positivamente stabilita, e tanto nell’uno quanto nell’altro caso se il fatto non costituì un punto controverso sul quale la sentenza ebbe a pronunciare; 5) se la sentenza è contraria ad altra precedente avente fra le parti autorità di cosa giudicata [324], purché non abbia pronunciato sulla relativa eccezione; 6) se la sentenza è effetto del dolo del giudice, accertato con sentenza passata in giudicato».

Si è discusso in passato della qualificazione della revocazione come strumento di impugnazione in senso stretto (quindi con una fase rescindente ed una fase rescissoria) o quale mezzo di gravame.

Per autorevole dottrina[1], come appena anticipato, la revocazione è un mezzo di impugnazione in senso stretto ed è costituita da una prima fase rescindente, che termina con una prima pronuncia di carattere strettamente processuale, ed una fase rescissoria, che termina con una sentenza che, se accerta l’esistenza del vizio dedotto, annulla la sentenza impugnata; se, al contrario, non accerta l’esistenza del vizio, si rifiuta di annullare.

Alla base delle due qualificazioni sopra indicate si avvertono due contrastanti esigenze: da un lato quella di evitare che la Corte di Cassazione si trasformi in un tribunale di terza istanza[2]; dall’altro, il bisogno di assicurare uno strumento giuridico idoneo a rimediare all’eventuale errore percettivo anche quando il fatto su cui cade sia stato oggetto di contestazione fra le parti, ipotesi che altrimenti non consentirebbe di ricorrere alla fattispecie di errore revocatorio di cui all’art. 395, n. 4, cod. proc. civ.[3].

Ma cosa significa esattamente errore revocatorio? È la recente ordinanza della Cass. civ., Sez. Unite, Ord., (data ud. 27/02/2024) 06/06/2024, n. 15876 ad esprimersi chiaramente sul punto:

«Questa Corte ha ripetutamente affermato che l’errore di fatto previsto dall’art. 395, n. 4, cod. proc. civ., idoneo a costituire motivo di revocazione, si configura come una falsa percezione della realtà, una svista obiettivamente e immediatamente rilevabile, la quale abbia portato ad affermare o supporre l’esistenza di un fatto decisivo incontestabilmente escluso dagli atti e documenti, ovvero l’inesistenza di un fatto decisivo che dagli atti o documenti stessi risulti positivamente accertato, e pertanto consiste in un errore meramente percettivo che in nessun modo coinvolga l’attività valutativa del giudice di situazioni processuali esattamente percepite nella loro oggettività; l’errore deve, pertanto, apparire di assoluta immediatezza e di semplice e concreta rilevabilità, senza che la sua constatazione necessiti di argomentazioni induttive o di indagini ermeneutiche, e non può consistere, per converso, in un preteso, inesatto apprezzamento delle risultanze processuali, vertendosi, in tal caso, nella ipotesi dell’ errore di giudizio.».

E sempre la Suprema Corte di Cassazione, con una precedente decisione, aveva chiarito che «L’errore revocatorio presuppone, quindi, il contrasto fra due diverse rappresentazioni dello stesso fatto, delle quali una emerge dal provvedimento oggetto di revocazione, l’altra dagli atti e documenti processuali, sempreché la realtà desumibile dal provvedimento non sia frutto di giudizio; ne consegue che non è configurabile l’errore revocatorio per vizi della sentenza che investano direttamente la formulazione del giudizio sul piano logico-giuridico o siano frutto di un qualsiasi apprezzamento delle risultanze processuali, ossia di una viziata valutazione delle prove o delle allegazioni delle parti, essendo esclusa dall’area degli errori revocatori la sindacabilità di errori di giudizio formatisi sulla base di una valutazione» (Cass., Sez. Un., n. 4367 del 2021).

Dunque, l’errore di fatto rilevante a fini revocatori deve: a) consistere in un errore di percezione o in una mera svista materiale che abbia indotto, anche implicitamente, il giudice a supporre l’esistenza o l’inesistenza di un fatto che risulti incontestabilmente escluso o accertato alla stregua degli atti di causa; b) risultare con immediatezza ed obiettività senza bisogno di particolari indagini ermeneutiche o argomentazioni induttive; c) essere essenziale e decisivo, nel senso che, in sua assenza, la decisione sarebbe stata diversa ed ha pertanto ravvisato un errore di percezione da parte del Giudicante.

Quindi l’errore di cui si discute non deve attenere alla valutazione della prova (da parte del giudice) ma al suo contenuto oggettivo, con assoluta impossibilità di riesaminare, alla luce degli elementi acquisiti al giudizio, la valutazione ad essi data dal giudice di merito.

Ciò al fine di evitare il rischio, più volte denunciato, che il ricorso all’errore di fatto sia una tecnica elusiva per far valere un errore di giudizio o per sollecitare la rivalutazione di alcuni elementi istruttori, nonostante le strettissime e tassative griglie imposte dall’art. 395 c.p.c.[4].

L’errore percettivo deve riguardare solo gli atti interni al giudizio di cassazione e incidere unicamente sulla pronuncia della Corte, poiché l’errore che inficia il contenuto della decisione impugnata in cassazione deve essere fatto valere con le impugnazioni esperibili avverso la sentenza di merito.

Ma la suprema Corte, sempre a sezioni unite, ha anche da ultimo chiarito che «il travisamento del contenuto oggettivo della prova, il quale ricorre in caso di svista concernente il fatto probatorio in sé, e non di verifica logica della riconducibilità dell’informazione probatoria al fatto probatorio, trova il suo istituzionale rimedio nell’impugnazione per revocazione per errore di fatto, in concorso dei presupposti richiesti dall’articolo 395, n. 4 c.p.c., mentre, ove il fatto probatorio abbia costituito un punto controverso sul quale la sentenza ebbe a pronunziare, e cioè se il travisamento rifletta la lettura del fatto probatorio prospettata da una delle parti, il vizio va fatto valere, in concorso dei presupposti di legge, ai sensi dell’art. 395» (cfr.  sentenza n. 5792/2024 del 5 marzo 2024).

Alla luce di quanto sinora esposto, non stupisce l’elevato numero di pronunce di inammissibilità di istanze revocatorie, già in fase rescindente.

Le decisioni di accoglimento della revocazione sono, come detto, una percentuale minima e riguardano esclusivamente errori di fatto.

È interessante identificare all’interno di questo sparuto gruppo quali siano in concreto gli errori di fatto di cui le parti si sono legittimamente lamentate[5].

Tre pronunzie hanno riguardato la tempestività della notifica e del deposito del ricorso e del controricorso ed in particolar modo il computo dei relativi termini di cui all’art. 370 c.p.c. che rappresenta un errore revocatorio: «Può integrare un errore revocatorio, rilevante ai sensi del n. 4 dell’art. 395 c.p.c., quello sul computo concreto del termine annuale maggiorato della sospensione feriale dei termini, in quanto esso riguarda un fatto interno alla causa e si risolve in una falsa percezione dei fatti rappresentati dalle parti, atteso che il rilievo del dies ad quem e l’applicazione del calendario comune – la quale attinge oltretutto fatti che rientrano nella comune esperienza – indispensabili per valutare la tempestività dell’impugnazione sono facilmente riscontrabili dalla lettura degli atti da parte del giudice»[6].

Altre hanno riguardato le statuizioni sulle spese di lite. Nessuna ha, invece, avuto ad oggetto il travisamento di una prova decisiva ai fini del decidere.

Una seppur lieve apertura, rispetto al passato, può essere rintracciata nella decisione della Cassazione civile sez. III, del 27/04/2023, (ud. 29/03/2021, dep. 27/04/2023), n.11111 la quale afferma che: «in tema di scrutino della legittimità del ragionamento probatorio seguito dal giudice di merito, l’errore di valutazione nell’apprezzamento dell’idoneità dimostrativa del mezzo di prova non è sindacabile in Cassazione se non si traduca in un vizio di motivazione costituzionalmente rilevante (Cass. ss.uu. 8053/2014), mentre deve ritenersi censurabile, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, per violazione dell’art. 115 del medesimo codice, l’errore di percezione che sia caduto sul contenuto oggettivo della prova, qualora investa una circostanza che abbia formato oggetto di discussione tra le parti, ed abbia carattere certo di decisività».

Il merito di tale pronuncia sta nell’essersi interrogata sulla effettiva conformità all’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e all’art. 24 della Costituzione della nostra tradizionale (rigida) impostazione del rimedio revocatorio nella misura in cui, una volta esaurito il corso dei giudizi di merito, deve escludersi la possibilità per la parte interessata di ricorrere in Cassazione in presenza di una non corretta valutazione della prova/fatto.

Ed infatti, attualmente non è  censurabile la sentenza del giudice di merito che abbia utilizzato informazioni probatorie inesistenti e comunque non formatesi nel processo: una simile decisione sfuggirebbe all’ambito di applicabilità sia dell’art. 360, n. 5, c.p.c. (che prevede, quale motivo di ricorso per cassazione, l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti) che dell’art. 395, n. 4, c.p.c. (trattandosi di fatti su cui il giudice di merito si è espressamente pronunciato).

Secondo l’ordinanza della Cassazione poc’anzi citata l’interpretazione che nega il ricorso in Cassazione a fronte del vizio di travisamento della prova sarebbe contrastante con talune inequivoche indicazioni provenienti dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo in tema di limiti alla impugnabilità delle sentenze.

Ci troviamo in realtà di fronte ad un bivio: favorire all’esigenza di contenere un contenzioso che la Corte di legittimità potrebbe non essere in grado di fronteggiare, oppure garantire giustizia sostanziale al singolo caso.

C’è chi ha già denunciato in dottrina l’assurdità di ammettere « un sistema giuridico che non offra sicura tutela in tutti i casi in cui il giudice abbia travisato il fatto o le prove, anche alla luce della circostanza che, oggi, per effetto della modifica operata dalla legge n. 18/2015 all’art. 3 della legge n. 117/1988, è prevista la condanna dello Stato per i provvedimenti giudiziari emessi in base a travisamento del fatto o delle prove»[7], ma il nostro ordinamento non ha ancora provveduto adeguatamente sul punto.

I tempi non sono ancora maturi per una revisione chiara dell’istituto della revocazione: c’è però da augurarsi uno specifico intervento legislativo (o quanto meno nomofilattico) affinché vengano meglio – e più coerentemente, con il diritto internazionale – definiti i casi di revocazione partendo dalla realtà giurisprudenziale e garantendo effettività ad uno strumento che, in assenza di modifiche, rischia di soccombere quasi sempre al vaglio di (in)ammissibilità.

[1] Francesco P. Luiso, Diritto processuale civile, Il Processo di cognizione, Giuffrè Editore, pag. 503

[2] Cassazione civile sez. lav., 29/03/2023, n.8895

[3] Cassazione civile sez. III, 27/04/2023, n.11111

[4] Marco Frediani, La revocazione nella giurisprudenza di Cassazione, Dottrina Processo civile il Lavoro nella giurisprudenza 6/2024, pagg. 575 ss.

[5] Marco Fredani, op. cit.

[6] Cass. Civ. 4 novembre 2014, n. 23445

[7] Roberta Metafora, Alle Sezioni unite la questione della ricorribilità in cassazione del c.d. travisamento della prova, in IUS Processo Civile, fasc., 18 MAGGIO 2023, nota a sentenza Cassazione civile , 27 aprile 2023, n.11111, sez. III

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