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L’utilizzo dello spazio extra-atmosferico a fini commerciali: la nuova “space race”

Poco più di 50 anni fa, il 20 luglio 1969, lo sbarco del primo uomo sulla Luna apriva la strada a curiosità, opportunità e interrogativi. Fino a poco prima di allora la sola idea di poter esplorare lo spazio appariva una fantasia irrazionale e impossibile, ma quel “piccolo passo per l’uomo, grande passo per l’umanità” ci ha anche posti di fronte ad una questione estremamente “umana” e pratica che ha segnato la nostra storia fin dalle prime scoperte geografiche: a chi deve appartenere tutto ciò che diventa finalmente possibile raggiungere?

A decenni di distanza, con una situazione geopolitica, economica e tecnologica profondamente mutata, l’interesse per l’esplorazione del cosmo continua ad influenzare l’evoluzione del diritto, sia a livello internazionale che nazionale. Prima di esaminare i concetti legali base che governano il diritto internazionale dello spazio e le sue principali applicazioni, è necessario delineare le tappe principali nella storia dell’esplorazione extraterrestre.[1]

Tappe storiche e prime basi giuridiche

Durante la guerra fredda, mentre Stati Uniti e Unione Sovietica si fronteggiavano a livello militare, politico, economico e mediatico, il clima di tensione e crisi venutosi a creare rendeva estremamente astratto, quasi al limite della fantasia, l’idea stessa della conquista dello spazio.

Questa visione mutò radicalmente a partire dal 4 ottobre 1957, quando l’ex Unione Sovietica riuscì a lanciare in orbita una sfera di metallo del diametro di poco meno di 60 centimetri, segnando un primato rispetto alla rivale statunitense e portando per la prima volta la questione dal piano della fantascienza a quello della politica internazionale, con non poca preoccupazione degli alleati del blocco occidentale. A partire da quella che viene ricordata come la “crisi dello Sputnik”,[2] molti stati sentirono la necessità di creare un sistema uniforme che permettesse di esplorare e studiare lo spazio, soprattutto definendo cosa fosse concesso o non concesso fare al di fuori del globo terrestre.

Fu così che le Nazioni Unite crearono una Commissione sull’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico (Committee on the Peaceful Uses of Outer Space, o COPUOUS), il cui obiettivo era di stabilire e assicurare che le scoperte da questo derivanti potessero essere usate soltanto per scopi pacifici, nonché di regolare le controversie che sarebbero potute sorgere in questa materia.

Nel 1957 la commissione portò alla firma del Trattato sullo spazio extra atmosferico (Outer Space Treaty) che gettò le basi del diritto aerospaziale e che oggi vede partecipare più di un centinaio di stati in tutto il mondo ( motivo per il quale viene spesso definito la “Magna Charta dello spazio”).[3]

Scopo del trattato in questione è quello di proibire il posizionamento di armi nucleari nello spazio e di limitare l’utilizzo della Luna e degli altri corpi celesti a soli scopi pacifici, oltre a stabilire che lo spazio deve essere esplorato e utilizzato liberamente da tutte le nazioni, ma nessuna di queste può reclamare la propria sovranità su nessuno di questi corpi (quest’ultimo principio veniva già applicato nel diritto delle acque internazionali).

Entro la fine del 1979 si erano già aggiunti altri quattro trattati:

  • Accordo sul soccorso (1968): ha creato un obbligo in capo agli Stati di fornire assistenza agli astronauti e di compiere tutti i passaggi possibili e necessari in caso di emergenza.
  • Convenzione sulla responsabilità (1972): che delinea alcune considerazioni sulla natura degli oggetti (satelliti) lanciati in orbita e sulla responsabilità degli Stati nel caso in cui questi siano causa di danni o di perdita di vite umane
  • Convenzione sulle registrazioni (1975): concepita come uno strumento per tenere traccia di tutti gli oggetti lanciati nello spazio, soprattutto allo scopo di evitare che i detriti aerospaziali colpiscano e danneggino altri equipaggiamenti o entrino nella traiettoria della Stazione Spaziale Internazionale.
  • Trattato sulla Luna (1979): che tenta di chiarire alcune imprecisioni del Trattato sullo spazio extra-atmosferico fornisce maggiori dettagli sui diritti di proprietà e di sfruttamento della luna e di tutti gli altri corpi celesti del sistema solare (ad eccezione degli oggetti che entrano nell’atmosfera terrestre, come i meteoriti). L’efficacia di questo trattato è tuttavia limitata dal fatto che è stato firmato soltanto da 16 nazioni, nessuna delle quali rappresenta uno degli attori principali nella corsa all’esplorazione spaziale.

Il fatto che da allora non siano più stati firmati nuovi accordi sottolinea la singolarità e l’importanza critica di un corpo di leggi che, creato in meno di due decenni, continua ad avere fortissime implicazioni anche a cinquant’anni di distanza.

Se l’interesse alla corsa allo spazio oggi ha in parte perso la sfumatura ideologica di strumento per affermare la supremazia tecnologica ed economica di uno stato a livello mondiale, d’altro canto continua a crescere l’interesse verso settori come quello del trasporto aerospaziale, del posizionamento di satelliti per scopi militari o commerciali, dello sfruttamento delle risorse presenti su altri pianeti e asteroidi, la ricerca di pianeti abitabili su cui creare colonie terrestri. 

L’utilizzo dello spazio a scopi commerciali

Uno dei momenti che hanno recentemente segnato la storia di questa nuova “corsa allo spazio” è stato senz’altro il lancio del razzo Falcon Heavy di SpaceX (compagnia di proprietà di Elon Musk),[4] che ha portato un manichino al volante di una auto sportiva – una Tesla Roadster – a “guidare” in orbita attorno al Pianeta, non senza sollevare una lunga serie di quesiti giuridici.[5]

Prima ancora di diventare il set di campagne pubblicitarie destinate a passare alla storia, le opportunità dello spazio extraterrestre avevano già attratto gli investimenti privati di pionieri della nuova space economy tra i quali si annoverano, altre al fondatore di Tesla, anche Jeff Bezos (fondatore di Amazon e proprietario della compagnia aerospaziale Blue Origin)[6] e Richard Branson (proprietario di Virgin Airlines e di Virgin Galactic)[7].

Al momento della firma dell’Outer Space Treaty, i principali attori coinvolti nelle trattative non ritennero di dover dare spazio a soggetti privati interessati a investire e operare nel settore dell’esplorazione spaziale: se da un lato il regime comunista dell’Unione Sovietica non ammetteva alcun intervento ulteriore rispetto a quello operato dallo Stato, dall’altro gli Stati Uniti, al tempo, non avevano nessuna particolare società interessata a questo tipo di intervento, ma prevedevano tuttavia che un settore del genere avrebbe potuto un giorno essere obiettivo di investimenti anche da parte di privati. Il compromesso fu raggiunto ammettendo l’esercizio di attività nello spazio da parte di enti non governativi, ma specificando che queste richiedevano l’autorizzazione e la continua supervisione dello Stato membro del trattato in cui l’ente non governativo aveva sede. 

Si veniva dunque a creare una responsabilità piena e di livello internazionale in capo agli Stati, a prescindere dal fatto che l’attività di esplorazione fosse portata avanti da enti governativi o non governativi (art. 6).

Oltre a ciò, a differenza di altri trattati sulle res communes (acque internazionali, spazio aereo, Antartide), il trattato sullo spazio extra-atmosferico si limita a una breve esposizione di principi, espressi peraltro in termini molto generali. Per fornire un esempio, l’art. 9 del trattato proibisce espressamente le attività aventi “conseguenze pericolose” (harmful consequences), ma non chiarisce in alcun modo cosa si debba intendere esattamente per “pericolose”. A questo va aggiunto anche il fatto che, per quanto la responsabilità delle attività svolte nello spazio da privati enti e cittadini sia espressamente riferita in capo agli Stati, l’estensione del concetto di “activities” non è ulteriormente specificato, né da una definizione, né attraverso un elenco.

Di conseguenza, è controverso se e in quale modo tali principi siano in grado di coprire le attività che potranno verosimilmente essere proposte in un prossimo futuro da società private dalle risorse miliardarie.

Un accentramento come quello sopra indicato, abbinato ad una simile situazione di incertezza del diritto, rischia di bloccare gli investimenti in questo campo, o viceversa di trasformare la corsa allo spazio in un moderno Far West.

La questione è tornata al centro dell’attenzione con l’approvazione, sotto la presidenza Obama del 2015, del Commercial Space Launch Competitiveness Act (meglio noto come SPACE Act), e successivamente con l’American Space Commerce Free Enterprise Act del 2017.  Mentre il primo ha l’obiettivo di limitare le barriere imposte allo sviluppo di una esplorazione da parte di privati per scopi commerciali che sia sostenibile, sicura e certa, il secondo mira a rendere più trasparenti ed efficaci le procedure di autorizzazione e controllo gestite dal governo statunitense.

La legge del 2017 in particolare (che pure non è ancora stata approvata dalla Camera dei rappresentanti) contiene numerosi punti volti a mettere in discussione la concezione tradizionale dei principi del diritto aerospaziale fino ad ora fissati. Lo spazio non è più classificato come bene comune, e non tutti i vincoli che il diritto internazionale imputa agli stati membri (in questo caso gli USA) devono necessariamente ricadere sulle compagnie statunitensi.[8]

Lo sfruttamento delle risorse minerarie

Tra i vari tipi di utilizzi commerciali contemplabili, uno fra quelli potenzialmente più remunerativi è legato all’attività di estrazione delle risorse minerarie presenti sulla luna e su molti asteroidi (soprattutto lantanidi, elementi molto rari sulla terra e di ampio utilizzo nell’industria di computer e smartphone e in quella delle apparecchiature tecnologiche del settore medico).[9]  Le principali società attrici in questo campo sono Planetary Resources e Deep Space Industries, entrambe compagnie battenti bandiera statunitense che beneficerebbero notevolmente dell’applicazione del Free Enterprise Act del 2017.

Ma allo stato attuale delle cose, può l’attività di space mining essere considerata legale nel quadro del Trattato sullo spazio extra-atmosferico e degli accordi che ad esso sono seguiti?

Mentre l’art. 2 trattato sullo spazio extra-atmosferico proibisce esplicitamente l’appropriazione della luna e di altri corpi celesti, non è chiaro se tale disposizione debba essere applicata anche alle risorse che vi si possono trovare. 

Prima di ottenere la rilevanza mediatica dovuta agli interventi legislativi statunitensi del 2015 e 2017, la questione era già stata affrontata dall’International Institute of Space Law nel 2009. In una dichiarazione concernente alcuni chiarimenti sui diritti di proprietà relativi al terreno lunare, l’Istituto aveva auspicato la creazione di uno specifico regime regolamentare per lo sfruttamento delle risorse extraterrestri, da sviluppare attraverso l’intervento delle Nazioni Unite. Tale regime, stando a quanto riportato nel documento, dovrebbe servire l’obiettivo di preservare lo spazio “a beneficio dell’esplorazione e dell’utilizzo da parte tutta l’umanità, non soltanto di quegli Stati ed enti privati che ne sono attualmente in grado”.[10]

Tornato a pronunciarsi sulla questione dopo la firma dello SPACE Act, l’Istituto aveva poi ammesso che solamente il trattato sulla Luna del 1979, e non il Trattato sullo spazio extra atmosferico, proibisce esplicitamente l’appropriazione di risorse naturali provenienti da corpi celesti. Tuttavia – prosegue poi – il fatto che questo ultimo trattato abbia ottenuto la ratifica di solo sedici Stati e non possa essere considerato una consuetudine internazionale sembra permettere, di fatto, quanto previsto nella legge proposta dagli Stati Uniti.

Riconoscendo in questa circostanza un non liquet, sarebbe conseguentemente possibile applicare il principio delineato nel celebre caso Lotus[11] (tutto ciò che non è proibito dal diritto internazionale è permesso). Tuttavia, come sottolineano alcuni studiosi, il principio di non appropriazione dovrebbe costituire la premessa per mettere in pratica altri principi già delineati dal diritto internazionale e pacificamente accettati dagli Stati, primi fra tutti la libertà di esplorazione e la preservazione dello spazio per scopi pacifici.[12]

Conclusione

Lo sviluppo degli strumenti legali per la regolamentazione della attività di esplorazione e utilizzo del cosmo non ha seguito uno schema costante. Nonostante siano passati oltre quarant’anni dall’introduzione dell’Outer Space Treaty, attualmente nell’agenda della COPUOUS non sono presenti né proposte di emendamento né una bozza per un nuovo trattato. I principi della “Magna Charta dello spazio” erano stati formulati con l’obiettivo di essere aperti ed espandibili sulla base dell’evoluzione tecnologica e sulle nuove opportunità e necessità aperte nel progresso dell’umanità.

La libertà di usare lo spazio extra-atmosferico, compresi la luna e gli altri corpi celesti, costituisce la logica controparte dell’assenza di una sovranità territoriale appartenente agli Stati, e da questa dipende strettamente. Ne consegue dunque che né l’applicazione né interpretazione di tali principi dovrebbe comportare la sovversione, limitazione o la confusione degli obiettivi da essi delineati.

Allo stesso tempo, si comprende l’esigenza degli Stati di intervenire per fornire una maggiore certezza del diritto e favorire così una maggiore e più mirata collocazione di investimenti da parte da parte dei pionieri della space economy.

Come sarà possibile far incontrare queste due anime della nuova “corsa all’oro”, è una questione che rimane ancora aperta.

[1] E. Corduas, “Le leggi dello spazio e una potenziale conquista di Marte”, Febbraio 2018 disponibile a: https://www.iusinitinere.it/la-legge-dello-spazio-la-conquista-marte-7571/amp

[2] R.D. Launius, “Sputnik and the Origins of the Space Age”, Febbraio 2015, disponibile a:

[3]  Trattato sui principi che governano le attività degli Stati in materia di esplorazione ed utilizzazione dello spazio extra-atmosferico compresa la Luna e gli altri corpi celesti, 610 U.N.T.S. 205 (1967), disponibile in lingua originale a: .

[4] SpaceX, https://www.spacex.com.

[5] S.A. Mirmina, “Elon Musk’s ‘Starman’: Is it Really Legal for Billionaires to Launch Their Roadsters into Space?”, Aprile 2018, disponibile a: https://blog.harvardlawreview.org/elon-musks-starman-is-it-really-legal-for-billionaires-to-launch-their-roadsters-into-space/.

[6] Blue Origin, https://www.blueorigin.com.

[7] Virgin Galactic, https://www.virgingalactic.com.

[8] L. Hao, F. Tronchetti, “The American Space Commerce Free Enterprise Act of 2017: The Latest Step in Regulating the Space Resources Utilization Industry or Something More?”, in Space Policy vol. 47, 1-6, Febbraio 2019, disponibile a:

[9] Jet Propulsion Laboratory, California Institute of Technology, The Lunar Gold Rush: How Moon Mining Could Work, infografica disponibile a:

[10] International Institute of Space Law, “Statement by the IISL Board of Directors on claims to lunar property rights”, Marzo 2009, .

[11] France v. Turkey, Settembre 1927, Permanent Court of International Justice, P.C.I.J. (ser. A) No. 10 (1927).

[12] F. Tronchetti, “The non-appropriation principle under attack: using article ii of the outer space treaty in its defence”, Maggio 2007, disponibile a:

Marianna Riedo

Classe 1996, frequenta l’ultimo anno di  Giurisprudenza presso l’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna. Da tempo interessata al rapporto fra diritto e nuove tecnologie e desiderosa di approfondire questa tematica con un periodo di studio all’estero, ha deciso di trascorrere un semestre di exchange in Australia. Qui ha frequentato la UTS: University of Technology Sydney, dove ha seguito corsi inerenti a materie quali proprietà intellettuale, informatica e innovazione imprenditoriale. Attualmente si trova in Estonia, dove collabora con il ruolo di Research Trainee presso l’IT Law Programme dell’Università di Tartu. Nel febbraio 2017 ha iniziato a collaborare con ELSA Bologna (the European Law Students’s Association) per poi assumere la guida dell’area Attività Accademiche in qualità di Vicepresidente e, infine, arrivare a ricopre il ruolo di Presidente. È Senior Associate Editor della University of Bologna Law Review, realtà con la quale collabora dal 2016.

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