giovedì, Luglio 18, 2024
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Trump e il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele: equilibri compromessi

Il Presidente Trump sfida ancora una volta la comunità internazionale.  Dando fede alle sue promesse in campagna elettorale, da Washington è ufficiale l’annuncio del riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele nonché di un imminente trasferimento dell’ambasciata americana dalla sua occupazione attuale, presso Tel Aviv, alla Città Santa.

Nonostante la decisione sia perfettamente lecita, i suoi risvolti internazionali non sono da sottovalutare; la Città di Gerusalemme è stata da sempre una “città contesa” tra Israele e le autorità palestinesi (OLP/ANP), le quali ne rivendicano la sovranità per quanto riguarda la sua parte storica, ovvero Gerusalemme Est; restando invece Gerusalemme Ovest compiutamente sotto il dominio israeliano.

Viva disapprovazione suscitò infatti l’entrata in vigore della cd. legge Fondamentale approvata dalla Knesset (il parlamento monocamerale israeliano) il 30 luglio 1980, proclamante Gerusalemme “completa e unita” capitale dello Stato di Israele.

Tale annessione de jure è stata esplicitamente riprovata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU con risoluzione 478 del 30 giugno 1980, il cui testo prevede «la censura con massima forza di Israele per le rivendicazioni su Gerusalemme contenute nella sua Legge Fondamentale, la quale mira ad alterarne la natura e lo status». La risoluzione, inoltre, non solo invita tutti gli Stati Membri ad accettare la decisione, bensì sollecita tutti quegli Stati Membri con missioni diplomatiche a Gerusalemme a ritirarle immediatamente da quel sito (allora, prima dell’entrata in vigore della risoluzione, ben tredici erano le Nazioni la cui ambasciata aveva sede presso la Città Santa).

Con un parere del 9 luglio 2004 (“Conseguenze giuridiche dell’edificazione di un muro nel territorio palestinese occupato”) la Corte Internazionale di Giustizia ha ricordato la nullità dell’acquisto israeliano di sovranità su Gerusalemme Est tramite un’annessione de facto, compiuta in violazione dell’art. 2, par. 4, della Carta ONU, che vieta l’uso della forza. Dal parere consultivo della Corte Internazionale si evincono due conseguenze fondamentali:

  • Il popolo palestinese è titolare di un diritto all’autodeterminazione, che deve essere attuato con mezzi pacifici, ma non deve essere pregiudicato con modifiche del territorio che la stessa Corte definisce come “faits accomplis”, ovvero “fatti compiuti”;
  • nell’amministrazione dei territori occupati, la Potenza occupante deve rispettare i principi consuetudinari del diritto umanitario e le Convenzioni internazionali, ivi compresa la IV Convenzione di Ginevra per la protezione delle persone civili in tempo di guerra del 12 agosto 1949, che Israele si rifiuta di riconoscere in quanto tale Convenzione prevede una norma che esplicitamente vieta alla Potenza occupante di trasferire una parte della propria popolazione nei territori occupati (art. 49).

La Corte, quindi, riconosce che gli insediamenti nei territori occupati sono illegali in quanto costituiscono una “flagrante violazione” della IV Convenzione di Ginevra.

La politica estera americana si pone così in contrasto con anni di denunce delle violazioni perpetrate alla popolazione palestinese ed al suo diritto di autodeterminarsi. Trump ha comunicato al presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen il trasferimento dell’ambasciata statunitense, da compiersi nel prossimo semestre, salve idonee misure atte a tutelare il personale diplomatico americano da possibili turbamenti. L’aattuale presidente ha così attuato una legge del Congresso vigente dal 1995, ma mai applicata da nessuno dei suoi predecessori: si tratta del Jerusalem Embassy Act, il quale sollecita proprio il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Tale atto è vincolante, ma prevede una clausola, la cd. presidential waiver, in base alla quale i Presidenti possano rinviare l’attuazione della legge ogni sei mesi “on national security interests”, clausola è stata puntualmente firmata ogni sei mesi da parte di ogni presidente in carica, da Bill Clinton allo stesso Donald Trump (1 giugno 2017). Solo ora egli ha deciso di mantenere fede alla sua promessa elettorale e dare applicazione alla tanto rimandata legge.

La mossa politica del Presidente Trump si è innestata sul riconoscimento non dello “Stato” di Israele (che come tale si è autoproclamato nel 1948 in seguito alla vittoria nel conflitto arabo-israeliano), ma sul riconoscimento della sua sovranità sulla capitale “unica e indivisa” di Gerusalemme, in tal modo non solo dando vita a tensioni interne allo stato palestinese, bensì alterando l’equilibrio internazionale che si è ad oggi formato sul riconoscimento attivo di una soggettività palestinese da parte di molti stati europei ed arabi, quale “minimo risarcimento dovuto ad un popolo che ha subito inenarrabili sofferenze come conseguenza dello Stato di Israele”. [B. CONFORTI]

Ad oggi ciò si evince dal fatto che Gerusalemme non sia mai stata riconosciuta dalla comunità internazionale come capitale dello stato di Israele. Unione Europea, Lega Araba, Arabia Saudita e Turchia si sono infatti vivamente opposte a una tale presa di posizione, avvertendo di possibili “gravi ripercussioni”.

Il leader di Hamas Ismail Haniya ha infatti constatato come la decisione statunitense sia “una dichiarazione di guerra contro i Palestinesi”, che potrebbe provocare una nuova Intifada, seppur non violenta, come ricordato dal Segretario Generale del partito palestinese INP Mustafa Barghouti. Ha aggiunto, con parole inequivocabili, che Trump si stia unendo a Israele nei crimini di guerra, confermando così l’annessione dei territori palestinesi occupati.

Si prevedono così giorni di proteste e subbugli che rianimano un conflitto, quello israeliano-palestinese, che vede le sue origini risalire a più di un secolo fa, e che non potrà mai affievolirsi se la comunità internazionale ne minerà i tentativi di conciliazione, ora riconoscendo uno Stato formatosi in violazione di norme fondamentali internazionali, ora negando l’ingresso nell’ONU a un popolo che invece, di quella sovranità, avrebbe bisogno.

Fonti:

Silvia Casu

Silvia Casu, nata a Varese nel 1995, ha conseguito il diploma di maturità in lingue straniere nel 2014, che le ha permesso di avere buona padronanza della lingua inglese, francese e spagnola. Iscritta al quinto anno preso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Milano Statale, ha sviluppato un vivo interesse per la materia internazionale pubblicistica e privatistica, nonché per la cooperazione legale comunitaria, interessi che l'hanno portata nel 2017 ad aprirsi al mondo della collaborazione nella redazione di articoli di divulgazione giuridica per l'area di diritto internazionale di Ius in Itinere. Attiva da anni nel volontariato e nell'associazionismo, è stata dal 2014 al 2018 segretaria e co-fondatrice di un'associazione O.N.L.U.S. in provincia di Varese; è inoltre socio ordinario dell' Associazione Europea di Studenti di Legge "ELSA" , nella sezione locale - Milano.

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