mercoledì, Giugno 19, 2024
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La criminalità dei colletti bianchi

Il fenomeno corruttivo ha uno scenario di riferimento molto ampio e ciò è dovuto non solo al fatto che si possono dare numerosi significati a questo termine, ma anche perché si presenta in molteplici forme. Per quanto riguarda il significato che esso può assumere, si rileva che accanto alla questione relativa all’individuazione dei comportamenti corruttivi penalmente rilevanti dei colletti bianchi [1] ed alla necessità di stabilire una sorta di “minimo garantito” di criminalizzazione in materia, si pone anche l’esigenza di circoscrivere l’ambito di astratto interesse, legato a tematiche che guardano al fenomeno nella sua valenza economica, politica e sociale. Se sul fronte della rilevanza penale si assiste ad una progressiva affermazione di alcuni elementi qualificanti la “corruzione” come crimine, molto più ampio è il terreno dei temi che ruotano intorno alla corruzione intesa come fenomeno culturale e sociale.

Dopo una lunga incubazione dell’analisi sul capitalismo criminale, si giunge alla svolta analitica di Edwin Sutherland. Sutherland definisce crimine dei colletti bianchi quello «commesso da una persona rispettabile e di alto stato sociale, nel corso della propria occupazione[2]». Tra i crimini più importanti, egli enumera: il falso in bilancio, la manipolazione del mercato azionario, la corruzione di pubblici ufficiali (diretta o indiretta), le false comunicazioni sociali, l’appropriazione indebita di fondi, la distrazione di fondi in amministrazione controllata e fallimentare. Ebbene, a questo punto occorre evidenziare che questi delitti sono difficili da scoprire, per la non presenza di vittime; in caso di corruzione, poi, entrambe le parti possono considerarsi dalla parte del guadagno derivato dall’accordo, entrambe cioè sono passibili di condanna e, perciò, è probabile che nessuno sporga denuncia. Sul punto, il criminologo statunitense sottolinea come molti crimini di questo tipo «anche se scoperti, non vengono trasmessi in tribunale, e sfuggono perciò all’opinione pubblica».

Quella dei colletti bianchi, pertanto, è una categoria criminale sottostimata anche in sede giudiziaria e questo per quattro fondamentali cause:

  1. I magistrati sono portati a considerare questo tipo di criminalità scarsamente verosimile;
  2. La criminalità dei colletti bianchi non è ritenuta pericolosa pubblicamente;
  3. Le vittime degli atti criminali in ambienti altolocati non sono considerate seriamente danneggiate come le vittime di delitti di altro tipo;
  4. I mezzi di informazione tendono a presentare i delitti provenienti dai ceti ricchi con argomenti giustificativi.

Sutherland, quindi, getta le basi per uno studio che non verrà mai più abbandonato, anzi le ricerche degli anni a venire perfezioneranno il modello dei colletti bianchi, adeguandolo a prassi specifiche e ai mutamenti economici, sociali e tecnologici.  Da qui in poi l’indagine criminologica non sarà più diretta ai singoli soggetti o, che dir si voglia, ai singoli colletti bianchi, bensì ad una condotta criminale complessa e strutturata, incardinata all’organizzazione economica dell’impresa.

Volendo, pertanto, analizzare il progredire dell’analisi criminologica dei colletti bianchi, si riporta che il primo a porre tale questione è il criminologo Paul Tappan, che identifica nel concetto di colletti bianchi un particolare limite analitico, l’onnicomprensività, in quanto va a riunire in sé un insieme troppo vasto di condotte criminali, accomunate solo dall’appartenenza del soggetto agente a classi superiori[3].  Nel 1975, Hermann Mannheim propone di assegnare una configurazione autonoma ai delitti compiuti da membri delle classi medio – basse, nell’esercizio di funzioni pubbliche, libere professioni e attività economiche. Si arriva, così, alla separazione analitica tra occupational crime[4]di cui parlava Mannheime corporate crime, il quale definisce un modello criminale particolare, che trae le condizioni della propria esistenza proprio dalla complessità dell’impresa economica e dalla propensione diffusa al conseguimento di guadagni illeciti, dei più alti livelli dirigenziali. Oltre a questa, si ritiene, però, opportuno tracciare un’ulteriore distinzione tra corporate crime, tipico delle imprese, economic crime, il reato economico, e lo state – corporate crime, il reato che deriva dall’interazione tra istituzioni governative e grandi imprese economiche.

Quanto appena descritto rende evidente come l’oggetto di studio, quindi, non riguardi più la criminalità nell’impresa, bensì la criminalità dell’impresa, su cui tra l’altro lo stesso Sutherland aveva ampiamente lavorato, arrivando alla definizione dei più significativi reati specifici.

Tornando all’indagine, l’analisi della criminalità economica si è  a questo punto aperta ad ulteriori concettualizzazioni, soprattutto con l’avvento della globalizzazione, fermo restando che la teoria di Sutherland continua ad essere l’elemento fondante del dibattito sulla criminalità economica. Oggi, in particolare,  la domanda di diversi criminologi è se si possa tracciare una distinzione netta tracrimine dei colletti bianchi e crimine organizzato.

Di crimine organizzato si era già sentito parlare. Già nel 1937, invero, Sutherland annotava che «[il] furto professionale è criminalità organizzata. […] è organizzata nel senso che in esso si possono trovare unità, anche se informale, e reciprocità.» Nel 1949,  è lo stesso criminologo che definisce la criminalità dei colletti bianchi come una forma di crimine organizzato. Dopo la morte dello studioso, c’è stato un breve periodo di stasi, fino agli anni Settanta, quando la ricerca dei nessi tra le due criminalità torna ad essere oggetto di studio e quando, sicuramente, gli sfondi politici ed economici su cui queste analisi si sviluppano rivestono probabilmente una loro importanza.

Tale ricerca ha dato vita a diverse definizioni. Secondo alcuni, tra il crimine dei colletti bianchi e il crimine organizzato esiste una relazione ben definita, in grado di ridisegnare il concetto di crimine organizzato come “reato che è organizzato” piuttosto che come “crimine di stampo mafioso”. Secondo altri, invece, il carattere che più definisce il crimine dei colletti bianchi è proprio l’esistenza di nessi organizzatavi tra i soggetti che compiono il reato. É solo nel 1982 che J. S. Albanese riesce a spiegare le analogie tra i corporate crimes e gli organized crimes e, più precisamente, tra la Lockheed Cpt. e i mood della Cosa Nostra italoamericana. Ciò che emerge, in particolare, è che entrambe le realtà costituiscono delle organizzazioni che necessitano della corruzione per auto-conservarsi: nel primo caso, per vincere la concorrenza, mentre nel secondo caso per proteggere i propri affari. Esse, in sintesi, non sono altro che forme distinte di criminalità di organizzazione.

Dunque, posto quanto detto sopra, con le dovute precauzioni e cautele, si può affermare che i primi a parlare di colletti bianchi, pur senza coniare ancora questa definizione, furono David Morier Evans ed Edwin Hill, molto prima di Sutherland. Nell’opera “Facts, failures and fauds: Revelations, Financial, Mercantile, Criminal”, pubblicata a Londra nel 1858, Murier conduce una prima analisi delle frodi e delle speculazioni finanziarie che, in quegli anni, stavano mettendo a dura prova l’Inghilterra. Hill invece, si porta un po’ più avanti con il suo breve testo “Criminal capitalists”, presentato in una conferenza a Cincinnati nel 1870, indagando, in chiave criminologica, sull’importanza crescente che il delitto nel mondo degli affari andava assumendo.  Se, fino ad allora, le classi «pericolose» erano da individuarsi soprattutto negli strati sociali più bassi della società, con Hills si ha uno stravolgimento di questa visione. Egli, infatti, non solo si domandava, “chi sono questi capitalisti criminali, quali sono i mezzi che usano e come viene impiegato il loro capitale?”, ma cercava anche di dare una risposta alla stessa, spiegando i modi in cui i disonesti di alto rango ordivano i loro affari al riparo dalla legge, godendo contemporaneamente di protezioni significative. Da lì a poco, in effetti, saranno numerosi gli scandali finanziari che colpiranno gli Stati: tra gli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, in Francia scoppierà lo scandalo della Compagnie universelle du canal interocéanique de Panama; in Italia ci sarà quello della Banca Romana. È chiaro, quindi, che il modello delle «classi criminali» inizia a cedere dall’interno e, proprio in Italia, Cesare Lombroso, che per primo aveva sostenuto la tesi delle classi proletarie come la maggior fonte di criminalità, fa un passo indietro, definendo una tipologia di reato riconducibile alla «classe del denaro».

Alla luce di quanto sopra esposto, si può concludere, dunque, che la distanza tra le due sfere, che per prima era stata riconosciuta da Sutherland, tende a ridursi sempre più, anche per effetto delle scoperte giudiziarie e mediatiche nel mondo economico-criminale. Particolare attenzione meritano gli studi del criminologo Jean-Francoise Gayraud e dello storico Jacques de Saint Victor. Secondo loro, il mondo criminale organizzato, dai colletti bianchi alle mafie, relazionandosi attraverso network tende a prepararsi con l’adozione di strategie e modelli di capitalizzazione complessi e fortemente integrati. Si tratta di una linea analitica che tende a provare un nuovo percorso, che viene sintetizzato nell’espressione «crimine organizzato in colletto bianco»[5].

Fonte dell’immagine: www.pixabay.com

[1] Si fa riferimento, soprattutto, agli articoli del codice penale dal 318 al 322-bis c.p.. Per un maggior approfondimento, si veda qui: https://www.iusinitinere.it/disciplina-penale-materia-corruzione-5501.

[2] J.F. Gayraud, C. Ruta, Colletti criminali: l’intreccio perverso tra mafie e finanze, Castelvecchi, 2014, p. XV.

[3] Ivi, p. XII.

[4] Gary S. Green nel 1990 fa una distinzione che riguarda i reati occupazionali distinguendo quattro tipologie: reato occupazionale organizzativo, reato occupazionale delle autorità di Stato, il reato occupazionale professionale e il reato occupazionale individuale.

[5] J.F. Gayraud, C. Ruta, cit, p. XXIV.

Dott.ssa Chiara Caruso

Chiara Caruso è nata a Benevento l'8 febbraio 1993. Si è laureata al corso triennale di Sociologia e Criminologia e ha poi proseguito gli studi nel corso magistrale di Ricerca Sociale Politiche della Sicurezza e Criminalità presso l'Università degli Studi Gabriele D'Annunzio di Chieti. Durante il percorso di laurea triennale ha iniziato un progetto di tesi dove ha strutturato un'analisi statistica sulla corruzione in sanità, progetto conclusosi nel 2019, alla fine del percorso magistrale dove, non solo ha svolto un'analisi comparativa della corruzione nei paesi europei, ma ha avuto anche modo di intervistare Raffaele Cantone, l'allora Presidente dell'ANAC. Attualmente frequenta il master in Human Resources della 24 Business School e collabora per l'area di Criminologia di Ius in Itinere.

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