lunedì, Giugno 17, 2024
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Eurozona: Italia a rischio?

Il concetto di Eurozona nasce e si sviluppa nel momento in cui gli Stati Membri dell’UE scelgono l’euro come valuta ufficiale, sostituendola a quella nazionale[1]. L’idea è stata quella di creare un’unione economica e monetaria tra i Paesi che aderiscono alla cosiddetta “zona euro”.
Si è introdotto, così, il concetto di Cooperazione monetaria, ossia: coordinamento delle politiche economiche e di bilancio, politica monetaria comune e adozione di un’unica moneta. La decisione, però, da parte degli Stati di farvi parte non è scevra di conseguenze, positive e non che siano. In primis, gli Stati per potervi accedere devono soddisfare i “criteri di convergenza” previsti nel Trattato di Maastricht nel 1992, ovvero condizioni economiche e giuridiche. Dopo di che, possono godere di quelli che sono i relativi vantaggi. Far parte dell’Eurozona significa, infatti, rafforzare la propria credibilità economica, eliminare rischi di cambio e costi di conversione estera, o facilitare il commercio transfrontaliero rafforzando gli investimenti. Come ogni cosa, non mancano aspetti negativi. Gli Stati che utilizzano l’euro incorrono nel rischio di: perdere la propria autonomia nella conduzione della moneta e del cambio, visto che tutto è controllato dalla Banca Centrale Europea (BCE); vedono l’aumento della concorrenza con imprese e settori di altri paesi; ancor di più, le economie più deboli finiscono con l’essere influenzate dalle decisioni della BCE, come è accaduto con il Portogallo e la Grecia e come rischia di accadere per l’Italia[2].

Il progetto Eurozona ha vissuto sin da subito momenti di crisi,  che  non hanno fatto altro che alimentare dubbi sull’effettiva validità dell’euro come moneta capace di rendere l’Europa competitiva rispetto agli altri continenti. Un primo ostacolo è stata  la crisi globale del 2007 che ha lasciato conseguenze in paesi come il Portogallo e la Grecia. Come sostenuto invece dell’economista francese Patrick Aitus, i problemi veri e propri dell’Eurozona sono iniziati nel 2010: “tra il 2010 e il 2013 all’interno della BCE, si sentivano lamenti sul fatto che il mercato dei capitali nell’area era frammentato […] non c’è dubbio che se 20 economie vengono costrette a vivere insieme infliggendo loro una moneta unica e tuttavia esse continuano a condurre i loro piccoli affari per conto proprio, ciò crea un certo disordine”[3]. Molto probabilmente, però, la frattura più cruenta c’è stata con la crisi finanziaria del 2012 che in Germania è sfociata con la creazione di partiti politici pro-scioglimento dell’area dell’euro. Sviluppi paralleli ci sono stati in Italia.

Il progetto, rappresentava la tendenza globale alla dissociazione del diritto con il territorio, nel senso che il diritto doveva diventare sempre più a-spaziale e deterritorializzato in modo tale da permettere la creazione di una governance giuridica sovranazionale. Il diritto, nel processo di integrazione, doveva essere lo strumento di ridefinizione e produzione di uno spazio territoriale su scala continentale. I principi del diritto comunitario, da quelli di libera circolazione delle persone, di cittadinanza europea, di non-discriminazione e di supremazia del diritto comunitario e delle norme della Corte europea di giustizia rispetto alle normative nazionali, dovevano creare uno spazio giuridico comune, ed invece hanno messo in evidenza fratture politiche e territoriali all’interno dell’UE[4].

Soffermandoci sull’Italia, è stato possibile constatare che la stagnazione economica è iniziata già quando è entrata nell’euro nel 1999.  La produttività economica ha smesso di crescere, i prodotti italiani hanno perso competitività internazionale ed i posti di lavoro hanno iniziato a diminuire. All’inizio del 2013 l’italiano medio era più povero rispetto a quando l’Italia è entrata nell’eurozona[5]. Per questo, l’appello ad una democrazia diretta e la campagna anti-Europa promossa dai partiti politici Movimento Cinque Stelle e Lega hanno avuto l’appoggio di molti elettori italiani: lavoratori frustrati dalle politiche monetarie e fiscali europee e giovani disoccupati. Ciò a cui stiamo assistendo negli ultimi tempi in Italia, è la risposta a due decenni di politiche economiche che non sono riuscite a garantire posti di lavoro ai giovani e stabilità economica. I timori, però, delle cancellerie europee sono sostanzialmente legati a due fattori: l’ingente cifra che servirebbe ai partiti politici italiani per realizzare quanto indicato dal loro piano politico (reddito di cittadinanza, flat tax, cancellazione della riforma delle pensioni) e la consapevolezza che una campagna antieuropea italiana avrebbe un impatto maggiore rispetto a quella greca. L’Italia, infatti, è la terza potenza economica dell’Eurozona ma rischia di non rispettare il Patto di Stabilità.

L’uscita dell’Italia dall’Eurozona significherebbe per prima cosa risanare tutti i suoi debiti con la BCE, ma rischierebbe la bancarotta essendo la principale debitrice in ambito europeo. È agevole capire che nel caso di uscita, l’Italia dovrebbe comunque essere sostenuta finanziariamente. Solo la voce di una possibile uscita dell’Italia dalla moneta unita ha creato fibrillazioni sui mercati e opinioni divergenti tra le istituzioni, i media e gran parte del personale politico. I teorici dell’uscita sostengono che l’economia italiana ne gioverebbe. Come espresso in un report dal banchiere J. P. Morgan, l’euroexit risolverebbe il problema dell’inflazione interna, senza avere un forte impatto sul sistema bancario internazionale e difficoltà nel reperire le risorse finanziarie[6]. I pro-euro all’unisono affermano, invece, che l’Italia non può permettersi di uscire dalla moneta unica senza inceppare in grossi rischi economici e sociali.

La verità è che c’è bisogno di un piano concreto e realistico, che tenga conto dei “pro”, ma, che individui e pianifichi il risolvimento anche dei “contro”. Che piaccia o no, l’Eurozona ha bisogno di un processo di risanamento per superare il peso del debito eccessivo e le diverse competitività tra i suoi Stati Membri. Italia e Germania, per esempio, non possono restare per sempre legate in un’unione monetaria, se nessuna delle due inizia a considerare la politica economica come una questione comune ai paesi europei[7]. Questo significa ridefinire la partecipazione all’eurozona e ristrutturare il debito (pubblico e privato) in maniera concordata. Altrimenti, il rischio sarebbe l’uscita dall’euro o della Germania e di altri paesi del Nord, o l’uscita di paesi del Sud meno competitivi.

Importanti dichiarazioni sono state fatte il 5 giugno 2018 dal presidente del Consiglio G. Conte, nel suo primo discorso in parlamento. La riduzione del debito pubblico attraverso l’incremento dell’economia; la volontà nell’eliminare il divario di crescita tra l’Italia e l’Ue modificando e migliorando la governance europea, affinché gli interessi dell’Italia vadano di pari passo con quelli dell’Europa, sono soltanto alcuni dei piani proposti. Il diritto però, non dovrà essere un mero strumento al servizio delle classi di potere europee e transnazionali, ma, dovrà possedere una sua autonomia nel creare effetti sui rapporti di potere e sulla configurazione territoriale e spaziale dell’autorità statuale. Bisognerà superare la stucchevole polemica anti-europea sull’austerità con politiche nazionali che riflettano gli obiettivi comuni di crescita dell’Ue, e bisognerà abbandonare l’idea che sia necessaria una maggiore chiusura delle frontiere alla libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone. Nell’ambito del commercio internazionale, infatti, l’Unione Europea ha in corso più di 20 negoziati di libero scambio, che vanno pertanto, portati avanti e conclusi nel migliore dei modi per combattere il dumping sociale e ambientale grazie a clausole di reciprocità. Questo andrebbe a facilitare l’accesso a nuovi mercati anche delle nostre piccole e medie imprese, attirando maggiori investimenti in Europa ed in Italia.

[1] www.Wall Street Italia.Com/trade/eurozona/

[2] The Economist, “Vantaggi e svantaggi dell’euro come moneta”. Ottobre 2013.
www.forepertutti.net

[3] Carmenthesister, “Brousseau-la Germania si è di fatto esclusa dall’eurozona?”. Aprile 2018.
www.vocidallestero.it

[4] Teresa Pullano: “Lo spazio europeo come prodotto del diritto”. 16 dicembre 2015.
www.doppiozero.com

[5] Rododak, “Asoka Modi – Si aggrava la divisione politica dell’eurozona”. Marzo 2018.
www.vocidallestero.it

[6] Fabio Lugano, “Se anche JP. Morgan dice che la migliore soluzione è l’uscita dell’Italia dall’euro…”. Giugno 2018.
Wwww.scenarieconomici.it

[7]Malachia Paperoga, “Eurointelligence: Mattarella non ha molta scelta”. Maggio 2018
www.vocidallestero.it

Maria Rosaria Salzano

Nata nel 1991 in provincia di Caserta, ha frequentato l'Università Federico II di Napoli, laureandosi nel Febbraio 2018 in Diritto del commercio internazionale con una tesi sul "Partenariato Transatlantico per il commercio e gli investimenti". Dopo circa due mesi in Scozia, nel Regno Unito, per frequentare una scuola di lingua inglese, attualmente è studentessa presso il Dipartimento di Scienze Sociali della Federico II per l'Executive Master in Gestione delle Risorse Umane. Sogna di diventare una giurista d'impresa, non rinunciando però alle sue passioni, come quella di: suonare la chitarra, di scrivere e di viaggiare. Collaboratrice dell'area di diritto internazionale, con particolare interesse per il commercio internazionale.

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