lunedì, Giugno 17, 2024
Di Robusta Costituzione

La nuova Costituzione cilena ed il rechazo del popolo: la democrazia senza stato sociale è una democrazia incompiuta

La Costituzione cilena ed il rechazo del popolo:  la democrazia senza stato sociale è una democrazia incompiuta

 

La Costituzione cilena attuale è del 1980, redatta sotto il regime del generale Pinochet. La fine del regime autoritario ha posto le basi per la transizione dallo stato autoritario allo stato democratico; tuttavia, il processo costituente per la stesura di una nuova Costituzione iniziato nel 2020 non è giunto ad un epilogo positivo: il progetto di costituzione è stato rifiutato (rechazo)il 4 settembre 2022 ( 61,8% di voti contrari e soltanto il 38, 14% di voti favorevoli). Il Presidente Gabriel Boric ha ammesso la sconfitta e convocato subito i leader dei partiti, al fine di procedere ad un nuovo percorso costituente[1].

SOMMARIO: 1. La Costituzione “di Pinochet” 2. Una transizione democratica in assenza di stato sociale 3. Il contenuto della Costituzione progressista 4. Riflessioni sul “rechazo” della nuova Costituzione cilena 5. Un costituzionalismo senza conflitto

 

“Hasta que la dignidad se haga costumbre”

(Slogan dei manifestanti cileni, 2020)

 

  1. La Costituzione “di Pinochet”

Alcune digressioni storiche sono essenziali al fine di inquadrare correttamente il processo costituente cileno.

L’11 settembre del 1973 il Presidente Salvator Allende, leader socialista che aveva già realizzato un intensivo programma di nazionalizzazioni[2] e dato l’impulso a riforme volte all’attuazione  di diritti sociali,  è stato ucciso: il golpe portò alla dittatura militare del generale Augusto Pinochet. Attraverso il DL. n. 1 dell’11 settembre 1973, il potere militare si autoassegnava il potere costituente[3]: attraverso questo decreto, la Giunta militare attribuiva a se stessa il potere normativo di sostituire le disposizioni costituzionali.

In questo modo, la Costituzione del 1925 venne sostituita del tutto, in assenza di un processo costituente voluto dal popolo. Ciò ha generato dubbi sulla legittimità della Costituzione cilena del 1973, dubbi che si possono sciogliere nella direzione favorevole alla legittimità soltanto facendo riferimento alla concezione schmittiana[4] del potere costituente, che inverte il rapporto causa effetto: non è il popolo ad essere titolare del potere costituente, perché la titolarità non viene attribuita ex ante, ma ex post, perchè appartiene a quel potere che si fa costituente. Con questa tautologia si aggira facilmente il “problema” della titolarità popolare della sovranità, essendo quest’ultima attributo di chi detiene la forza per “farsi sovrano”. Attraverso questa concezione, la Costituzione diviene il mezzo per affermare il potere del sovrano.

La “Costituzione di Pinochet”, infatti, non  fu pensata come il prodotto di un patto sociale al fine di limitare il potere politico, ma come strumento di governo: designava un governo autocratico (che sterminava l’ opposizione) ed un modello economico fortemente liberista. Al problema democratico si aggiungeva l’esasperato modello economico di cui la Costituzione si faceva promotrice: l’economia di mercato venne posta come fondamento dell’ordinamento cileno. Il Cile è stato, infatti, il prototipo della “Rivoluzione conservatrice”[5] con cui l’Occidente ha sperimentato il modello neoliberista: subito dopo il golpe, il governo prese contatto con la scuola di Chicago[6], i cui esponenti suggerirono vaste privatizzazioni e deregolamentazioni. In questo modo si smantellava, di fatto, ogni servizio sociale.

Con queste premesse non è difficile comprendere la resistenza – se non altro, psicologica- ad accettare la legittimità della Costituzione nata dal golpe. Al fine di contrastarla, un gruppo di costituzionalisti (detto “gruppo dei 24”)[7] si riunì con l’obiettivo di produrre un testo costituzionale alternativo, volto a promuovere una costituzione sociale e democratica. Produssero un Memorandum[8], dove venivano individuate sette ragioni principali per respingere la Costituzione del 1980: 1) perché si instaurava un regime politico autocratico e militarista; 2) perché negava il pluralismo ideologico, consentendo alla Corte costituzionale di vietare il diritto di organizzarsi politicamente a chi aveva idee marxiste o che minacciavano la famiglia (art. 8); 3) perché – all’articolo 5 – veniva eliminata la volontà del popolo come fondamento dell’ordine politico; 4) perché era completamente assente una separazione dei poteri; 5) perché la proprietà privata si convertiva in un diritto inviolabile, sul quale il potere pubblico non poteva esercitare diritto alcuno; 6) perché la Costituzione – così redatta- impediva qualsiasi forma di revisione a causa degli elevati quorum richiesti; 7) perché legittimava un regime politico dittatoriale. Il Memorandum si concludeva affermando la necessità di elaborare una costituzione democratica e sociale: due anni dopo ne scaturì un progetto di costituzione che aveva lo scopo di proporsi come guida delle principali riforme costituzionali[9].

La Costituzione del 1980 prevedeva che, attraverso un plebiscito, nel 1988 si sarebbe deciso se Pinochet sarebbe rimasto  per un nuovo mandato come Presidente della Repubblica: al plebiscito il generale perse con il 54,70 % di voti contrari. Nel 1989 si tennero le prime elezioni democratiche ma Pinochet mantenne la carica di comandante supremo delle forze armate fino al 1998, ed in pensione divenne senatore a vita.

Dopo Pinochet iniziò una lenta transizione democratica senza discontinuità con il regime precedente: politicamente, il potere costituito era ancora troppo forte per poter pensare alla rottura dello stesso e all’elaborazione di una nuova costituzione. Si raggiunsero standard democratici minimi che culminarono nel processo di riforme del 2005 (durante il governo di Ricardo Lagos)[10].  L’organizzazione dei poteri e la garanzia dei diritti venne riformata radicalmente; tuttavia, il modello neoliberista venne abbandonato. In particolare, questo modello portò il Cile ad accrescere il PIL, ma ad avere una concentrazione della ricchezza fortemente disuguale.

Alla continuità costituzionale[11] si affiancava, dunque, la continuità del modello economico.

 

  1. Una transizione democratica in assenza di stato sociale

 

Nel 1989, con la caduta del regime di Pinochet  nacque l’esigenza di modificare la Costituzione del 1980, un’esigenza ancora attuale scaturita dall’esigenza di segnare una discontinuità con il regime precedente.

Modificare la Costituzione cilena risponde, dunque, a due macro-problemi: l’uno, di legittimazione democratica, in quanto la Costituzione vigente porta con sé il ricordo di un regime autoritario, nonché parte della sua struttura; l’altro, attinente alla persistenza del modello economico neo-liberista che, di fatto, ha inglobato qualsiasi tentativo, da parte dei governi progressisti di sinistra, di transitare verso un nuovo modello economico.

Se il primo problema, infatti,  porta con sé un vizio di legittimità della Costituzione del 1980, ma che viene superato dall’esercizio in concreto del potere democratico[12], il secondo problema attiene l’essenza della struttura statuale, una struttura assente nella previsione costituzionale e nella realtà. La costituzione vigente impedisce, di fatto e di diritto, una transizione verso un modello economico diverso.

Ancora oggi, infatti, il vero problema sotteso alla richiesta di giustizia sociale da cui sono sorte le proteste del popolo cileno è il modello economico neo- liberista.  Le proteste hanno avuto origine con movimenti studenteschi: la rivoluzione dei pinguini del 2011 era composta da studenti che chiedevano una nuova costituzione volta alla promozione dei diritti sociali[13]. Una protesta che si è fatta sempre più intensa, inglobando vaste fasce della popolazione e che, nel 2019, è esplosa a causa dell’aumento del prezzo del trasporto pubblico di 30 pesos. Il popolo, organizzato in un movimento di protesta – Estallido social -,  è sceso contro l’allora governo di destra guidato da Sebastián Piñera e il sistema economico neoliberista, sotto gli slogan no son 30 pesos, son 30 años”; “Chile fue la cuna del neoliberalismo, Chile será también su tumba”; “Hasta que la dignidad se haga costumbre”[14].

Dalla piazza di Santiago la diffusione si è moltiplicata tanto da comportare, da parte del Presidente Piñera, la dichiarazione dello stato d’emergenza al fine di difendere l’ordine pubblico[15].

I partiti di sinistra hanno dato una svolta istituzionale alle proteste di giustizia sociale, attraverso un accordo tra tutte le forze politiche (ad eccezione del partito comunista) per la Pace ed una nuova costituzione (“Acuerdo por la Paz Social y la Nuev Constitución” ) ed in un  plebiscito[16] che ha eletto un’Assemblea costituente – espressione diretta del popolo cileno- con il compito di elaborare una nuova Costituzione per il Cile.

Si può, in questa prima parte, affermare che l’assetto istituzionale cileno ha dimostrato, nel corso di trenta anni, che l’esercizio democratico dei poteri ha comportato una transazione di fatto ad una democrazia (anche in presenza di una costituzione nata da un regime), ma che la transizione democratica non possa considerarsi completa senza la previsione di uno stato sociale che garantisca i servizi essenziali alle fasce più deboli della popolazione, rendendo effettiva l’uguaglianza sostanziale.

Un cambiamento del modello economico è, dunque, necessario in quanto un modello fortemente liberista accresce le disuguaglianze che esistono di fatto nella società, comportando una democrazia soltanto formale e non una  “igualdad sustantiva[17].

  1. Il contenuto della Costituzione progressista

Il primario obiettivo del processo costituente cileno è stato quello di coinvolgere attivamente il popolo nel processo, come espressione di una forma di democrazia che è stata definita “semi-diretta”[18]:  la Costituente si componeva di diverse commissioni tematiche che dovevano rendere effettiva la partecipazione popolare alle discussioni in corso.

Sono state emanate diverse leggi al fine di garantire una composizione democratica dell’organo costituente: garantendo la parità di genere[19] e la partecipazione dei popoli indigeni[20].

L’articolo 1 del Progetto di Costituzione[21] riassumeva la concezione della visione costituente: “Estado social y democrático de derecho”, “plurinacional, intercultural y ecológico”.

Il progetto di Costituzione conteneva una divisione dei poteri ed  un esteso catalogo dei diritti: il diritto ad una vita degna (art. 33 Cost.); all’integrità fisica, psichica, sessuale e affettiva (art. 21 Cost.); il diritto ad una educazione permanente (art. 35 Cost.); il diritto ad un lavoro dignitoso (art. 46 Cost.); il diritto alla memoria (ex art. 24, co. 5 Cost.); il diritto alla sicurezza informatica (art. 88 Cost.); il diritto all’ozio (art. 91 Cost.); e assicurava i diritti delle categorie più fragili (disabili, donne, bambini, lgbtq).

Il concetto di plurinazionalità e la centralità della questione ambientale erano le vere novità del Progetto di costituzione. In particolare, il  concetto di plurinazionalità attiene al riconoscimento dei popoli indigeni, che costituiscono circa il 13 % della popolazione cilena. Tale concetto, di nuovo conio, ha trovato spazio in numerosi articoli della Costituzione: all’articolo 5 Cost. veniva previsto il riconoscimento della coesistenza di diversi popoli e nazioni all’interno dello Stato; ne veniva garantita l’effettiva partecipazione alle istituzioni (agli articoli 251 Cost. ss. prevede seggi riservati nelle due Camere ai popoli indigeni) nonché nell’effettivo esercizio di plurime identità culturali nella vita quotidiana (art. 108 Cost., co. 6, prevedeva un’assistenza legale specializzata a interpreti interculturali).

La questione ambientale, che trova cittadinanza nella costituzione di Pinochet attraverso una riforma del 1992 ( ove all’art. 27 Cost. prevede che lo Stato ha “l’obbligo di proteggere l’ambiente e le risorse naturali del Paese”), nel nuovo progetto assumeva un’importanza straordinaria. Veniva previsto una Defensoría de la Naturaleza, ex art. 30 Cost., un organo con lo scopo di promuovere e proteggere il diritto all’ambiente, con il potere di avviare azioni costituzionali e legali in caso di violazione del diritto alla naturaleza da parte delle istituzioni statuali (ex art. 149 Cost.). All’articolo 108 veniva promossa l’istituzione di una cd. “Giustizia ambientale”, un’articolazione di tribunali volti alla tutela dei diritti fondamentali dell’ambiente. Anche la sovranità alimentare veniva articolata come una costola del diritto alla naturaleza.

Il modello economico proposto era un’articolazione che supera la concezione di welfare state, dando centralità alla natura, che diviene soggetto di diritto[22]. Il modello di welfare state, rinvenibile all’art. 3 Cost. “è  dovere dello Stato creare le condizioni necessarie e fornire i beni e i servizi per assicurare l’eguale godimento die diritti e l’integrazione delle persone nella vita politica, economica, sociale e culturale per il loro pieno sviluppo”, viene affiancato dal concetto di buen vivir,[23] appartenente alla filosofia che pone in essere equilibrio tra uomo, diritto e natura. Nasce il cd. “caring state[24](lo Stato che si prende cura), uno Stato in cui ciascuno si prende cura dell’altro: lo Stato di ogni membro della comunità, il cittadino dell’altro cittadino, ogni individuo dell’ambiente.

Nonostante la Costituzione fosse la più progressista in assoluto, ponendosi sicuramente in controtendenza rispetto alla Costituzione di Pinochet, e proclamando diritti di ultima generazione, il popolo l’ha bocciata. La domanda è: perché?

  1. Osservazioni sul “rechazo” della nuova Costituzione cilena

Il primo plebiscito che aveva approvato l’inizio del processo costituente si differenzia molto dal plebiscito che ha bocciato l’esito di tale processo[25]. Le ragioni sono molteplici.

In primo luogo, l’obbligatorietà del voto – prevista soltanto per il secondo plebiscito – sicuramente ha coinvolto quella parte della popolazione non desiderosa del cambiamento, che non aveva partecipato alle proteste. Parte della dottrina[26], prima del risultato del plebiscito, aveva già sottolineato come questo processo costituente fosse il desiderio di una parte della popolazione. Il rischio era quello di una “nuova Costituzione dei vincitori” [27], una Costituzione di una “parte della popolazione”, che rifiutava il compromesso.  I partiti di sinistra che si sono fatti portatori del cambiamento non hanno saputo mediare con le altre forze politiche al fine di raggiungere una sintesi; invece, è proprio il c.d. costituzionalismo del compromesso che caratterizza le democrazie pluralistiche.

In secondo luogo, la sfiducia nella classe politica che ha organizzato il processo costituente, una sfiducia che la pandemia – e la relativa gestione- ha alimentato.

Infine, non è da sottovalutare il fatto che il processo costituente cileno sia avvenuto durante l’era di internet: le fake news hanno generato confusione sul progetto costituzionale, una confusione che si è tradotta in una paura per il cambiamento.

Al di là di queste considerazioni di fatto, si vuole, in questo contesto, offrire qualche ulteriore spunto di riflessione.

Si ritiene, infatti, che la bocciatura della Costituzione cilena possa essere letta da due punti di vista, apparentemente antitetici, ma sostanzialmente complementari.

Da un lato, la bocciatura della nuova Costituzione mostra il fallimento, da parte dei partiti di sinistra, di tradurre in realtà la visione del popolo. Il processo costituente è, infatti, prima che un modello giuridico, un fatto politico[28]. Quella parte di popolo che attraverso le proteste chiedeva l’attuazione del welfare state, forse non era pronta ad accettare  in toto un’evoluzione dello stesso così all’avanguardia, una visione omnicomprensiva del rispetto del multiculturalismo, del buen vivir.  D’altronde, un testo di 388 articoli e 57 disposizioni transitorie arriva ai cittadini con meno immediatezza: l’articolazione dei diritti risulta prolissa; la centralità della questione sociale si fonde e con-fonde con la centralità del diritto alla “naturaleza”. Quei cittadini, che chiedevano giustizia sociale contestando principalmente l’assetto neoliberista, non sono stati ascoltati: si sono  trovati dinanzi al testo più progressista in assoluto ma probabilmente scollegato dalle esigenze materiali della popolazione che chiedeva, invece, con chiarezza, uno Stato sociale, senza ulteriori articolazioni filosofiche. In particolare, il progetto di costituzione non comportava la fine del sistema previdenziale privato e del sistema sanitario privato: per questi motivi all’estrema sinistra[29] è sembrata una mera enunciazione di principi, che non avrebbe posto in essere un vero e proprio welfare state.

La sinistra non ha saputo ascoltare il suo elettorato, non è riuscita a presentarsi unita, né è riuscita a mediare con la destra al fine di giungere ad una sintesi costituzionale.

Dall’altro lato, si può osservare che i cittadini difficilmente accettano di buon grado di sostituire “a freddo” la Costituzione, ossia di adottare una nuova Costituzione senza rottura della legalità costituzionale pre-esistente[30]. Volgendo lo sguardo fuori dal Cile, si può osservare come, storicamente, la transizione verso le democrazie pluraliste sia avvenuta attraverso una rottura della legalità costituzionale pre-esistente: l’Italia dopo il fascismo, il Portogallo con la Rivoluzione dei Garofani.

Una transizione senza rottura della legalità è difficile da accettare, anche se il processo costituente è stato “partecipato” dal popolo, ciò non è avvenuto a seguito di un conflitto storico e di un componimento dello stesso[31].  Ancora una volta, la transizione socialista senza lotta, che il Cile di Allende aveva inaugurato, ha bloccato la mobilitazione del popolo guidando i movimenti che partivano dal basso nei canali della legalità. Senza discontinuità, senza la rottura dell’ordine costituito si è impedito ai movimenti che provenivano dal basso di tradurre le proteste in un cambiamento costituzionale che li rispecchiasse. Il tentativo della sinistra di guidare le masse in un processo costituente, bloccando la mobilitazione dal basso, al fine di interrompere il conflitto, è fallito.

Senza conflitto, il popolo è restio ad abbandonare il patto sociale, quella Costituzione che si fa memoria e sentimento, che lega i padri con i figli, in un processo storico continuo. Questa resistenza del popolo ad allontanarsi dalla Costituzione è visibile anche nei casi meno radicali, quando vi sono modifiche sostanziali del patto stesso. Modifiche radicali o la sostituzione della Costituzione sono presenti soltanto dopo il conflitto, come ricomposizione della società. Si pensi, ad esempio, al fallimento del processo costituente europeo: quando in Francia e in Spagna, nei rispettivi procedimenti di ratifica, è stato chiesto al popolo francese e al popolo spagnolo di ratificare una “Costituzione per l’Europa”, il popolo si è espresso sfavorevolmente a tale introduzione.

Questo fenomeno può leggersi come un legame profondo tra il popolo e la Legge fondamentale che spinge il medesimo a rifiutare scostamenti dal modello originario: ciò dimostra una sfiducia sulla capacità della classe politica di proporre una nuova visione dell’assetto costituzionale. Il popolo, consapevolmente o meno, preferisce non allontanarsi dal “patto fondamentale”, ciò è vero financo quando la Costituzione è frutto di un regime autoritario, come quella del generale Pinochet. Una volta che il popolo assimila una Costituzione, diventa difensivo nei confronti della stessa: la Costituzione, una volta posta in essere, contiene in sé lo spirito del popolo, per questo il popolo la difende e preserva. Soltanto il conflitto può portare ad uno stravolgimento dell’assetto costituzionale presente: la ricomposizione avverrà con la ricomposizione dello stesso attraverso la stesura della Costituzione; sia essa una Costituzione dei vincitori  (imposta da una parte della popolazione) o una Costituzione democratica (sintesi ed espressione del pluralismo).

 

  1. Un costituzionalismo senza conflitto

 

La straordinarietà della vicenda costituzionale cilena non può essere isolata dal contesto internazionale[32], laddove si registra il fallimento delle politiche neo-liberiste nell’attuazione della democrazia. L’alternativa  che è stata proposta nei Paesi dell’America latina[33] ed è il c.d. “costituzionalismo ambientale”[34], alternativa seguita anche dalla progetto per una nuova costituzione cilena. L’obiettivo del costituzionalismo è sempre stato quello di garantire i diritti e limitare i poteri, il nuovo costituzionalismo inserisce le tradizionali coordinate del costituzionalismo in un nuovo equilibrio globale, un equilibrio ecologico[35]. Al fine di garantire i diritti e limitare i poteri a livello globale è necessaria una nuova visione di costituzionalismo che include l’equilibrio tra uomo, natura e ambiente.  Ecuador,  Bolivia e Cuba, prima del Cile, hanno attraversato dei momenti costituenti in cui la transizione democratica è sostenuta da una nuova idea politica di fondo: il  c.d. “socialismo del XXI secolo[36]. Per una società più equa e giusta è necessaria una redistribuzione delle risorse ed uno sfruttamento delle stesse “a misura d’uomo”, che avvenga nel rispetto dell’ambiente e dei  diritti  delle generazioni future. Il nuovo socialismo (democratico, ecologico e meticcio)[37] non poteva non trarre linfa dal meticciato culturale[38] presente nell’America Latina in cui, le diverse culture s’incontrano, con processi democratici scaturenti dal basso e volti a promuovere forme di partecipazione diretta alla vita democratica.

Il fine è, appunto, quello di porre le basi per un modello economico alternativo al neoliberismo che, laddove non abolisce del tutto l’idea di sviluppo, si fa promotore di uno sviluppo alternativo a quello occidentale e, in quanto tale, sostenibile. Il “buen vivir” descrive l’idea di una vita in armonia con la natura: ed è nell’equilibrio tra uomo e natura che si salda l’idea politica promossa dal nuovo socialismo con la tutela del neo-costituzionalismo.

Alla base del costituzionalismo ambientale vi è l’idea di fondo che il capitalismo abbia comportato una concentrazione del potere: il modello neoliberista si serve delle costituzioni liberali “classiche” per mantenere il potere. Un potere che esercita attraverso il neo-colonialismo, attraverso lo sfruttamento delle risorse al fine di alimentare la ricchezza di pochi a scapito dell’ambiente e dei popoli più poveri.

A parere di chi scrive il fine del costituzionalismo ambientale è sicuramente lodevole; tuttavia, presenta, per il momento, alcuni vulnera nel mezzo che viene utilizzato al fine di raggiungere l’obiettivo, vulnera che potrebbero minare in radice la funzione stessa del costituzionalismo moderno (che è quella di garantire i diritti e limitare i poteri).

Per comprendere questi vulnera occorre partire dal costituzionalismo moderno, nato con la Rivoluzione  francese e da come questo si sia affermato storicamente: un soggetto storico (la borghesia) si faceva promotore di una nuova visione della società, una società retta dai principi di libertà, fraternità ed uguaglianza[39]. Questa visione della società veniva sorretta e plasmata dalla Costituzione.

Il costituzionalismo ambientale rischia di essere un costituzionalismo irenico[40], perché frutto di un socialismo senza “societas”, la transizione democratica sembra inoltre essere incompleta perché senza “compromesso”.

È senza societas[41] in quanto, per potersi affermare, un’ideologia politica ha bisogno della forza politica di chi lo sostiene, che, unita da principi comuni, si mobilita e si fa costituente al fine di dare attuazione al socialismo; è senza compromesso in quanto la forza politica che lo ha prodotto sembra non aver dialogato a sufficienza con le altre forze sociali.

L’idea del multi-nazionalismo sembra più un’idea calata dall’alto, prodotto di un élite culturale e non può avere la stessa forza delle persone concrete che rivendicano i propri diritti in un processo storico. In questo contesto è esemplificativo l’esempio della Rivoluzione francese: se è vero che quest’ultima ha tratto linfa vitale dalla visione della sovranità popolare di Rousseau, è anche vero che sono stati i rivoluzionari francesi (la borghesia) a farla propria, adattandola ai propri fini e dandole forza attraverso le proprie gambe, a tradurla in storia attraverso le proprie battaglie sfociate nella vittoria rivoluzionaria.

I processi costituzionali odierni sembrano dimenticare che la conquista dei diritti è una conquista storica, non prodotta dall’alto: affinché si affermino i diritti dei popoli indigeni è necessaria una vera e propria lotta dei popoli indigeni per la conquista dei propri diritti; allo stesso modo, affinché si affermino i diritti della classe proletaria o delle classi subalterne, è necessario non interrompere il conflitto incanalandolo in binari istituzionali. La politica “di sinistra” non può farsi promotrice di una visione dello Stato e del Costituzionalismo vista dall’alto: è più che mai tempo di una sinistra che non debba “decidere per il popolo”,  ma è il popolo che deve organizzarsi e generare leader dal basso, affinché sia reale il vincolo rappresentativo delle classi subalterne.

A conclusione, la proposta di Costituzione cilena era talmente tanto progressista da essere una visione irenica, scollegata dalla richiesta del popolo che chiedeva sicuramente la transizione verso uno stato sociale più equo. Il popolo ha preferito la memoria di una Costituzione dall’ombra autoritaria che abbracciare una nuova Costituzione nata dalla “fusione fredda”. Si sarebbe soltanto prodotto, al contrario, l’errore originario: quello di scegliere al posto del popolo, piuttosto che essere il popolo, a farsi costituzione.

 

[1] Un mio ringraziamento, per i preziosi consigli,  all’Avv. Eros Fioroni.

[2] Particolarmente importante fu la nazionalizzazione del rame. Salvator Ellande faceva parte del partito promotore della  rivoluzione socialista attraverso un graduale ed esteso programma di riforme che generò malcontento sia dalla destra conservatrice, sia da parte di quella parte del popolo che chiedeva delle riforme immediate.  A. Guida, Cile: tra retaggi autoritari e democrazia incompleta, in Nuovi Autoritarismi e Democrazie, n. 2/2021, pp. 67- 87.

[3] Chiarando il potere costituente spettasse alla Giunta militare e non al popolo. Sul punto,  E. Aureli, Verso un momento costituente in Cile? In Rivista AIC, n. 4/2020, p. 190; disponibile qui: Rivista AIC – Verso un momento costituente in Cile?.

[4] Così: E. Aureli, op. cit., p. 193;  C. Schmitt, Dottrina della Costituzione (a cura di A. Caracciolo), Giuffrè Editore, Milano, 1984, p. 112 ss. Carl Schmitt specifica che possa farsi potere costituente il re, il popolo, o una parte di esso. Sul punto: “anche l’organizzazione di una minoranza può essere soggetto del potere costituente”,  in quanto “senza appellarsi alla volontà dei cittadini , un’organizzazione stabile può in quanto tale prendere le decisioni politiche fondamentali sulla specie e la forma dell’esistenza politica, cioè dare una Costituzione” (p. 117).

[5] Una sperimentazione che, anni dopo,  diede luogo alla Rivoluzione conservatrice inglese (con Margaret Thatcher) e statunitense (Ronald Reagan). G. Azzariti, Diritto o barbarie, Il costituzionalismo moderno al bivio, Laterza, 2021. p. 148 ss.

[6] Ibidem.

[7] D. Fernández Cañueto, Chile: de la democracia limitada de Pinochet al proceso constituyente de 2020, in Revista de Estudios Políticos, n. 18/2021, pp. 177-207.

[8] Si veda: Manifiesto del Grupo de Estudios Constitucionales en que se invita a generar una Nueva Institucionalidad y Nueva Constitución para Chile (1980);   Proyecto de Constitución Política de la República de Chile (1983).

[9] D. Fernández Cañueto, op. cit., pp. 185 ss.

[10] Tra questi: venne eliminata l’esistenza di senatori designati; venne eliminata l’impossibilità, per il Presidente della Repubblica, di rimuovere il comandante in capo delle forme armate.

[11] A. Guida,  op.cit., n. 2/2021, pp. 67- 87.

[12] M. Olivetti, Il Cile torna sotto i riflettori: un processo costituente in una democrazia consolidata, in federalismi.it, n. 33/2020, EDITORIALE_02122020004511.pdf (federalismi.it): A. Mastromarino, Quando  la costituzione si fa memoria. Perché le piazze cilene chiedono una nuova Costituzione? in DPCE online, n. 1/2021, pp. 821-828, disponibile qui: View of Quando la Costituzione si fa memoria. Perché le piazze cilene chiedono una nuova Costituzione? (dpceonline.it),

[13] F. Fantini, La primavera cilena. Storia della transizione democratica in Cile, Parma, 2021.

[14] Ibidem. Trad. degli slogan: “non sono 30 pesos sono 30 anni”; “il Cile è stato la culla del neoliberismo, il Cile sarà anche la sua tomba”; fino a che la dignità sia l’abitudine”.

[15] Sulla dichiarazione dello Stato d’emergenza e la conseguente violazione dei diritti umani prima dell’accordo per la Pace sociale e l’elaborazione del progetto per una nuova Costituzione cilena, si veda, su questa rivista: J. Saric, Cile: il rapporto ONU denuncia le violazioni sui diritti umani, disponibile qui: Cile: il rapporto ONU denuncia le violazioni dei diritti umani – Ius in itinere.

[16] M. Olivetti, Il  plebiscito  del  25  ottobre 2020,  prima  tappa  del  processo costituente  cileno, in DPCEonline, 27.11.2020, p. 3 ss, Il plebiscito del 25 ottobre 2020, prima tappa del processo costituente cileno | DPCE Online.

[17] Il concetto di “Igualdad sustantiva” è presente, nella prospettata costituzione cilena,  agli articoli 2;  25 co. 2;  161 co. 1; 311 co. 1; 312 co. 1.

[18] S. Bagni, Era un gioco non era un fuoco. Una lettura del processo costituente cileno alla luce del risultato del plebiscito del 4 settembre 2022, disponibile qui: DPCE Online. In dottrina si è fatto riferimento alle c.d. “costituzioni partecipate” non soltanto per la costituzione cilena, ma per tutte quelle novelle costituzioni (o progetti di costituzione) caratterizzati da un elemento in comune: “in essi la società entra direttamente nel processo di formazione della costituzione e di elaborazione delle sue norme, attraverso procedimenti più o meno formalizzati”: sul punto,  I. M. Lo Presti, Le costituzioni partecipate dell’America andina. Esperienze costituenti  a confronto in vista dell’elezione dell’Assemblea costituente cilena, in Nuove Autonomie n. 1/2021, pp. 205-229, disponibile qui: 1-2021-11.-Lo-Presti.pdf (nuoveautonomie.it).

[19] Ley n° 21.216 de Reforma Constitucional, del 24 marzo 2020.

[20] Prevedendo all’interno della Convenzione Costituzionale 17 seggi a loro riservati- e, successivamente, è stata predisposta anche una commissione apposita – la IX commissione- competente in materia di diritti dei popoli indigeni.

[21] Il testo della proposta di Costituzione cilena è consultabile qui: Texto-Definitivo-CPR-2022-Tapas.pdf (chileconvencion.cl).

[22] All’articolo 18, co. 3, della Costituzione cilena si afferma “ la naturaleza es titular de los derechos reconoscidos en esta Constitucion que le sean aplicables”.

[23] Il buen vivir viene inserito, nella Costituzione cilena, all’art. 8. Sulla concezione filosofica del buen vivir, si veda: J. Estermann, Ecosofía andina: Un paradigma alternativo de convivencia cósmica y de Vivir Bien, in Faia. Vol. II. N° IX-X. AÑO 2013, disponibile qui: Ecosofía andina: Un paradigma alternativo de convivencia cósmica y de Vivir Bien | Biodiversidad en América Latina (biodiversidadla.org).

[24] S. Bagni, Dal Welfare State al Caring State?, in Dallo Stato del bienestar allo Stato del buen vivir. Innovazione e tradizione nel costituzionalismo latino-americano, Filodiritto, Bologna, 2013, pp. 19 ss.

[25] T. Groppi, Il Cile da un “plebiscito” all’altro. Il rechazo del nuovo testo costituzionale nel referendum del 4 settembre 2022, visto dall’Italia, in federalismi.it, n. 23/2022, disponibile qui: Il Cile da un “plebiscito” all’altro. Il rechazo del nuovo testo costituzionale nel referendum del 4 settembre 2022, visto dall’Italia – Editoriale del 07/09/2022 – <b>Tania Groppi</b> (federalismi.it);  R. Iannaccone, “Cronache di una morte annunciata”? L’eredità del processo costituente cileno, in Nomos, n. 2/2022, disponibile qui: Cile-2_2022.pdf (nomos-leattualitaneldiritto.it).

[26] M. Olivetti, , Il Cile torna sotto i riflettori: un processo costituente in una democrazia consolidata, in federalismi.it, n. 33/2020, EDITORIALE_02122020004511.pdf (federalismi.it), p. xv.

[27] Ibidem.

[28] S. Bagni, op. cit., p. 14.

[29]Per una critica sulla proposta di costituzione perchè non ricomprendeva l’attuazione dello stato sociale, si veda: Convención frustró la nueva constitución – Rebelion.

[30] I. M. Lo Presti, op. cit., p. 221 ss.

[31] Sul diritto come conflitto e le diverse composizioni dello stesso, si rimanda a G. Azzariti, Diritto e conflitti, Laterza, Roma-Bari, 2010.

[32] M. Olivetti, Il Cile torna sotto i riflettori: un processo costituente in una democrazia consolidata, in federalismi.it, n. 33/2020, EDITORIALE_02122020004511.pdf (federalismi.it).

[33] Per una visione oltre la Costituzione cilena che abbraccia il neocostituzionalismo dell’America latina, si rimanda a: M. D’Amico, Si può parlare di un “neocostituzionalismo” in America Latina? In Forum Gruppo di Pisa , disponibile qui: Lo Calzo (gruppodipisa.it); S. Baldin, I diritti della natura nelle costituzioni di Ecuador e Bolivia, in Visioni Latino- Americane, n. 10/2014, disponibile qui: Numero_10_gennaio_2014_visioni_latinoamericane (core.ac.uk).

[34] S. Baldin, Novità e criticità del costituzionalismo ecologico nell’area andina, in Tigor: rivista di scienze della comunicazione e di argomentazione giuridica,  A.VI (2014) n. 2, disponibile qui: www.openstarts.units.it.

[35] J. Estermann, op.cit.

[36] T. Piketty, Una breve storia dell’uguaglianza, La nave di Teseo, Milano, 2021, pp. 357 ss.

[37] Ibidem.

[38] M. Olivetti, op. cit., p. xiv.

[39] La  borghesia nella Rivoluzione francese se di diritto raggiunse il potere attraverso la rivoluzione, di fatto ha dovuto fare i conti con una nobiltà che continuava a mantenere il potere. “Nel 1789 la nobiltà francese perde sì, definitivamente, i suoi previlegi fiscali, politici e giurisdizionali, ma manterrà ancora a lungo una posizione sociale privilegiata quale classe possidente”, sul punto T. Piketty, op. cit., p 159.

[40] L’espressione “costituzionalismo irenico” è stato coniato da Massimo Luciani al fine di operare una critica del costituzionalismo multilevel, si veda: M. Luciani, Costituzionalismo irenico e costituzionalismo polemico, in Giurisprudenza costituzionale, 2006, p. 1655 ss.

[41] La societas, nel diritto romano, era un contratto consensuale: i contraenti, sulla base della buona fede, si obbligavano a compiere un’attività o a conferire beni al fine di giungere ad un interesse comune, dividendo utili e perdite.

Flaviana Cerquozzi

Laureata in Giurisprudenza presso l'Università La Sapienza di Roma nel 2023, con una tesi in diritto costituzionale, dal titolo   "La teoria dei controlimiti: la tutela della democrazia sostanziale ad extra", relatore Prof. Gaetano Azzariti, correlatore Prof. Alessandro Somma. E' specializzata in giustizia costituzionale presso l'Università di Pisa, autrice di numerosi articoli divulgativi e scientifici di Diritto Costituzionale. Attualmente svolge la pratica forense presso il Foro di Roma ed è Responsabile diritto costituzionale presso questa rivista. Da luglio 2023 cura la rubrica "DI ROBUSTA COSTITUZIONE" presso Ius in Itinere, che di seguito viene illustrata:

"La nuova rubrica di Ius in Itinere nasce dall’esigenza di riservarsi un momento di critica riflessione sui principi fondativi della nostra convivenza.
Lungi dall'essere "carta morta", gli insegnamenti costituzionali sono sempre vivi: la loro continua divulgazione ed attualizzazione -che questo spazio promuove- ne "irrobustirà" la necessaria conoscenza".
flaviana.cerquozzi@iusinitinere.it

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