sabato, Maggio 25, 2024
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Non autosufficienza: rischio da assicurare collettivamente

La possibilità di assicurare collettivamente il rischio di diventare non autosufficienti può essere una soluzione efficace ed efficiente per mitigare questo rischio che molte famiglie (4 milioni nel 2019) stanno amaramente conoscendo. Un tema, derivante da un grande problema, ancora poco noto ma che deve essere affrontato. Iniziamo esplorando il contesto italiano in cui questo rischio è immerso per finire con la soluzione proposta: la copertura collettiva del rischio di diventare non autosufficienti.

In Italia da diversi anni lo scenario demografico è sempre lo stesso e continua a seguire il trend previsto. D’altronde l’andamento demografico di una popolazione è prevedibile e raramente subisce shock.

Perché l’andamento demografico è prevedibile? Perché, per esempio, in Italia nel 1964 sono nati 1.035.207 bambini. Cosa succederà nel tempo a quei bambini, al netto di guerre o pandemie, lo sappiamo già. Quei bambini, tendenzialmente, cresceranno, diventeranno adulti, poi anziani e moriranno. È inevitabile, sarebbe ingenuo stupirsi che questo non succeda e sarebbe ancora più ingenuo non tenerlo in considerazione solo perché la vecchiaia dei neonati nel 1964 è ancora lontana nel tempo.

Data questa assunzione, che ritengo incontrovertibile, osserviamo qualche altro aspetto dello scenario demografico italiano.

La speranza di vita continua a crescere, di anno in anno. Senza fare confronti troppo lontani nel tempo nel 2008 l’aspettativa di vita in media era di 81.7 anni e nel 2018 di 83.4 anni. In dieci anni si può ambire a vivere quasi due anni in più!

Quindi da questo trend vediamo che si vive di più e si invecchia con più semplicità.

Quindi, se si invecchia di più, possiamo dire che, per esempio, tanti dei nati nel 1964 potranno ambire a diventare nonni.

A questo punto introduciamo l’elemento più variabile in un andamento demografico. La variabile su cui la politica può agire per far variare l’andamento demografico. La fertilità. Abbiamo detto che nel prossimo futuro avremo tantissimi nonni quindi possiamo chiederci se nello stesso orizzonte temporale prevediamo di fare abbastanza nipoti per tenere compagnia a questo esercito di nonni ultra ottantenni.

Purtroppo no, guardando al recente passato vediamo che nascono pochissimi bambini e ne nascono sempre di meno. Infatti se osserviamo l’andamento del tasso di fertilità ci accorgiamo che in 10 anni è sceso dell’11%, passando da 1.45 a 1.29 figli medi per donna. Questo significa che facciamo sempre meno figli! Questo non è un andamento incontrovertibile come la crescita dei neonati del 1964 perché la natalità è una variabile su cui si può agire, sostenendo le famiglie per esempio, ed eventuali azioni politiche spiegano i risultati anche nel breve periodo.

Quindi dato l’aumento degli anziani e la diminuzione dei neonati sembrerebbe proprio che la popolazione italiana stia invecchiando.

A conferma di questa tesi possiamo osservare il trend della quota percentuale degli ultra ottantenni in italia e vediamo un evidente trend crescente. In dieci anni gli ultra ottantenni da essere il 5.5% della popolazioni nel 2008 sono diventati il 7.2% nel 2018.

Concludendo questa premessa possiamo affermare che siamo una popolazione anziana e che invecchia di anno in anno. Questo non dovrebbe stupirci dato che i dati mostrano da anni e in modo evidente questo andamento. La demografia si muove lentamente. Conosciamo in modo abbastanza certo il corso della vita dei già nati. La grande variabile su cui si può agire è il numero dei nuovi nati perché politiche importanti volte a sostenere la famiglia potrebbero far cambiare rapidamente il tasso di fertilità della popolazione.

Tutta questa premessa per arrivare ad una conclusione.

Il numero di anziani cresce di anno in anno e quelli che consideriamo anziani hanno di anno in anno un’età più avanzata.

Questa è senz’altro una bella notizia ma ci costringe a fare una osservazione più profonda.

Più anziani e più ultraottantenni significa, purtroppo, anche un’incidenza più grande di malattie gravi che talvolta possono condurre alla perdita dell’autosufficienza.

Inoltre il progresso scientifico permette, per disgrazia o per fortuna, ai malati non autosufficienti di vivere molti anni dall’insorgere della non autosufficienza.

Un dato, nel 2019 erano 4 milioni le famiglie con un familiare non autosufficiente.

L’anno scorso 4 milioni di famiglie avevano un familiare non autosufficiente, cosa significa? Di cosa parliamo effettivamente? 

Parliamo dei nostri nonni (lo scrivente ha 26 anni), dei nostri nonni che in età avanzata diventano, per sventurati motivi, non autosufficienti cioè non riescono più a svolgere autonomamente 3 delle 4 attività elementari: mangiare, camminare, lavarsi e vestirsi.

I nostri nonni non autosufficienti oggi sono aiutati da nuclei familiari numerosi e uniti. Sono aiutati dalle loro pensioni e dai redditi dei figli. Sono aiutati dal welfare state che, anche se si sta contraendo, riesce ancora a dare una mano. In tale scenario, una non autosufficienza è comunque una catastrofe dal punto di vista umano ed economico. Senza dubbio.

La non autosufficienza è faticosa e dispendiosa per il malato e per i cari. Curare il caro non autosufficiente a casa è molto impegnativo. Basti pensare ai costi per una badante che deve accudire il malato o per l’infermiera che lo assiste clinicamente.

Ora ripensiamo alla lunga premessa fatta sullo scenario demografico italiano e sforziamoci a pensare cosa accadrà quando lo scrivente sarà anziano e diventerà non autosufficiente o ancora prima quando i neonati nel 1964, i miei genitori, diventeranno anziani. 

Presumibilmente, nel prossimo futuro ci saranno molti più anziani che potrebbero diventare non autosufficienti ma che in media avranno meno figli di quelli che avevano le generazioni precedenti. Le famiglie saranno meno numerose e meno unite (penso semplicemente al fatto che oggi per lavoro ci si sposta spesso dal luogo di nascita e quindi dalla famiglia). Le pensioni pubbliche saranno misere. Il welfare state striminzito. In questo scenario ben peggiore di quello descritto precedentemente una non autosufficienza sarà inimmaginabilmente costosa e lo sarà sempre di più col passare delle generazioni.

Il costo sociale che le non autosufficienze provocheranno è una priorità, oggi. Probabilmente era una priorità già ieri. Dobbiamo prendere necessariamente le dovute precauzioni. 

Una precauzione potrebbe essere una copertura assicurativa già ampiamente diffusa oltralpe, la Long Term Care.

Con Long Term Care intendo una copertura che copre economicamente, per un lungo periodo, il rischio di diventare non autosufficienti, per esempio garantendo una rendita vitalizia in caso di insorgenza della non autosufficienza. Questa soluzione potrebbe aiutare il malato e la sua famiglia a far fronte agli innumerevoli costi che la sventurata condizione impone.

Questa copertura si attiva quando il soggetto assicurato diventa non autosufficiente quando cioè non riesce autonomamente a badare a 3 delle 4 attività elementari: mangiare, camminare, lavarsi e vestirsi. Questa è solamente una delle definizioni di non autosufficienza, ce ne sono molte altre più precise e complesse ma questa è sicuramente una delle più chiare e semplici.

In Italia la Long Term Care è una copertura che conosciamo poco, poco diffusa e con un nome complicato. Nonostante protegga da un rischio di cui purtroppo sempre più famiglie stanno conoscendo a proprie spese la gravosità.

In Germania e in Francia, per esempio, questo tipo di copertura è già ampiamente diffusa ed è obbligatoria. Perché obbligatoria? Perché ci si è resi consapevoli che il costo sociale di un autosufficienza è enorme, soprattutto in un contesto demografico non in equilibrio. 

Se ora decidessimo di informarci a riguardo magari andando a fare qualche preventivo, nei pochi istituti di credito e assicurazioni che offrono tale garanzia, ci accorgeremo tristemente di un fatto: la Long Term Care è molto costosa (circa 700 euro l’anno) e viene offerta soltanto a persone completamente in salute.

Questo significa che oggi sono assicurabili soltanto le poche persone che conoscono questa copertura. Inoltre dati i costi e le sue caratteristiche, dei pochi che la conoscono risultano assicurabili soltanto le persone facoltose ed in salute: probabilmente le persone che meno hanno bisogno di questo tipo di copertura.

L’opportunità, secondo lo scrivente, è di offrire la possibilità di assicurare collettivamente il rischio di diventare non autosufficienti. L’effetto mutualistico amplierà enormemente la platea assicurabile e diminuirà i costi.

Con effetto mutualistico intendo la condivisione del rischio tra la collettività che sottoscrive la copertura.

La proposta che avanzo in questa sede è quella di iniziare ad offrire tale copertura in forma collettiva. Nel prossimo futuro può essere necessario anche dovere sottoscrivere la Long Term Care in modo obbligatorio, per esempio a livello regionale. In questo modo il costo della garanzia scenderebbe tantissimo, diventando accessibile a tutti. 

Collettivizzando il rischio il costo puro della garanzia sarebbe di pochi euro l’anno.

Oggi non accade perché le compagnie assicurative private hanno l’obiettivo di massimizzare il profitto minimizzando i rischi, come faremmo noi d’altronde se dovessimo gestire la nostra compagnia assicurativa. Quindi succede quello che sta succedendo oggi in Italia: la Long Term Care è una copertura sconosciuta, poche assicurazioni la offrono, ed offerta ad una platea molto ridotta, perché costosa e selettiva.

Lo Stato dovrebbe però avere a cuore la salute pubblica e impegnarsi a rimediare al costo sociale che le non autosufficienze imporranno.

Purtroppo sempre più persone stanno conoscendo il rischio di diventare non autosufficienti ed è importante, fondamentale, trovare il modo di coprire questo rischio. Offrire la possibilità di assicurare collettivamente il rischio di diventare non autosufficienti è una possibile soluzione: rende il costo irrisorio e allarga enormemente la platea assicurabile.

Concludo ribadendo che è necessario creare consapevolezza sul tema e dare l’opportunità di assicurare collettivamente il rischio di diventare non autosufficienti garantendo così la riduzione dei costi, l’ampliamento della platea assicurabile e la gestione di un futuro costo sociale.

Riccardo Caramini

Riccardo Caramini nasce a Roma nel 1993. Dopo la laurea in Scienze Aziendali nel 2015 presso La Sapienza di Roma e il diploma in conservatorio nel 2016, nel 2018 si laurea con lode in finanza ed assicurazioni presso La Sapienza di Roma, specializzandosi nel comparto assicurativo. Dal 2018 ha deciso di collaborare con Ius in Itinere perché, citando Seneca nelle Epistulae ad Lucilium, «… nessuna cosa mi darà letizia, benché straordinaria e vantaggiosa, se la dovrò sapere unicamente per me. Se la sapienza mi fosse donata con questa clausola, affinché la tenga chiusa e non la diffonda, rinuncerei ...»

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