venerdì, Giugno 14, 2024
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Il fenomeno dei suicidi in carcere

A cura di Mariangela De Vecchis

  1. I numeri.

Nel mese di febbraio 2022 il tema dei suicidi in carcere ha dominato numerose testate giornalistiche, cartacee ed online. La situazione, tutt’altro che nuova per le cronache italiane, sembra peggiorata, poiché già nei primi giorni dell’anno si sono registrati «12 suicidi, cioè un suicidio ogni quattro giorni»[1].

In verità, l’Osservatorio Permanente sulle morti in carcere dell’Associazione Antigone evidenzia ormai da molti anni un tasso di suicidi in carcere decisamente al di sopra della media[2]. Inoltre, il fenomeno dei suicidi non riguarda solamente i detenuti, bensì anche gli agenti penitenziari, a dimostrazione di una vita carceraria colma di frustrazione per i ristretti e per chiunque operi all’interno degli istituti penitenziari italiani[3].

Peraltro, il numero complessivo di suicidi è sottostimato: «Se un detenuto cerca di uccidersi nella propria cella, ma muore in ospedale, o in ambulanza, il suo non sempre rientra negli atti suicidali carcerari. Inoltre, l’amministrazione penitenziaria tende a declassificare ad eventi involontari fatti volontari. Tra detenuti esiste la pratica del drogarsi inalando il gas delle bombolette per alimenti. Se un detenuto ci muore, è da considerarsi overdose involontaria o suicidio voluto? L’amministrazione lo considera sempre un atto involontario, ma non di rado si tratta di suicidio vero e proprio»[4].

  1. Le cause.

Come ogni fenomeno correlato alla vita detentiva, di certo, non si può rinvenire la causa in un solo elemento, bensì in una catena multifattoriale di problemi personali e ambientali, il cui culmine è il suicidio[5]. Non incidono solo la violenza che divaga nei confronti dei detenuti dagli altri ristretti oppure dagli agenti penitenziari.

Anzitutto, già l’ingresso in struttura è traumatico per molti neo-detenuti che si trovano davanti ad una architettura austera. Inoltre, l’ambiente interno, troppe volte fatiscente e la totale assenza di manutenzione, rende il carcere un luogo ostico in cui vivere. Si aggiungano anche la frequente assenza di riscaldamento e/o di acqua calda, il grave sovraffollamento, le scarse condizioni igieniche e la scarsità dei prodotti di prima necessità come il detersivo. Infine, la carenza di personale penitenziario e le poche attività sono caratteristiche tipiche di troppi istituti penitenziari italiani. Quello che dovrebbe essere un luogo di rieducazione, è invece una fucina di problemi in costante aumento. Laddove dovrebbe esserci il lavoro risocializzante, la scuola o le attività trattamentali, ci sono invece solitudine e desolazione. Di conseguenza, le fragilità del singolo soggetto ristretto[6] sono inevitabilmente amplificate; pertanto, se è vero che le malattie in carcere si sviluppano più facilmente rispetto al mondo esterno[7], è vero anche che «il mal di carcere» dovuto ad una forte solitudine e alla mancanza di prospettive future aggrava la condizione personale dei detenuti, spianando la strada a volontà suicidarie[8]. «Si uccide chi conosce il proprio destino e ne teme l’ineluttabilità»[9].

Nondimeno, anche la situazione pandemica ha aggravato le condizioni detentive; il Garante dei Detenuti Nazionale ha sottolineato che «il covid ha tolto la vitalità al carcere», riferendosi alla drastica riduzione delle attività, del volontariato, della scuola e di ogni spiraglio di vita “normale” all’interno delle mura del carcere.

Tuttavia, non sempre i suicidi in carcere deriverebbero da una reale determinazione a “farla finita”. Franco La Maestra (ex militante delle Brigate Rosse, detenuto per 12 anni) sostiene che a volte si finge un suicidio per attirare l’attenzione sulle proprie difficoltà quotidiane: “In genere si comincia con atti di autolesionismo, ti tagli, prendi a capocciate il muro. Poi insceni il suicidio. Se ti va bene prendi l’incompatibilità col carcere che può voler dire, per detenuti con pene brevi, uno sconto di pena, un trasferimento in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario, o in comunità. Solo che a quel punto è pericoloso. Sei deperito, puoi avere un mancamento, ti possono cedere le gambe. E allora sei morto[10]. Questo è solo un esempio del ben più grave problema dell’autolesionismo che accumuna, purtroppo, i detenuti di qualsiasi età e ristretti non solo nelle sezioni di Alta Sicurezza, ma anche nelle sezioni comuni. Ancora una volta, si deduce come il disagio dovuto alla quotidianità penitenziaria influisca fortemente sulla tutela della salute -tanto fisica quanto psicologica- in carcere.

  1. I possibili interventi per eliminare il disagio detentivo.

È complesso immaginare quali possano essere dei singoli interventi per arginare il tragico fenomeno appena descritto. Appare quanto mai scontato auspicare una totale riforma della vita detentiva, all’insegna della tutela dei diritti del detenuto e di una vera rieducazione. Peraltro, un numero maggiore di attività risocializzanti creerebbe quelle occasioni utili per la ricostruzione di una vita fuori dal carcere. La speranza, la prospettiva di nuovi orizzonti, potrebbe essere essenziale per quei soggetti che arrivano al suicidio a causa dell’infinita tristezza della mancanza di futuro.

Inoltre, indispensabile sarebbe l’innalzamento di operatori penitenziari per due motivi: anzitutto, un numero maggiore di agenti renderebbe più efficace il controllo sui detenuti. In questo modo, i tentativi suicidari potrebbero essere scoperti in tempi e di conseguenza verrebbero salvate concretamente delle vite. In secondo luogo, un’alta frequenza di ingresso degli psicologi negli istituti penitenziari consentirebbe dei percorsi trattamentali realmente volti alla cura di sindromi depressive ed in generale dei disturbi dei soggetti psicologicamente deboli[11].

Il medesimo scopo potrebbe essere perseguito rafforzando la prevenzione tramite il Servizio Nuovi Giunti, condotto da psicologi esperti di carcere ai sensi dell’art. 80 della L. 354/75. Difatti, i dati raccolti dimostrano come un corretto funzionamento di tale servizio possa essere davvero utile nell’individuare, durante il primo ingresso in carcere, quei soggetti che sono a rischio suicidio perché più fragili[12].

In conclusione, emerge a chiare lettere che la vera emergenza è quella di garantire un sopporto reale, in termini quantitativi e soprattutto qualitativi, a quei soggetti che vivono e lavorano nel carcere.

 

[1] Denuncia del sindacato della Polizia Penitenziaria .

[2] Osservatorio permanente sulle morti in carcere, Associazione Antigone https://www.antigone.it/76-archivio/2254-osservatorio-permanente-sulle-morti-in-carcere.

[3] La frequenza di tali suicidi è tre volte più elevata rispetto alla popolazione generale. V. sul tema “Prevenire il suicidio in carcere. Le linee guida dell’OMS e la realtà italiana”, disponibile qui http://www.triestementalhealth.org/wp-content/uploads/2021/02/prevenire-il-suicidio-in-carcere-linee-oms.pdf.  È noto a tutti coloro che frequentano gli istituti penitenziari, difatti, il problema del burnout degli operatori quali educatori, psicologi e agenti che lavorano in carcere, sebbene queste professioni non siano (per ora) inserite tra quelle usuranti.

[4] Cit. da L. Manconi, in Rv. Il manifesto, 28 maggio 2003.

[5] V. P. Buffa, “Il suicidio in carcere: la categorizzazione del rischio come trappola concettuale ed operativa”, in Rv. Penitenziaria e Criminologica, Gennaio – Aprile 2012. Rileva anche una generale esposizione al rischio suicidio per tutti i detenuti a causa delle condizioni della vita ristretta, come sottolineato nelle già citate linee-guida dell’OMS.

[6] Ed è bene evidenziare che i soggetti fragili in carcere sono la maggior parte della popolazione. Ad esempio, il Sistema Sanitario Nazionale registra (e dunque la percentuale potrebbe essere maggiore) un tasso del 27,94% di tossicodipendenti in carcere.

[7] Invero, secondo uno studio dell’ARS della Toscana del 2014, una percentuale compresa tra il 60 e l’80% della popolazione detenuta è affetta da almeno una patologia (anche non grave), sia a causa delle condizioni di detenzione sia per la difficoltà di assicurare un livello di cura equiparabile a quello garantito all’esterno.

[8] V. “Dossier Morire di Carcere 2002-2003”, in Rv. Ristretti Orizzonti, disponibile qui https://www.conosci.org/wp-content/uploads/2017/01/Dossier-suicidi-appendice-viene-citato-conosci.pdf.

[9] Si veda sul punto, Centro di documentazione Ristretti Orizzonti, disponibile qui http://www.ristretti.it/areestudio/disagio/ricerca/2003/suicidi.htm.

[10] Rassegna Stampa di Ristretti Orizzonti, 26 novembre 2007, disponibile qui http://www.ristretti.it/commenti/2007/novembre/26novembre.htm.

[11] V. “Suicidi in carcere, il Garante: “La tutela della salute psichica sia priorità di tutti”, in Rv. Il Redattore Sociale, disponibile qui https://www.redattoresociale.it/article/notiziario/suicidi_in_carcere_il_garante_la_tutela_della_salute_psichica_sia_priorita_di_tutti_.

[12] V.  G. Terracina, “Il fenomeno suicidario negli istituti penitenziari”, in Rv. Rassegna penitenziaria e criminologica, fascicolo n. 3, 1998 e C. Garuti, “Fattori di rischio suicidario e autolesivo in un gruppo di detenuti presso il “servizio nuovi giunti” della casa circondariale di Ferrara”, in Rv. Psichiatria e psicoterapia, 2012.

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