domenica, Giugno 16, 2024
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Global Compact for Migration: cosa prevede?

Negli scorsi giorni, il mondo politico e l’opinione pubblica, sia italiana che europea, si sono divise sull’opportunità, per i singoli Stati, di sottoscrivere il c.d. Global Compact for Migration[1] (di seguito, semplicemente, Global Compact) il documento delle Nazioni Unite per formalizzare, sulla carta, una visione comune in materia di immigrazione. Non è la prima volta che l’ONU si occupa della materia e il documento riconosce l’importanza dei precedenti incontri, tra cui emerge il Global Forum on Migration and Development avviato nel 2007. Il Global Compact entra, dunque, a pieno titolo in un legal framework internazionale che, a partire dalla Dichiarazione di New York su migranti e rifugiati del 2016, sarà principalmente orientato a proteggere individui in fuga da guerre, persecuzioni e povertà e che vedrà l’adozione anche di un ulteriore atto, il Global Compact for Refugee.

Nonostante l’importanza di questo progetto e gli impegni presi in precedenza dal Ministro degli Esteri Moavero Milanesi, il governo italiano, nella persona del Primo Ministro Giuseppe Conte e del Ministro dell’Interno Matteo Salvini, ha deciso che non si presenterà all’incontro di Marrakech del 11 e 12 dicembre, in cui è in programma la sottoscrizione del documento.

Con questa scelta, l’Italia si allinea, nel contesto europeo, ai paesi del “gruppo Visegrad”, insieme a Polonia, Ungheria e Slovacchia, nazioni storicamente ostili all’accoglienza dei profughi e alla ripartizione delle quote dei migranti nei paesi dell’Unione.

Questa decisione pare però essere essenzialmente politica.

Da un punto di vista giuridico, il Global Compact è infatti un documento di natura non vincolante, come riconosciuto dallo stesso atto (al §7 del Preambolo), che contiene una serie di linee guida rivolte agli Stati nella gestione del fenomeno migratorio; in questo senso, anche una eventuale firma da parte del nostro paese non influenzerebbe le scelte dell’attuale governo.

Il documento prevede ventidue obiettivi concreti basati su una serie di principi fondamentali: tutela dei diritti umani e dello stato di diritto, protezione per individui più vulnerabili – come donne e minori e promozione di un’idea di società aperta, tollerante e sostenibile. Rispetto a questi obiettivi, comunque, lo stesso Global Compact riconosce esplicitamente un largo margine di discrezionalità alle autorità statali nel decidere come regolare il fenomeno. A differenza di quanto sostenuto da molti[2], infatti, il documento non concede alle Nazioni Unite alcun tipo di potere specifico o competenza esclusiva in materia di gestione delle migrazioni, questione che rimane interamente nell’ambito della sovranità statale.

In ogni caso, questi obiettivi affrontano la questione in maniera analitica, tenendo conto della complessità del fenomeno e delle diverse fasi attraverso cui si svolge il lavoro delle autorità nel gestire i migranti.

Stando a quanto prevede il documento, le autorità nazionali devono infatti primariamente contrastare l’immigrazione illegale e il traffico di uomini (punti 9 e 10), rafforzando attività di cooperazione, anche a livello internazionale, per il controllo dei confini e la gestione dei flussi in entrata (punto 11).

Gli Stati hanno comunque l’obbligo di tutelare i migranti, in particolare i soggetti più vulnerabili (punto 7), salvandoli e proteggendoli da eventuali rischi per la loro vita (punto 8). In questo senso, le Nazioni Unite invitano gli Stati a limitare il più possibile il ricorso alla carcerazione come strumento per gestire i migranti, anche considerando situazioni particolarmente controverse, come quelle connesse alle scelte fatte dal governo australiano in tema di gestione dei migranti (punto 13). Le autorità nazionali dovrebbero, al contrario, implementare tutte quelle procedure per decidere se e come regolarizzare i migranti (punto 4), controllare i flussi e favorire vie di accesso ed ingresso legali (punto 5).

Questi aspetti riguardano principalmente quei paesi – tra cui l’Italia – che sono in prima linea nell’accoglienza e nel primo soccorso dei migranti. Ma il Global Compact si focalizza anche su una serie di obblighi che riguardano gli Stati maggiormente interessati dai secondary movement, ossia i movimenti dei migranti in altri paesi diversi da quello di arrivo. In particolare, il documento si focalizza su una serie di regole pensate per garantire l’accesso a servizi essenziali per la persona (salute, istruzione, assistenza previdenziale, punto 15) e permettere ai migranti di entrare nel mondo del lavoro potendo usufruire di condizioni eque e un salario adeguato (punti 6, 16, 18 e 22).

Questo tipo di linee guida è pensato per paesi che rappresentano il vero punto di arrivo dei migranti e non semplici punti di approdo: in Europa, ad esempio, tali indicazioni riguardano principalmente Germania, Francia e paesi scandinavi[3]. Senonché, come sappiamo, le vicende del nostro continente, con l’avanzata di governi sempre più nazionalisti ed autoritari, sta mettendo in seria difficoltà la tenuta del progetto comunitario. In particolare, in tema di migranti, si registra attualmente una generale scarsa collaborazione tra i vari paesi dell’Unione Europea, sempre meno inclini a lavorare come una vera comunità per gestire il fenomeno[4].

È proprio per affrontare situazioni come quella del nostro continente che il Global Compact si pone come obiettivo quello di favorire una maggiore collaborazione tra le nazioni interessate dai maggiori flussi. Inoltre, tale collaborazione si riflette sulla creazione di piani di sviluppo orientati a migliorare la situazione dei paesi di origine dei migranti (quelli dell’Africa sub-sahariana, ad esempio), evitando diaspore ed esodi numericamente insostenibili e cercando di mantenere la forza lavoro nei paesi di origine (punti 2 e 19).

Ultimo appunto da affrontare, di natura essenzialmente politica.

Al punto 1, infatti, il documento invita gli Stati a raccogliere ed utilizzare i dati relativi a flussi, integrazione sociale e lavorativa dei migranti, nonché incidenza sul totale della popolazione in aree specifiche per creare piani di collocamento ed integrazione adeguati a gestire i migranti in arrivo o già presenti sul territorio. La finalità di questo punto è chiara: la comunità internazionale invita i singoli Stati a rinunciare a facile propaganda e a concentrarsi sulla tutela concreta dei migranti, senza discriminazioni o strumentalizzazioni. In questo senso il Global Compact prevede che le autorità debbano contrastare ogni forma di discriminazione, lottando contro manifestazioni di violenza fisiche e verbali, come l’hate speech (punto 17).

La natura non vincolante del documento rende però questi fondamentali – e condivisibili – principi un semplice manifesto politico, i cui effetti potranno realizzarsi solo se vi sarà concordia e collaborazione tra le nazioni. La realtà ci dimostra però come, in tema di migrazioni, nemmeno l’imposizione di obblighi legalmente vincolanti ha avuto gli effetti sperati.

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[1] Per il testo si veda https://refugeesmigrants.un.org/sites/default/files/180711_final_draft_0.pdf.

[2] Non ultimo Paolo Formentini, capogruppo della Lega in Commissione Esteri, che ha presentato una mozione per richiedere al governo di non firmare il Global Compact (http://www.ilgiornale.it/news/cronache/lega-contro-diritto-migrare-global-compact-non-faremo-1607511.html)

[3]

[4] Secondo il report pubblicato lo scorso ottobre dalla Commissione europea, infatti, praticamente nessuno Stato ha adempiuto agli obblighi legali (si veda

Fabio Tumminello

30 anni, attualmente attivo nel ramo assicurativo, abilitato all'esercizio della professione forense, laureato in giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Torino con tesi sulla responsabilità medico-sanitaria nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo e vincitore del Premio Sperduti 2017. Vice-responsabile della sezione di diritto internazionale di Ius in itinere, con particolare interesse per diritto internazionale, diritti umani e diritto dell'Unione Europea. Già autore per M.S.O.I. ThePost e per il periodico giuridico Nomodos - Il Cantore delle Leggi, ha collaborato alla stesura di una raccolta di sentenze ed opinioni del Giudice della Corte europea dei diritti dell'uomo Paulo Pinto de Albuquerque ("I diritti umani in una prospettiva europea. Opinioni dissenzienti e concorrenti 2016 - 2020").

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