lunedì, Luglio 22, 2024
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Dark tourism: il fenomeno del turismo dell’orrore

Premessa.

Il dark tourism è un fenomeno complesso, sempre più diffuso nella società odierna. Considerato che la criminologia, e in particolare l’indirizzo psico – sociale, studia anche la reazione sociale alla criminalità, in questo articolo si è deciso di trattare questo fenomeno, inteso come reazione della società di fronte ai delitti che vengono commessi.

Introduzione: cosa si intende per dark tourism.

Il dark tourism o il fenomeno del turismo dell’orrore consiste nella ricerca di quei luoghi in cui si sono consumati tragedie collettive e delitti efferati o di quei contesti in cui gli eventi si sono manifestati in tutta la loro drammaticità. Un riferimento importante per comprendere il fenomeno è la definizione concepita di Philip Stone, secondo cui per dark tourism si intende l’atto di viaggiare e visitare siti associati alla morte, alla sofferenza o a ciò che è apparentemente macabro[1].

Prendendo spunto dagli studi di Miles[2], Stone fece un’importante distinzione tra luoghi associati alla morte o alla sofferenza e luoghi che sono di morte e sofferenza. Per esempio, il campo di concentramento di Auschwitz è un sito di morte, mentre l’US Holocaust Memorial a Washington DC è  un luogo associato alla morte. Inoltre,  nello sviluppo del dark tourism, il tempo viene considerato un fattore decisivo in quanto è il tempo stesso che permette di distinguere un luogo più intriso di mistero e macabro da uno meno tetro. Eventi che sono accaduti in un tempo non troppo lontano, che possono essere riconosciuti dalla popolazione attuale, creano empatia e vicinanza e, quindi, vengono considerati più macabri rispetto a quelli più remoti e lontani.

Gli autori precisano, peraltro, che non esiste un solo tipo di dark tourism, vista la molteplicità dei luoghi dark, ma al suo interno ci sono varie sfumature: alcune più macabre, altre meno[3].

Il continuum del dark tourism.

Secondo Stone, esistono diverse gradazioni di oscurità, per cui ogni forma di dark tourism può essere collocata su un ipotetico continuum. Le forme più «oscure» del turismo coinvolgono luoghi di morte e sofferenza, visitati per motivi perlopiù educativi e in cui l’evento tragico è avvenuto non molto tempo prima; l’intenzione del visitatore è quella di ricercare un’esperienza di «autenticità», distante dagli standard dell’offerta tipica dell’industria culturale turistica. L’altro estremo del continuum coinvolge luoghi associati alla morte e alla sofferenza, visitati per divertimento in un contesto spesso molto turistico e più artificiale, in cui gli eventi proposti riguardano un passato ormai lontano. Due esempi estremi sottesi a questa classificazione sono, da un lato, quello del campo di sterminio nazista e, dall’altro, delle attrazioni come il «London Dungeon», una sorta di luna park in cui vengono inscenati gli eventi più macabri della storia di Londra avvalendosi di attori, effetti speciali e scenografie.

Da un certo punto di vista, forse più che gradazioni di “oscurità”, quelle di Stone potrebbero essere intese come «sfumature di «profondità» dell’esperienza di turismo scelta dai viaggiatori. Per esempio, un crimine come lo sterminio degli ebrei potrebbe attirare l’attenzione di individui interessati a porsi delle domande fondamentali sul concetto di umanità, a commemorare un evento tragico avvenuto e, dunque, a rinsaldare il legame con la propria comunità. In realtà, per descrivere questa esperienza, il termine «oscurità» impiegato in questa scala potrebbe essere fuorviante, poiché carico di significati dissonanti: da un lato, può rievocare qualcosa di «sbagliato» o «morboso», dall’altro può associarsi anche all’idea di una difficile interpretazione o spiegazione dell’evento tragico. In generale, comunque, è stato utilizzato il termine dark in quanto, in questo tipo di fenomeno, si pone l’accento sull’ombra dell’essere umano. Lo stesso include, inoltre, dimensioni misteriose, che prendono forma attorno al limite che separa il vissuto emotivo protetto dalle regole del sentimento[4] dall’aerea della devianza emotiva[5].

Seaton[6], in particolare, ha identificato cinque diverse sfumature del dark tourism:

  1. Assistere alla morte pubblica di una persona (esperienza sempre più rara, nella società contemporanea occidentale);
  2. Visitare luoghi in cui sono avvenute morti individuali o di massa (categoria molto ampia, che include per esempio la visita in un luogo in cui è avvenuto un omicidio in famiglia, ma anche quella a un campo di sterminio);
  3. Recarsi presso lapidi commemorative o luoghi di reclusione;
  4. Vedere rappresentazioni simboliche della morte (per esempio, assistere a una mostra che include armi impiegate per uccidere);
  5. Essere spettatori di ricostruzioni di eventi tragici (per esempio, la rievocazione di alcune battaglie).

Le motivazioni dell’interesse verso il dark tourism.

Per comprendere a fondo l’esperienza del dark tourism, Urry e Larsen  ipotizzano che sia accomunabile al fenomeno del pellegrinaggio, attraverso cui nelle più diverse epoche storiche i viaggiatori hanno percorso lunghi itinerari realizzando una sorta di rito di passaggio. Con la sua partenza, il pellegrino si separa, dal punto di vista sociale e fisico, dai luoghi attorno a cui gravita abitualmente la sua vita; accede a una zona, fuori dallo spazio e dal tempo, in cui le convenzioni sono sospese e dove è possibile fare un’esperienza del sacro; per poi ritornare al luogo di provenienza con una sensazione di crescita o cambiamento. Inoltre, nel viaggio, l’esperienza  dell’ “Altrove” è legata alla capacità di abitare questi luoghi «altri» e di sintonizzarsi con le emozioni che sono in grado di trasmettere, dando forma a quello che Urry ha definito lo «sguardo» del turista. Ogni modalità di rivolgere attenzione ai luoghi che si visitano si interseca con la struttura sociale di cui si è parte, con le aspettative circa l’incontro con il «nuovo», con le modalità e con i codici del sentire che caratterizzano ogni contesto che si attraversa [7]. 

Il sociologo Mike Presdee ha sottolineato[8] come l’avvicinamento alla morte, alla sofferenza, alla violenza  dia la possibilità di vivere delle emozioni represse o di avvicinare dei temi lontani dalla sfera concreta dell’esistenza. Si parla di emozioni represse e temi lontani dalla sfera concreta dell’esistenza in quanto, per l’individuo, il diniego della morte diventa un perno fondamentale , rendendogli possibile la vita in un mondo maestoso e incomprensibile che, se accolto nella sua totalità, finirebbe per paralizzarlo. Ne consegue che l’uomo vive in una condizione di «menzogna vitale», in cui egli si trova a dover negare la propria sorte e a esorcizzare la realtà; l’immagine pressoché stabile di noi stessi, quindi, non sarebbe altro che uno dei baluardi di questo processo di repressione e menzogna. Non solo l’individuo, ma anche molte popolazioni, specialmente quelle occidentali, tendono a negare la morte, o meglio, tendono a rendere il concetto di mortalità sempre più assente dalla loro esistenza.

L’incontro con la morte, nella società attuale, comunque avviene. Ciò accade soprattutto attraverso i media, che cristallizzano alcune tragiche immagini a uso personale dello spettatore; una sorta di memento mori contemporaneo. Laddove, però, le fratture proposte dai media si rivelano eccessive, la sfera dell’immaginario non risulta sufficiente per attribuire loro significato e si insinua il desiderio di vivere, in maniera pubblica e immediata, quel dramma.

Nonostante il tentativo di allontanare il concetto di morte, quindi, quest’ultimo rimane costantemente presente nella nostra cultura, nella religione e nella produzione mediatica  e, probabilmente, è proprio questa repressione e isolamento dal concetto di mortalità che porta una persona al desiderio di ottenere maggiori informazioni su di essa. A volte, si rileva, questo processo avviene proprio grazie alla ricerca di questi luoghi macabri. Quando scegliamo una destinazione di un viaggio, spesso è il nostro mondo interiore che condiziona le nostre scelte. A tal proposito, il professore di psicologia Marvin Zuckerman[9] credeva in un bisogno, diverso per ogni individuo, di sensazioni varie, nuove e complesse, unito all’essere disposto a correre rischi. Egli lo definì come sensation seeking e cioè la necessità di uscire dalla routine e di sentirsi vivi, affrontando ciò che ci fa maggiormente paura, come in questo caso la morte.

Proprio la consapevolezza della morte è il punto di partenza, la motivazione iniziale che spinge l’individuo a ricercare il contatto con questi luoghi. Inoltre, l’essere umano si avvicina  a una dimensione, anche corporea, di liberazione della propria natura terrestre, ritrovando nella tragedia, vissuta in maniera indiretta, una forma di appagamento o più precisamente una sensazione che lo fa sentire più forte e imbattibile.

 

Le emozioni del dark tourism.

L’ambiguità insita nelle sensazioni provate quando ci si avvicina al crimine può essere ricondotta  a quella specifica esperienza emotiva che, nel corso del tempo, seppur con incurvature differenti, è stata distinta in:

  • sublime: il dark tourism è l’ espressione di una fascinazione per l’oscurità. Gli aspetti seduttivi della violenza, quindi, creano una vera e propria aura attrattiva e ambivalente, in grado di portare a sé dei viaggiatori interessati a interagire con i luoghi che custodiscono l’esperienza della morte. Da questa prospettiva, scavando più a fondo nell’«inconscio sociale», si riconduce  il fenomeno del dark tourism all’esperienza emotiva del sublime. La morte, in tutte le sue manifestazioni, costituisce uno degli attivatori più potenti del sentimento del sublime. In linea con questa considerazione, uno dei punti saldi delle riflessioni sviluppate sul tema del dark tourism e sulle emozioni che è in grado di evocare riguarda proprio la morte, cioè l’idea che il fenomeno sia espressione del desiderio umano di mettersi in contatto con questa sfera sublime, incredibile, irraggiungibile e taciuta dell’esistenza[10].
  • perturbante: suscita una sensazione di spaesamento e un tentativo di comprendere destinato a fallire[11].
  • AWE: Rimé [12]si focalizza su mixed emotions definendo lo stato di AWE come l’esito di un sentimento di paura che incontra la sorpresa. Nel caso del crimine , costituisce una porta d’accesso agli altri stati emotivi, una scossa che ci congiunge istantaneamente al senso di mistero.

Il dark tourism si presenta, dunque, come un fenomeno per avvicinare l’uomo anche a una maggiore consapevolezza, al significato della morte che nel mondo occidentale spesso è considerato un taboo, un destino inevitabile da cui irrazionalmente si tenta sempre la fuga. Questo risulta essere importante perché viviamo, infatti, in una società dove i valori morali, il senso d’identità e le tradizioni vengono sempre messi in discussione e dove la morte rimane l’unica certezza che abbiamo. Da questa prospettiva, il fenomeno può costituire un’interessante chiave di lettura per interpretare i mutamenti che interessano la società contemporanea, problematizzando innanzitutto il rapporto tra l’essere umano e la dimensione liminale[13] della morte.

Non a caso, nella società postmoderna, Rojek[14] si riferisce a quella da lui definita come «necromania», indice di una difficoltà della società attuale a concettualizzare il tema della morte in forme «adeguate», che non risultino dunque moralmente inaccettabili. Adottando la prospettiva degli studiosi del dark tourisms, si potrebbe affermare che una delle difficoltà risieda nei processi di mercificazione, che sembrano sfidare di continuo le esperienze liminali, trasformandole e mettendo in discussione gli aspetti autentici, sino a ridurle a beni di consumo. In sintesi, è altrettanto evidente che recentemente il fenomeno abbia assunto delle sfaccettature peculiari, la cui connotazione può dipendere anche dalla conformazione della società contemporanea, in relazione ai processi di mercificazione e alla dilatazione della sfera mediatica.

Il dark tourism come reazione mediatica ai delitti irrisolti.

In particolare, si riporta che quando gli omicidi rimangono irrisolti o sono accerchiati da grande mistero, dove ad essere sotto accusa sono spesso i familiari o comunque persone vicine alla vittima, si crea un continuo rimando al caso ed emerge una insistenza mediatica che si esplica attraverso costanti echi, servizi, articoli ed approfondimenti specifici, che a loro volta alimentano il fenomeno del dark tourism.

Sul punto è possibile riscontrare delle caratteristiche, degli elementi imprescindibili che fanno del delitto irrisolto un caso mediatico, sul quale dilaga la curiosità, l’interesse del pubblico e, quindi, l’audience televisivo. A tal proposito, meritano un approfondimento due dei principali casi mediatici degli ultimi anni, avvenuti in Italia, riguardanti delitti che hanno scosso l’opinione pubblica e rivestito un ruolo fondamentale nella copertura mediatica dal momento in cui si sono verificati, proprio per l’essere casi irrisolti e accerchiati da grande mistero. La scelta ricade su questi due casi in quanto emblemi di un percorso contemporaneo di acquisizione valoriale, presso il pubblico, di questo genere di eventi. Il primo è  il delitto di Cogne del 2002, mentre il secondo è il delitto di Avetrana.

La vicenda di Cogne, ossia il delitto del piccolo Samuele Lenzi, un bambino di appena tre anni assassinato con diciassette colpi sferratigli sulla testa con un misterioso oggetto contundente, ha avuto, fin dai primi giorni successivi alla tragedia, un grosso riscontro mediatico. Non c’è stato un quotidiano che non abbia dato risalto all’evento posizionandolo in prima pagina, non c’è stata una rete televisiva che non gli abbia riservato un servizio speciale. Ebbene, si rileva che, probabilmente, se si fosse individuato fin da subito un colpevole certo, il caos mediatico si sarebbe esaurito in poche settimane, come nei molti casi di infanticidio. L’attenzione su questo caso, invece, si è mantenuto alta. Ciò è dovuto anche, e soprattutto, al fatto che la madre, Annamaria Franzoni, e con lei la sua famiglia, quando i riflettori su di loro si stavano spegnendo per riaccendersi su altri eventi, hanno deciso di andare a ribadire la loro estraneità ai fatti proprio in televisione. Orbene, da dieci anni a questa parte, a seguito della grande potenza mediatica del tragico evento rimasto in parte inspiegabile, la villetta di Montroz, luogo del delitto,  è stata oggetto di flussi continui di soggetti che visitano, scattano una foto o fantasticano su una propria ricostruzione dei fatti accaduti.

A distanza di dieci anni, il dark tourism  ha trovato una nuova meta. Si tratta di Avetrana, situata  in Puglia, nella provincia di Taranto. E’ il caso della piccola Sarah Scazzi, di appena 15 anni, scomparsa il 26 Agosto 2010 e ritrovata cadavere il 6 ottobre, dopo la confessione dello zio Michele Misseri. Anche in questo caso, si rileva come moltissime sono state le persone che hanno deciso di passare la loro domenica nel paesino pugliese, visitando i luoghi teatro dell’omicidio di Sarah Scazzi. Molti sono quelli che ancora oggi vi transitano in cerca di una foto ricordo. Vico II Verdi, via Deledda e contrada Mosca sono i tre luoghi-simbolo del delitto di Sarah Scazzi. Sono, nell’ordine, la casa della vittima, la casa della famiglia Misseri – abitazione dei due presunti assassini e scena del delitto – ed il pozzo dove è stato occultato il cadavere di Sarah. Sono tre luoghi ben saldi nell’immaginario collettivo di chi ha seguito e si è occupato della storia. Sono luoghi che dovrebbero far riflettere le tante persone che vi sono accorse, con un silenzio composto e rispettoso. Eppure, Vico II Verdi, via Deledda e contrada Mosca sono diventate da subito meta di migliaia di persone. Addirittura, sono stati organizzati tour specifici provenienti dalle più disparate città d’Italia per visitare il piccolo paesino pugliese. Tour alimentati principalmente dall’insistenza mediatica sul caso [15]. Lo sgomento e l’incredulità hanno regnato tra tutti e l’ultimo colpo di scena, cioè il coinvolgimento di Sabrina Misseri, cugina di Sarah, ha spiazzato l’attenzione di tutti. A seguito di questo, le forze dell’ordine hanno dovuto transennare la strada di casa Misseri, tentando in questo modo di scoraggiare i dark tourists che nei vari mesi hanno assalito i luoghi del delitto di Avetrana. E’ stata, persino, emessa un’ordinanza del sindaco tramite la quale è stato proibito il flusso di persone nelle cosiddette “zone calde” della vicenda, cercando così di mettere fine a questo pellegrinaggio di curiosi.

In conclusione, alla luce di quanto esposto, si evince che, dunque, le ragioni scatenanti il fenomeno del dark tourism derivano dal ruolo della macchina mediatica, giungendo a trattare i limiti della spettacolarizzazione, anche dal punto di vista etico e valoriale. La rappresentazione dei casi di cronaca nera nei telegiornali e nei programmi televisivi, che coinvolgono il giudizio dell’opinione pubblica nell’indagare sulle circostanze e nel trovare i colpevoli,  viene  tradotta in particolare in una reazione mediatica. Ed è proprio questa reazione mediatica che viene studiata dal punto di vista criminologico, e più nello specifico da quello psico – sociale, proprio poiché viene analizzata come una reazione della società di fronte ai delitti che vengono commessi. Quando di una notizia cominciano ad esserci dei dubbi, dei misteri, delle questioni poco chiare, tipiche dei casi di cronaca nera, l’opinione pubblica, in effetti, reagisce aprendosi al mistero di un omicidio, interrogandosi su chi è stato, su chi è l’assassino; domandandosi il perché è successo, le motivazioni scatenanti l’atto delittuoso.

Da tutto questo, si evince, dunque, che più sono forti questi ingredienti di mistero più si attireranno personalità curiose che alla prima occasione andranno a visitare i dark sites.

 

Fonte dell’immagine: www.pixabay.com

 

[1] P. Stone, A Dark Tourism Spectrum: Towards a Typology of Death and Macabre Related Tourists Sites, Attractions and Exhibitions, in Tourism: An Interdisciplinary International Journal, 2006, cap. 2, pp. 145-160.

[2] W.F.Miles, “Auschwitz: Museum Interpretation and Darker Tourism”, in “Annals of Tourism Research, 2002, 29, 4, pp. 1175-1178.

[3] Ibidem.

[4] Con «regole del sentimento»  s’intendono quelle norme condivise che specificano cosa si ritiene giusto sentire o non sentire in un determinato momento, dal punto di vista dell’adeguatezza clinica (cosa ci si aspetta da un adulto sano), morale e socio-situazionale (cosa è appropriato alla specifica situazione). Queste regole delimiterebbero una zona in cui si è al riparo dalla preoccupazione, dal senso di colpa o dalla vergogna riguardo al sentimento che si prova in una certa situazione e creerebbero uno spazio d’azione dai confini precisi, cui generalmente l’individuo si adegua, esercitando un «lavoro emotivo» di evocazione o soppressione delle proprie emozioni.

[5] P.A. Thoits, Self-Labeling Process IIllness: The role of Emotional Deviance, in American Journal of Sociology, 1990, 91,2,pp. 221-249.

[6] Ibidem.

[7] J. Urry, J.Larsen, The Tourist Gaze 3.0, London, 2011, p. 29.

[8] M. Presdee, Cultural Criminology and the Carnival of Crime, London, Routledge, 2003, p. 33.

[9]M.  Zuckerman, Sensation Seeking And Risky Behaviour and Brain Sciences, 1984, 7, pp. 413-471.

[10] J. Katz, Seductions of Crime: Moral and sensual Attractions in Doing Evil, New York, Basic Books, 1988,  pp. 45-48.

[11] Sigmund Freud  considera il perturbante come una sottocategoria del sublime, che illustra gli aspetti più «oscuri» di questa esperienza emotiva.

[12] B. Rimé,  La dimensione sociale delle emozioni, Bologna, Ed. Il Mulino, 2008, p. 121.

[13]In psicologia l’aggettivo “liminale” si riferisce a quel fatto o fenomeno al livello della soglia della coscienza e della percezione.

[14] C. Rojek, Touring Cultures: Transformations of Travel and Theory, London, Routledge, 1997, pp.53-72.

[15] P. Dorschfeldt, Rassegna italiana di psicopatologia forense, Vol. 18 N. 3, 2013, p. 85.

 

 

 

 

 

Maria Rosaria Razzano

Maria Rosaria Razzano, esperta in scienze forensi Maria Rosaria Razzano nasce a Ostia il 10/02/1991. Si laurea in Psicologia Giuridica presso l'università "La Sapienza" di Roma il 28/11/2016 con una tesi in criminologia dal titolo: "Il ruolo dello psicologo nelle misure alternative alla detenzione". Dopo la laurea decide di svolgere il tirocinio propedeutico all'abilitazione professionale da psicologa presso la Procura  Tribunale per i Minorenni di Roma dove si specializza nell'audizione protetta dei minori. Al termine del tirocinio  decide di collaborare con l'associazione "Donne e politiche familiari" che ha sede presso La Casa Internazionale delle Donne per specializzarsi nella violenza di genere. Per approfondire le materie di suo interesse ha iniziato un Master di II livello Scienze Forensi (criminologia, investigazione, intelligence, security) presso l'università "La Sapienza" di Roma. Ha concluso tale percorso il 16/02/2018 con una tesi in criminologia dal titolo "Minori e sexting" con una votazione 110/110. Nello stesso anno sostiene l'esame di stato di abilitazione alla professione. Dal 28/11/2018 è iscritta all'ordine professionale degli psicologi del Lazio. Dal 2/5/2019 svolge attività di sostegno rivolta ad adolescenti con ritardi cognitivi, autismo e problemi familiari presso una cooperativa sociale che ha sede a Roma. Contatti: sararazzano21@hotmail.it

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