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La tratta degli esseri umani: il fenomeno in Italia (rapporto GRETA del 30 Gennaio 2017)

Premessa: questo è il secondo di una serie di articoli che intende affrontare il tema della “tratta degli esseri umani” dal punto di vista giuridico e sociale. Di seguito si analizzerà il rapporto GRETA sull’Italia.

Il più recente rapporto del GRETA (Gruppo di esperti sulla lotta contro la tratta), pubblicato in data 30 Gennaio 2017, è dedicato all’Italia ed, in particolare, a come il nostro Paese, in prima linea nella gestione dell’immigrazione, abbia cercato di contrastare il fenomeno della tratta di esseri umani.

Tralasciando l’analisi del quadro normativo italiano, il rapporto si concentra soprattutto sull’esperienza diretta della delegazione GRETA in uno dei quattro centri di primo soccorso, i cd. hotspots, a Pozzallo, in Sicilia e di come si svolgono le procedure di “accoglienza”.

All’arrivo dei migranti, si svolge la prima fase, quella identificativa, che è sicuramente tra le più delicate dato che permette – o quanto meno dovrebbe permettere – di comprendere chi, tra i nuovi arrivati, è giunto in Italia perché vittima di tratta e, dunque, potenziale oggetto di sfruttamento.

Purtroppo, secondo i dati raccolti dal GRETA, la fase dell’identificazione, è svolta velocemente ed in maniera approssimativa: i migranti sono fotografati ed è loro chiesto di riempire un modulo, tra le cui domande vi è quella di specificare il motivo dell’arrivo irregolare in Italia. GRETA rileva che il lavoro degli ufficiali di polizia è focalizzato sulla registrazione delle impronte e non c’è tempo per una più specifica procedura identificativa.

L’Organizzazione Internazionale per l’Immigrazione (IOM) Italia si affianca alle autorità italiane nel tentativo di assicurare assistenza in questa prima fase d’arrivo: lo staff, presente in tutti e quattro gli hotspots, esperto in materia di tratta di esseri umani, parla con i nuovi arrivati, fornisce loro materiale con informazioni per spiegare in maniera semplice cos’è il c.d human trafficking e quale protezione spetta alle vittime.

Purtroppo sia IOM che lo staff dell’UNHCR presenti sul territorio (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) lamentano la mancanza di spazio necessario negli hotspots per condurre colloqui privati e la difficoltà di interagire con i migranti, in particolare con ragazze nigeriane, le più probabili vittime di tratta, secondo il primo rapporto GRETA sull’Italia del 2014.

Secondo IOM Italia circa il 70% delle donne e dei minori non accompagnati che arrivano dalla Nigeria mostrano segni di esser vittime di tratta, ma solo una piccola parte riesce ad ottenere il permesso di soggiorno. Da un lato, infatti, l’art. 18 del Testo unico sull’immigrazione, prevede che, per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale, vengano “accertate situazioni di violenza o di grave sfruttamento nei confronti di uno straniero ed emergano concreti pericoli per la sua incolumità”, ed è particolarmente complicato riuscire a dimostrare l’esistenza di un rischio concreto ed imminente.

D’altro canto, come è stato anche evidenziato in un report della ONG BeFree non è semplice riuscire ad identificare le vittime data la “fedeltà” che queste ultime mostrano nei confronti delle organizzazioni di trafficanti e la loro resistenza ad accettare aiuto e forme di supporto, anche quando vi siano palesi segni di sfruttamento.

Proprio per questi motivi vi è una grande sproporzione tra quanti arrivano in Italia e quanti riescono ad ottenere il permesso di soggiorno: per esempio, ad Agosto 2016 il numero di permessi concessi era pari a 494, di cui 139 donne nigeriane, un numero di gran lunga inferiore, rispetto alle 7737 donne arrivate nigeriane arrivate in Italia.

Inoltre, una parte del rapporto del GRETA, è dedicato ai minori non accompagnati che entrano nel nostro Paese, il cui numero tende, purtroppo, a crescere ogni anni che passa. Anche in questo caso sono diversi gli aspetti problematici: la lentezza delle procedure che costringe i minori a restare nei centri per lunghi periodi di tempo (oltre quattro settimane), la mancanza di spazi che obbliga adulti e bambini a convivere negli stessi dormitori, esponendo questi ultimi a rischi di abusi sessuali e violenze, la mancanza di un “guardiano” che assicuri protezione e controllo.

Le pagine conclusive del rapporto sono un invito all’Italia a gestire in maniera più efficace e sono dunque indicate una serie di misure che il nostro Paese potrebbe adottare per una più adeguata lotta allo human trafficking. Tra queste importante è assicurare la presenza di uno staff qualificato che possa riconoscere, aiutare e supportare le vittime e sia messo in condizioni di farlo, con spazi e tempi opportuni. Necessaria è la cooperazione con le ong presenti sul territorio, cosa che, come GRETA riconosce, in Italia avviene e, in ultimo, per quanto riguarda i minori è essenziale che sia presente una figura di controllo nei centri e che i bambini possano rivolgersi e fare affidamento su quest’ultima.

Claudia Cantone

Laureata con lode e menzione presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Napoli "Federico II", ha conseguito il dottorato di ricerca in "Internazionalizzazione dei sistemi giuridici e diritti fondamentali" presso l'Università degli Studi della Campania "Luigi Vanvitelli". Durante gli anni di formazione, ha periodi di ricerca all'estero presso l'Università di Nantes (Francia), l'Università di Utrecht (Olanda) e il King's College London (Regno Unito). Avvocato presso lo studio legale "Saccucci & Partners", specializzato nel contenzioso nazionale e internazionale in diritti umani e diritto penale europeo e internazionale. Indirizzo mail: claudia.cantone@gmail.com

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