lunedì, Giugno 17, 2024
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La manovra finanziaria nella tempesta dello spread

Sorvegliata speciale, la manovra economica presentata dal Governo Conte, inizia il suo tortuoso cammino dovendo affrontare decise reazioni da parte dei mercati finanziari. Dalla presentazione della nota di aggiornamento al Def, sembra essere iniziato un percorso in salita per il nuovo esecutivo, che ad oggi sembra difficile ipotizzare possa trovare il supporto dei partner europei. Sembrano lontani gli anni della forte crisi dei debiti sovrani, con il conseguente avvento del Governo tecnico del Professor Mario Monti e le relative politiche di austerità. Eppure tornano di moda parole d’ordine che provocano tensione tra il governo giallo-verde e le istituzioni europee, in quello che da anni sembra essere diventato oramai un moto inarrestabile, verso la destabilizzazione di uno scenario di regole, che in molti paesi del vecchio continente non rispecchiano più la volontà popolare. Saranno le prossime elezioni di giugno 2019 per il rinnovo del Parlamento europeo, a darci ulteriori conferme sulla nuova tendenza ed i nuovi caratteri che assumeranno gli attori politico-istituzionali. Nel frattempo è tornata feroce la minaccia dello spread sui titoli del debito pubblico italiani, complici dichiarazioni forti da parte dei leader dei due partiti di maggioranza ed i programmi di politica economica che la compagine governativa dimostra di voler realizzare.

L’incandescente dibattito che infiamma l’opinione pubblica non può che indurci a riflettere sulle parole d’ordine delle cronache giornalistiche e sulle prospettive future, considerando che l’orizzonte è il 31 dicembre 2018, data entro la quale la manovra economica dovrà attraccare in un porto sicuro e legittimato, al fine di scongiurare l’ipotesi di un esercizio provvisorio di bilancio che potrebbe esporre ancora di più i titoli di stato a manovre speculative. Dopo una turbolenta settimana passata sull’altalena dei mercati finanziari, lo scorso 15 ottobre, il Consiglio dei Ministri ha varato il Disegno di legge “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019 – 2021” e il Decreto legge “Disposizioni urgenti in materia fiscale, semplificazione amministrativa e per esigenze indifferibili”. Introducendo lo schema di legge di bilancio, il ministro Giovanni Tria ha dichiarato: ”Non soltanto abbiamo messo in Bilancio più fondi ma abbiamo creato gli strumenti affinché tali fondi si traducano in investimenti efficienti in tempi rapidi. Nei tempi prescritti, è stata varata questa legge di bilancio che riflette la manovra di politica economica che era stata illustrata, in senso qualitativo e quantitativo, nella Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza”[1]. Con questo importante passaggio istituzionale, il Governo ha dato conferma a quanto anticipato nelle scorse settimane, rendendo ancora più aspro il confronto con i vertici europei. Una manovra di tipo espansivo e a carattere redistributivo la battezzano i suoi fautori, mentre al contrario, un abominio per il futuro dei conti pubblici e per il peso del debito, la bollano i suoi detrattori. Il testo definitivo approvato dal Consiglio dei Ministri prevede:

 -Reddito di cittadinanza.

Il cavallo di battaglia del MoVimento 5 Stelle viene concepito come misura universalistica di sostegno al reddito, per tutti quei cittadini che abbiano un reddito mensile inferiore ai 780 euro, sarà erogato tale importo o un integrazione per arrivare a tale cifra. La manovra finanziaria, che in queste settimane dovrà affrontare il regolare iter parlamentare per diventare legge, nelle disposizioni varate dal Governo, prevede lo stanziamento di circa 9 miliardi di euro per far partire questa misura, e solo ed esclusivamente quando sarà completata la riforma dei centri per l’impiego (per la quale è stato stanziato 1 ulteriore miliardo di euro). Dalla primavera del 2019, quindi, i disoccupati e i lavoratori che percepiscono uno stipendio di livello inferiore alla soglia di povertà, come quantificata dall’Istat, beneficeranno di un sussidio integrativo mensile fino al raggiungimento della soglia reddituale minima. Per chi vive da solo l’importo minimo è quello suddetto, per poi salire a seconda del numero di componenti del nucleo familiare, secondo quanto illustrato nel seguente schema:

  • 2 componenti (genitore solo): 1.014€;
  • 2 componenti: 1.170€;
  • 3 componenti (genitore solo): 1.248€;
  • 3 componenti: 1.404€;
  • 4 componenti (genitore solo): 1.482€;
  • 4 componenti: 1.630€;
  • 5 componenti (genitore solo): 1.716€;
  • 5 componenti: 1.872€.

È importante ricordare che 780 € è l’importo massimo che verrà corrisposto dallo Stato a coloro che soddisfano i requisiti richiesti.

Il presupposto di base, infatti, è che nessun cittadino possa vivere con meno di questo livello di reddito mensilmente; per questo motivo coloro che percepiscono un reddito da lavoro, ma inferiore a questa soglia, riceveranno non l’intero importo del reddito di cittadinanza ma una sola integrazione fino al raggiungimento della cifra suddetta. In sostanza, i 780 euro mensili (9.360€ l’anno) andrebbero versati integralmente ai soli disoccupati, mentre coloro che pur avendo un reddito si trovassero al di sotto della soglia dei 780 euro avrebbero diritto alla somma necessaria (che dovrebbe essere erogata su carta Bancomat) al raggiungimento di tale soglia. A poter beneficiare di questo nuovo diritto, come si legge nella Legge di Bilancio, saranno i maggiorenni residenti in Italia da almeno 5 anni, disoccupati o inoccupati. Viene disposto specificamente che questa misura sarà riconosciuta solamente a coloro che – considerando reddito e patrimonio – si trovano in una condizione di povertà. Nel dettaglio, l’intenzione sembra essere quella di alzare la soglia Isee(indicatore della situazione economica) prevista dall’attuale REI (6.000€) portandolo a circa 8.000€. Per quanto concerne l’aspetto patrimoniale, ad esempio, potrebbe essere stabilita la possibilità di essere esclusi a coloro che hanno la casa di proprietà. Ma per questi aspetti bisognerà attendere il passaggio in Aula della Manovra.

Importante sottolineare che il reddito di cittadinanza non è concepito come mera misura assistenziale; per ottenere il contributo mensile, infatti, il beneficiario dovrà sottoscrivere un accordo con il centro per l’impiego accettando di frequentare dei corsi di formazione (intesi come veri e propri corsi di qualifica professionale), e di partecipare per 8 ore a settimana a dei lavori socialmente utili e di accettare almeno una delle tre offerte di lavoro che gli verranno presentate; in caso di mancato rispetto di questi obblighi si perde il diritto al reddito di cittadinanza. Ragion per cui, se si desidera che lo strumento di sostegno al reddito faccia breccia nel sistema perseguendo il suo vero fine, non si potrà prescindere dalla riorganizzazione dei centri per l’impiego, che per vari motivi hanno smesso di adempiere al loro compito negli ultimi decenni. Ecco perché il reddito di cittadinanza sarà avviato solamente una volta che i centri per l’impiego saranno pronti per assolvere la funzione a cui sono chiamati 8 mila dipendenti dislocati sul territorio nazionale, dovranno trovare un massimo di tre offerte di lavoro entro un arco di tempo prestabilito ad una platea di circa 6 milioni di persone, un arduo compito da portare a termine visto lo stato attuale delle cose. Ecco giustificato il miliardo di euro a disposizione con cui si provvederà ad attuare un nuovo piano assunzioni di personale da inserire all’interno dei centri per l’impiego; allo stesso tempo ci sarà l’unificazione delle banche dati della domanda e dell’offerta di lavoro, alla quale si affiancherà poi un rinnovamento dei locali e delle infrastrutture. Dai tre 3 ai 4 mesi, il tempo stimato per il potenziamento dei Centri per l’impiego, e quindi, la nuova misura per la lotta alla povertà, che in tutto e per tutto sostituirà il Reddito di Inclusione (REI), non sarà esecutiva prima di marzo-aprile 2019[2].

Per scongiurare un effetto boomerang in termini di partecipazione attiva alla ricerca del lavoro, il programma della misura fortemente voluta dai 5 stelle, prevede che il beneficiario perda il diritto all’erogazione del reddito di cittadinanza al verificarsi di una delle seguenti condizioni: non ottempera agli obblighi di cui all’articolo 11 della presente legge (“fornire disponibilità al lavoro presso i centri per l’impiego territorialmente competenti e accreditarsi sul sistema informatico nazionale per l’impiego”); sostiene più di tre colloqui di selezione con palese volontà di ottenere esito negativo, accertata e dichiarata dal responsabile del centro per l’impiego; rifiuta nell’arco di tempo riferito al periodo di disoccupazione, più di tre proposte di impiego ritenute congrue (a Palazzo Chigi si sta valutando la possibilità di regionalizzare tali proposte di lavoro, modulandole sulla base del criterio della distribuzione geografica), giacché ottenute grazie ai colloqui avvenuti tramite il centro per l’impiego o le strutture preposte; qualora a seguito di impiego o reimpiego receda senza giusta causa dal contratto di lavoro, per due volte nel corso dell’anno solare.

-Pensione di cittadinanza

Viene disposto un pavimento per il livello minimo pensionistico; anche in questo caso il criterio è superare la soglia di povertà, e dunque, per ogni pensionato minimo, l’assegno non potrà essere inferiore a 780€, con una differenziazione tra chi è proprietario di un immobile e chi non lo è. Secondo le prime stime, la platea degli interessati sarebbe di circa 4 milioni di persone, di cui 700 mila sarebbero i beneficiari della sola integrazione, raggruppati in 550 mila nuclei familiari[3]. Viene disposto inoltre che, solo se il reddito familiare sarà sotto i 9.360 euro annuali, e non si avranno immobili di valore superiore a 30 mila euro oltre alla casa di abitazione, si potrà godere del sussidio. Ancora, dovrà essere scomputata una quota di affitto simbolica nel momento in cui l’anziano risulti proprietario di una casa. La pensione di cittadinanza spetterà a tutti quei pensionati che percepiscono una pensione minima, un assegno sociale o una pensione di invalidità.

-Flat tax per partite IVA e piccole imprese

Per questo fondamentale capitolo dell’Accordo di Governo, il primo passo sarà l’estensione del regime forfettario, già vigente per le partite Iva con redditi annui fino a 30 mila euro. Il prossimo anno scatterà l’avvio di questo percorso delineato in vari step, e il primo sarà riservato a partite Iva e piccole imprese, con estensione dei ricavi annui a 65 mila euro, e aliquota unica al 15%. Il valore iniziale di questa misura è stimato intorno ai 600 milioni di euro, per poi giungere ad 1,7 miliardi quando sarà a pieno regime. Come desumibile dalla lettura del testo, l’introduzione della flat tax nel 2019 sarà riservata in particolare ai liberi professionisti, agli artigiani e alle piccole imprese e si baserà sull’estensione della soglia reddituale annua, su cui andrà applicata un’aliquota sostitutiva di Irpef e Irap fissa al 15%. Non va poi dimenticata la conferma dell’aliquota ridotta al 5% per le startup, una ulteriore agevolazione che sarà riservata solamente agli unger 35 e agli over 55. Inoltre si prevede la possibilità, tuttavia non ancora confermata, di un’aliquota del 20% per i professionisti e le piccole imprese che guadagnano fino a 100 mila euro annui. Se si volesse simulare un calcolo di quanto dovuto allo Stato con l’introduzione della flat tax nel 2019, bisogna prima di tutto conoscere il coefficiente di redditività in base al proprio codice Ateco. Nel testo si cita esplicitamente una revisione di questi ultimi, ma prendendo come riferimento quelli attuali, ad esempio, il coefficiente di redditività di chi effettua servizi per le imprese è al 78%. Questo significa che il 22% è “forfettario”, includendo dunque le eventuali spese ormai non più scaricabili come nel regime dei minimi. Ragion per cui, l’aliquota del 15%, se la flat tax venisse introdotta oggi, sarebbe applicata sul 78% del reddito annuo. Quindi, se un professionista guadagna 35.000 euro, pagherebbe 4.095 euro di tasse (15% di 27.300, che è a sua volta il risultato del 22% di 35.000 euro). Trattasi di una ipotesi basata su di un calcolo approssimativo e basato sostanzialmente sull’attuale regime. Per i dettagli ufficiali, bisognerà attendere ancora[4].

-Ires al 15%

Si provvede ad una sforbiciata dal 24%, come fissata dalla legge di stabilità del 2016, al 15 %, dell’Imposta sul reddito delle società. È quanto disposto su questo importante capitolo della fiscalità, per le imprese che reinvestiranno gli utili in ricerca e sviluppo, acquisizioni di fattori di produzione e soprattutto in caso di assunzioni stabili. Dunque, l’applicazione della mini-IRES sarà ad ogni modo condizionata all’investimento degli utili, col duplice obiettivo di incentivare l’ammodernamento strutturale delle imprese (acquisto di beni strumentali) e la creazione di nuovi posti di lavoro (nuove assunzioni). Si tratta, in sostanza, di una sorta di alternativa alla Flat tax per gli utili dei soci, dato che l’attuale disegno di riforma fiscale esclude le Srl, Snc e Sas dall’applicazione della tassazione fissa al 15% sui redditi prodotti. Inoltre, alle società di persone e alle ditte individuali in regime contabile semplificato e in regime di cassa, la Manovra dovrebbe introdurre la possibilità di recuperare le perdite di magazzino. Infine, per favorire gli investimenti delle imprese sarà creata una Banca pubblica a garanzia dello Stato, affiancata da un ulteriore rafforzamento del Fondo di garanzia per le iniziative imprenditoriali[5].

-Superamento della legge Fornero

Con questo intervento, il Governo giallo-verde intende procedere all’abrogazione dei limiti di età per i pensionamenti, introducendo la famosa “quota cento”: meccanismo che permetterà di andare in pensione una volta compiuti 62 anni e raggiunti 38 di contributi versati. In tal modo, si raggiunge l’obiettivo di concedere il meritato riposo a chi ha iniziato a lavorare in giovane età, e al contempo, agevolare il necessario ricambio generazionale, tanto nel settore pubblico che in quello privato. Nella misura viene prevista anche una proroga dell’”opzione donna”, dando così la possibilità alle lavoratrici con 58 anni, se dipendenti, o 59 anni, se autonome, e 35 anni di contributi, di maturare l’assegno pensionistico. Quota 100 significa, dunque, riconoscere la possibilità ai lavoratori di uscire prima dal mondo del lavoro, quando la somma tra contributi versati ed età anagrafica fa appunto 100. Ad esempio, se un lavoratore ha versato 36 anni di contributi può lasciare il lavoro all’età di 64 anni, e quindi prima dei 67 anni richiesti nel 2019 dalla legge Fornero per lasciare il lavoro. Rispetto agli attuali requisiti di accesso alla pensione anticipata – nel 2018 con almeno 43 anni di contributi, 43 anni e 3 mesi nel 2019, fino ad arrivare ai 43 anni e 6 mesi dal 2021 in poi – il nuovo meccanismo consente una importantissima riduzione dei requisiti di età, basti pensare che dal 2019, l’accesso alla pensione anticipata sarà garantita con 38 anni di contributi e  62 anni di età[6]. Tra gli altri temi oggetto della Legge di Bilancio varata dal Consiglio dei Ministri, grande enfasi è stata posta anche sul risarcimento per le vittime delle crisi bancarie, attraverso lo stanziamento di un fondo dal valore di 1,5 miliardi, ampliandolo di circa 14 volte rispetto a quello precedentemente istituito dai predecessori. Ancora, in evidenza un piano di rilancio degli investimenti pubblici, con 15 miliardi messi sul piatto in un triennio, soprattutto nel settore nevralgico delle infrastrutture e dell’adeguamento antisismico, ma non solo, giacché in questo delicato ambito, prendono la scena anche i problemi legati all’efficientamento energetico e alla volontà di puntare su nuove forme di intelligenza artificiale e quindi sullo sviluppo delle nuove tecnologie. Seguendo questa logica virtuosa di incremento degli investimenti in settori chiave per la crescita del PIL, l’esecutivo ha disposto una task force per valutare, monitorare e attivare rapidamente i progetti di investimento. Stesso concetto per quanto concerne la qualità della spesa pubblica nel suo complesso: ogni singola voce di uscita dovrà essere analizzata ed efficientata, al fine di eliminare gli sprechi, soprattutto con riduzione di auto blu, voli di Stato e scorte. Ed in questo capitolo rientrano anche le tanto attese sforbiciate alle pensioni d’oro, intese come tali quelle al di sopra dei 4.500€ mensili, in ragione di una forte rimodulazione che si baserà sul principio dell’equità in considerazione dei requisiti effettivamente versati.

Sul capitolo sanità, il Governo intende intervenire per ridurre drasticamente le liste d’attesa, principalmente, ma non solo, stanziando un fondo di 50 milioni per le regioni. Inoltre, con l’istituzione del Centro Unico di Prenotazione (CUP) digitale nazionale, sarà possibile avere visione della data effettiva di prenotazione degli appuntamenti da parte dei cittadini, in modo da cercare di evitare episodi fraudolenti di indebito avanzamento nelle liste d’attesa. Infine, saranno 284 i milioni messi sul tavolo, per i rinnovi contrattuali di tutto il personale del Servizio Sanitario Nazionale e altri 505 milioni saranno dirottati verso le Regioni per le spese farmaceutiche. Sul versante scuola, sono previsti nella manovra cospicue risorse per una profonda riformai della formazione tecnica e per incentivare gli studi professionali, in modo da spingere nella direzione di una maggiore preparazione al mercato del lavoro nel settore dell’industria e della moda. Questi i punti cardine di una Legge di bilancio che fin dalla sua tappa di partenza, ha da subito innescato l’opposizione delle forze politiche di minoranza in Parlamento, e soprattutto delle istituzioni di vigilanza, sia nazionali che europee; per non parlare delle impennate dello spread, arrivato quasi ai livelli della crisi del nostro debito sovrano del 2011. Addirittura si è giunti al declassamento del rating della nostra economia da parte dell’agenzia Moody’s, che venerdì 19 ottobre, ha portato al ribasso le stime del nostro sistema economico, portando la valutazione da Baa2 a Baa3, ma con outlook stabile. Ha sentenziato in maniera molto severa l’agenzia americana, con un giudizio sulla credibilità nazionale che ci conduce a un passo dal livello “spazzatura”.

Unica nota positiva, proprio la stabilità dell’outlook, grazie ad alcuni punti di forza del sistema italiano, quali ad esempio: un’economia molto ampia e diversificata; la presenza sul territorio nazionale di alcune aziende di grandi dimensioni e molto competitive; il riscontro di ingenti avanzi delle partite correnti; un insieme di investimenti internazionali, nel Paese, ben bilanciato. Inoltre, ci viene riconosciuto un alto livello di ricchezza, che determina un importante e sicuro cuscinetto contro i potenziali shock futuri e anche una fonte di finanziamento per il governo. Inoltre, si evince dal comunicato dell’agenzia americana, un seppur lieve ma concreto apprezzamento per il piano di investimenti pubblici, in termini di effetto benefico sul PIL, a condizione però che le procedure messe in campo accelerino davvero l’apertura dei cantieri. Anche la riforma fiscale potrebbe incentivare la nascita di posti di lavoro, e dunque, una crescita dell’economia nel suo complesso. Attualmente l’Italia combina elevate aliquote fiscali con una bassa raccolta di entrate a causa di molte deduzioni ed esenzioni, oltre all’annoso problema dell’evasione. Dunque, secondo Moody’s, la Flat tax sarebbe un passo in avanti positivo. Ma il Fondo Monetario Internazionale e l’Ocse, insieme alla stessa Confindustria, hanno evidenziato che, una riduzione delle imposte dirette andrebbe logicamente compensata con incrementi di altre tasse, preferibilmente legate al consumo, le quali garantirebbero un gettito duraturo e credibile ad un paese, come l’Italia, fortemente indebitato. Tuttavia, la ragione madre che ha portato al downgrade di Moody’s, è stata determinata dal “cambio concreto della strategia di bilancio” con un deficit che si pronostica essere significativamente più elevato rispetto a quanto atteso[7]. Gli americani ritengono essere di tipo “strutturale” e difficili da invertire le nuove spese che il governo italiano mette in campo, in particolare per quanto attiene al reddito di cittadinanza, la riforma dei centri per l’impiego e lo smantellamento della legge Fornero sulle pensioni che, secondo gli economisti a stelle e strisce, e non solo, metterebbe a dura prova la sostenibilità del sistema previdenziale. Secondo i calcoli della suddetta agenzia di rating, queste tre misure, da sole, costeranno uno 0,8% del PIL per ognuno dei prossimi tre anni, mentre un altro 0,7% sarà bruciato in seguito al mancato aumento dell’IVA; inoltre, a gravare intorno allo 0,2 e lo 0,3 per cento, saranno gli investimenti pubblici previsti in aumento.

Ma non è finita, perché il vero punto dolente della manovra, secondo Moody’s, sarà la debole crescita nel medio periodo, determinata dalla “mancanza di una coerente agenda di riforme”[8] insussistente per controbilanciare le maggiori spese con una crescita robusta, determinando una performance mediocre della nostra economia in prospettiva futura. A chiusura del quadro, l’agenzia americana denuncia una forte ritrosia della politica italiana alla realizzazione di riforme chiave per sbloccare l’economia del Paese, interventi da troppo tempo attesi, quali ad esempio: lo snellimento e la semplificazione della pubblica amministrazione; l’accelerazione dei processi in sede civile; il rilancio delle strutture Universitarie; riforma del sistema istituzionale, al fine di renderlo più stabile ed efficiente. In questo scenario da circolo vizioso, in cui alle maggiori spese si accompagna un’effimera crescita e le riforme strutturali tardano ad arrivare, l’Italia rischia di confermare il debito pubblico al 130% del PIL, con prospettive di incremento che in maniera nefasta potrebbero abbattersi sui rendimenti dei titoli di stato, facendo perdere ancor di più là credibilità del sistema paese di fronte agli investitori. In tal modo, il Bel Paese sarà ancora più esposto a possibili shock da fattori esterni, come ad esempio il caro petrolio e la per nulla sopita guerra dei dazi scatenata recentemente dal Presidente americano Donald Trump. Un ulteriore crescita del debito, dunque, metterebbe ancora di più in difficoltà gli italiani nell’accesso ai mercati del credito, rendendo più dura la possibilità di collocare in vendita i titoli di stato. Scenario questo per niente incoraggiante, visto che l’Italia deve rimborsare già nel 2019, titoli a medio e lungo termine per un valore di 200 miliardi. Ancora con ulteriore preoccupazione, Moody’s ha osservato e valutato le forti tensioni che si sono scatenate tra l’esecutivo giallo-verde e la Commissione europea a Bruxelles, fino al punto da spingersi a temere una possibile uscita dalla moneta unica da parte dell’Italia.

Nonostante le continue smentite dei due leader della maggioranza, e le ripetute rassicurazioni di voler rimanere ancorati al progetto europeo, resta un clima istituzionale che desta forti preoccupazioni. Tutto ciò è visibile con le ripercussioni che in questi ultimi giorni si sono abbattute sullo spread, che ha raggiunto i 320 punti base, e a  maggior ragione, ora che la Manovra Italiana è stata bocciata ufficialmente dalla Commissione europea e inizia ad aleggiare lo spettro di una procedura di infrazione. Il tutto, condito dall’attesa di un altro giudizio sull’economia nazionale che verrà pubblicato venerdì prossimo, da parte dell’agenzia di rating Standard & Poor’ s[9].

 

[1] Governo Italiano, Presidenza del Consiglio dei Ministri. Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n.23, 15 ottobre 2018.

Disponibile qui:

[2] Simone Micocci, Reddito di cittadinanza in legge di Bilancio 2019: date, importi e come funziona, 16 ottobre 2019.

Disponibile qui: https://www.money.it/reddito-cittadinanza-come-funziona-date-importi

[3] Andrea Bassi, Pensioni di cittadinanza, l’assegno minimo di 780€ solo a 700 mila anziani, giovedì 18 ottobre 2018.

Disponibile qui: https://www.ilmessaggero.it/politica/reddito_di_cittadinanza_ultime_novita_anziani_requisiti-4046461.html

[4] Daniela Sforza, Flat tax 2019 e partite IVA: scaglioni 5%, 15% e 20%. Quanto si paga?, sabato 20 ottobre 2018.

Disponibile qui:

[5] Giuseppe Guarasci, Aliquota IRES 2019, riduzione di nove punti per chi investe e assume, martedì 16 ottobre 2018.

Disponibile qui: https://www.informazionefiscale.it/aliquota-ires-2019-novità-riduzione-investimenti-assunzioni

[6] Alessandra Losito, Pensioni 2019, quota 100: cos’è e come funziona, calcolo e requisiti, martedì 23 ottobre 2018.

Disponibile qui:

[7] F.Q., Rating, l’agenzia Moody’s taglia quello dell’Italia, ma l’outlook rimane stabile, sabato 20 ottobre 2018.

Disponibile qui: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/10/20/rating-lagenzia-moodys-taglia-quello-dellitalia-ma-loutlook-rimane-stabile-matteo-salvini-il-governo-va-avanti/4706207/

[8] Alb. Ma., Moody’s declassa l’Italia a Baa3 con outlook stabile. Pesano strategia di bilancio e debito, venerdì 19 ottobre.

Disponibile qui: https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-10-19/moody-s-declassa-l-italia-baa3-l-outlook-resta-stabile-190307.shtml?uuid=AE03AQSG

[9] Aldo Fontanarosa, Moody’s taglia il rating. L’Italia declassata a Baa3: “Il deficit aumenterà molto mentre l’economia non decollerà”, venerdì 21 ottobre 2018.

Disponibile qui: https://www.repubblica.it/economia/2018/10/19/news/moody_s_taglia_il_rating_dell_italia-209434861/

Fonte immagine: https://www.italiaoggi.it/news/aste-collocati-6-miliardi-bot-a-un-anno-rendimento-raddoppiato-201810101139328742

Luigi Pone

Luigi Pone, nato a Napoli il 6/10/1985. Laurea specialistica in Scienze della pubblica amministrazione, con voti 110 e lode. Tesi di Laurea in Giustizia Costituzionale italiana e comparata. Titolo Tesi: "La Corte Costituzionale garante della legge elettorale; riforma della Carta e implicazioni sul sistema di giustizia costituzionale. Area di interesse: politica economica. Interessi: politica e attualità, evoluzione del diritto costituzionale e del sistema di diritto amministrativo in chiave nazionale ed europea. Lavoro attuale: consulente commerciale presso azienda di noleggio apparecchiature informatiche. Obiettivi futuri: lavorare nella pubblica amministrazione nazionale o locale.

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