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Crimea: l’ONU denuncia gravi violazioni dei diritti umani commesse dalla Russia

Il 25 settembre 2017 l’OHCHR (Office of the Unite Nations High Commissioner for Human Rights) ha pubblicato un rapporto in merito alla situazione dei diritti umani nella Repubblica autonoma della Crimea e nella città di Sebastopoli, “temporaneamente occupate” dalla Russia, denunciando gravi e frequenti violazioni dei diritti fondamentali.

La Crimea è diventata “formalmente” parte della Federazione Russa nel marzo 2014, a seguito del referendum sull’autodeterminazione tenutosi il 16 marzo, vinto con una maggioranza bulgara (97%) dai filorussi, e con il Trattato di adesione, firmato il 18 marzo.
La comunità internazionale, in risposta all’azione, o meglio, “invasione” russa, si è schierata al fianco dell’Ucraina: con la risoluzione 68/262 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha affermato l’integrità territoriale dello stato ucraino e non ha riconosciuto come legalmente valido il referendum, considerando, dunque, la penisola della Crimea illegalmente occupata dalle forze russe.

Il report, che copre un lasso di tempo piuttosto ampio (dal 22 febbraio 2014 al 12 settembre 2017), esamina attentamente lo status dei diritti nei territori occupati.
Come immediata conseguenza del Trattato di adesione tutti i cittadini ucraini residenti permanentemente in Crimea sono stati riconosciuti come cittadini russi (fatta eccezione per alcuni gruppi, tra cui coloro che si sono opposti in forma scritta o altri che non rispettavano alcuni legal criteria necessari ad ottenere la cittadinanza). Dal punto di vista giuridico, l’imposizione coatta e “automatica” della cittadinanza straniera potrebbe essere considerata come una violazione del diritto umanitario, con una lettura estensiva dell’art. 45 della Convenzione internazionale dell’Aja su leggi ed usi della guerra terrestre  (1907), in base al quale è vietato costringere gli abitanti di un territorio occupato a giurare fedeltà al nemico (“It is forbidden to compel the inhabitants of occupied territory to swear allegiance to the hostile Power”); chiaramente costituisce altresì una violazione dei diritti umani, basti pensare all’art. 1 (diritto di autodeterminazione del popoli) del Patto internazionale sui diritti politici e civili (ICCPR): “ All peoples have the right of self-determination. By virtue of that right they freely determine their political status and freely pursue their economic, social and cultural development”.

In secondo luogo, i territori occupati sono divenuti soggetti alla giurisdizione ed alla legislazione russa (dopo un periodo di transizione durato fino al 1° gennaio): cambiamenti che hanno portato ad un evidente indebolimento dell’esercizio delle libertà fondamentali. Per esempio, è stato imposto a ong, organi di stampa e comunità religiose la ri-registrazione secondo le regole procedurali russe, ma, facendo leva su minuzie procedurali, le autorità russe hanno finito con il gestire il diritto a registrarsi in maniera totalmente discrezionale.
Inoltre l’aver imposto il quadro normativo russo costituisce, nuovamente, una violazione del diritto umanitario e, precisamente, dell’art. 64 della Convenzione di Ginevra per la protezione delle persone civili in tempo di guerra (1949) in cui è stabilito che: “la legislazione penale del territorio occupato rimarrà in vigore, salvo nella misura in cui potrà essere abrogata o sospesa dalla Potenza occupante se detta legislazione costituisce una minaccia per la sicurezza di questa Potenza o fosse di ostacolo all’applicazione della presente Convenzione”.

In linea generale, il dato che emerge dalla lettura del report è l’indiscusso peggioramento dei diritti umani in Crimea: la Russia è colpevole non soltanto di aver violato l’integrità territoriale dell’Ucraina, restando sorda dinanzi alle reazioni della comunità internazionali, ma, soprattutto, persiste nella compressione di diritti fondamentali e nella violazione del diritto umanitario nel territorio occupato.

In particolare si segnala la violazione del divieto di tortura ed il mancato rispetto all’integrità fisica e mentale, aggravate dalla reticenza dei tribunali russi ad indagare e punire i colpevoli, incoraggiando un clima di impunità; la soppressione di una serie di libertà fondamentali: la libertà di pensiero, di religione, di stampa.
Coloro che hanno mostrato dissenso, per esempio, sono state vittime di atti di intimidazione, attacchi fisici e/o persecuzioni, talvolta “nascosti” sotto forma di misure giudiziali: illecite perquisizioni di domicilio, adozione di sanzioni e/o misure detentive; in più, le corti russe hanno mostrato l’inclinazione a confermare le azioni, le decisioni e le richieste degli organi d’accusa, senza effettuare un’accurata supervisione.
In merito alla libertà religiosa, protetta dalle carte fondamentali ed oltremodo dalle convenzioni sul diritto umanitario, la Russia ha limitato l’esercizio dei culti, talvolta utilizzando le leggi anti-terrorismo per reprimere le minoranze. Il dato presentato nel report è emblematico: prima dell’occupazione in Crimea c’erano 2.083 organizzazioni religiose e 137 in Sebastopoli; il 4 settembre 2017 risultavano, invece, registrate in Crimea 722 organizzazioni religiose contro le 96 in Sebastopoli. Una delle comunità religiose, quella dei testimoni di Geova, è stata dichiarata illegale dalla Suprema Corte della Federazione Russa perché violava le leggi anti-estremismo.
Anche le libertà di stampa e di pensiero sono state significativamente indebolite: per esempio, diverse frequenze televisive ucraine sono state sostituite da canali russi e l’unica testata giornalistica ucraina, Krymska svetlitsa, è stata vietata.

Insomma, senza doversi dilungare nell’analisi dettagliata dei singoli diritti violati, è chiaro che negli ultimi tre anni la Russia è stata tutt’altro che un’“occupante” gentile, peggiorando la vita dei cittadini in Crimea, sia dal punto di vista dei diritti politici e civili che economici e culturali.

Nelle conclusioni del report sono contenute una serie di speranzose raccomandazioni rivolte ai tre soggetti coinvolti: alla Federazione Russa per ristabilire un quadro normativo compatibile con il diritto internazionale umanitario e dei diritti umani,  all’Ucraina per aiutare nel monitoraggio della situazione in Crimea e cercare soluzioni diplomatiche, e, infine, alla comunità internazionale, per invitare la Russia a cooperare con i meccanismi internazionali e regionali di monitoraggio dei diritti e per ricordare ad entrambi i paesi l’importanza di rispettare gli obblighi di diritto internazionale.

 

Claudia Cantone

Laureata con lode e menzione presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Napoli "Federico II", ha conseguito il dottorato di ricerca in "Internazionalizzazione dei sistemi giuridici e diritti fondamentali" presso l'Università degli Studi della Campania "Luigi Vanvitelli". Durante gli anni di formazione, ha periodi di ricerca all'estero presso l'Università di Nantes (Francia), l'Università di Utrecht (Olanda) e il King's College London (Regno Unito). Avvocato presso lo studio legale "Saccucci & Partners", specializzato nel contenzioso nazionale e internazionale in diritti umani e diritto penale europeo e internazionale. Indirizzo mail: claudia.cantone@gmail.com

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