lunedì, Aprile 15, 2024
Tax Driver

L’approccio a due pilastri: problemi e soluzioni alla base della riforma del sistema fiscale internazionale

A cura di Stefano Pesiri

 

L’accordo raggiunto ad ottobre 2021 da 137 (dei 140) Stati appartenenti all’Inclusive Framework (“IF”)[1] si propone di fornire una risposta compiuta ai problemi della fiscalità internazionale. Negli ultimi decenni, infatti, il sistema tributario internazionale ha palesato una serie di difficoltà derivanti dall’incapacità dello stesso di intercettare le modalità con cui le imprese della “New Economy”[2] hanno rivoluzionato il modo di fare impresa: queste ultime, facendo della dematerializzazione delle proprie attività lo strumento principale attraverso il quale minimizzare il carico impositivo, hanno determinato un insanabile disallineamento fra il luogo di produzione del reddito e quello in cui effettivamente lo stesso viene tassato. Alla carenza di strumenti normativi idonei a fronteggiare le nuove tendenze evolutive legate all’imprenditoria delle multinazionali, si debbono poi necessariamente aggiungere i problemi connessi alla mancanza di armonizzazione delle imposte indirette: da qui, infatti, discendono ulteriori due fenomeni che, negli ultimi venti anni, hanno minato in maniera sempre più decisa le fondamenta della fiscalità internazionale, fino a sgretolare le certezze su cui il sistema si era sempre retto. Il riferimento, ovviamente, non può che essere all’aggressive tax planning delle multinazionali, le quali hanno sviluppato pratiche sempre più sapienti per ridurre le imposte da pagare (seppur restando entro i limiti di quanto consentito dalle norme di legge) e alla harmful tax competition, dimensione patologica del fenomeno concorrenziale che, se circoscritto entro confini ben definiti, sarebbe del tutto fisiologico, ma che, al contrario, si traduce in una sfrenata corsa alla predisposizione del regime fiscale più favorevole[3].

Il tentativo di proporre una riforma che affronti i problemi sin qui descritti segna, dunque, la definitiva presa di coscienza della necessità di ammodernare il sistema e, al contempo, un primo multilaterale tentativo di risolvere le annose questioni appena elencate. La soluzione proposta dall’Inclusive Framework poggia su quello che viene chiamato “approccio a due Pilastri” (c.d. Two Pillars Approach), in cui il primo pilastro (Pillar One) è diretto in maniera più specifica a rispondere al problema dell’arretratezza del sistema tributario e dunque a ricostituire il binomio fra luogo di produzione della ricchezza e relativa ripartizione dei diritti impositivi, mentre il secondo (Pillar Two) si occupa maggiormente di limitare la competizione fiscale fra Stati e neutralizzare la pianificazione fiscale aggressiva delle multinazionali. In particolare, il Pillar One consta a sua volta di due sottoinsiemi: “Amount A” e “Amount B”. Di questi, l’Amount A è volto a redistribuire il 25% dei taxing rights sui redditi generati dalla multinazionale attraverso la propria attività nelle “market jurisdictions”, cioè in quelle giurisdizioni in cui in base alle regole previste dall’OCSE, si può ravvisare che il gruppo realizzi almeno ricavi pari ad un milione di euro[4]. Tra le regole dettate, le quali variano comunque in base alla tipologia di attività (le c.d. “revenue soucing rules”)[5], assume particolare rilevanza l’introduzione del concetto di “Nexus”, un nuovo criterio volto a rilevare la “presenza digitale significativa dell’impresa” nel territorio dello Stato attraverso criteri imperniati sulla valorizzazione della posizione dell’utente finale, unico elemento difficilmente alterabile delle transazioni che avvengono a distanza. In particolare, il “Nexus” permette di tassare l’impresa che, pur in assenza di insediamenti fisici, esercita regolarmente e continuativamente la propria attività in un determinato territorio, vanificando le tecniche elusive ideate negli anni dalle multinazionali e, allo stesso tempo, garantendo alle autorità uno strumento in grado di affiancare l’istituto della stabile organizzazione, non più in grado di intercettare le risultanze reddituali ascrivibili alle imprese della “Digital Economy”. Ciò che l’OCSE intende inaugurare è, dunque, un processo di svecchiamento del sistema fiscale internazionale, teso a recuperare la corretta ripartizione dei diritti impositivi e a garantire l’osservanza degli stessi pro futuro.

Di notevole importanza è anche l’altro sottoinsieme del Pillar One, il cosiddetto Amount B, diretto a contrastare le sempre più frequenti alterazioni dei prezzi di trasferimento delle transazioni infragruppo, le quali assumono una connotazione particolarmente complessa allorquando coinvolgano la fornitura di servizi digitali. Per questa specifica tipologia di attività, la riforma opta per la preventiva individuazione dell’“ordinary return margin”, cioè del margine di redditività ordinario, ottenuto in ossequio al principio di libera concorrenza attraverso un confronto con la medesima tipologia di operazioni realizzata tra soggetti indipendenti. Pertanto, l’Amount B  vuole essere un primo tentativo di soluzione alla problematica del ricorso agli “intangible assets” e ai servizi digitali come strumento manipolativo del reddito generato dalle varie società appartenenti al gruppo multinazionale, intente a spostare, in maniera tanto artificiosa quanto difficilmente tracciabile, i profitti verso quegli Stati ove il carico impositivo è minore (low-tax jurisdictions).

Il secondo pilastro (Pillar Two), mira invece alla realizzazione di uno degli obbiettivi programmatici che le istituzioni europee ed internazionali hanno imposto negli ultimi anni come assolutamente prioritario: la creazione di un sistema in grado di limitare la pianificazione fiscale aggressiva delle multinazionali e, al contempo, il ricorso incondizionato a pratiche concorrenziali dannose. Lo scopo ultimo è dunque quello di creare un nuovo insieme di regole che obblighi ogni impresa a pagare la dovuta “fair share of taxes”[6]. Tale obbiettivo viene perseguito attraverso tre regole, tra loro interconnesse, di cui l’Income Inclusion Rule (IIR) costituisce regola primaria, e le altre due, l’Undertaxed Payment Rule (UTPR) e la Subject to Tax Rule (STTR), costituiscono invece i complementari meccanismi “di garanzia”[7]. In particolare, l’IIR, focalizzandosi sul livello di tassazione effettivamente scontato dal gruppo (“Effective Tax Rate” o più semplicemente “ETR”) in ogni singola giurisdizione in cui è attivo, e non guardando esclusivamente all’aliquota nominale, introduce una soglia minima di imposte effettive, fissata al 15%, che ogni multinazionale rientrante nella riforma sarà chiamata a pagare[8]. Qualora ciò non dovesse verificarsi, onde evitare che alcuni degli Stati siano tentati dal sottrarsi all’applicazione della riforma, il Pillar Two prevede la possibilità di imporre una forma di tassazione complementare tesa a riportare il gruppo quantomeno al livello minimo di imposizione previsto dalla riforma. I diritti impositivi relativi alla parte di ETR non sufficientemente tassata vengono allocati sulla base di un “top-down approach”: con tale espressione ci si riferisce al fatto che essi vengono concessi allo Stato dove si trova la società che, più di tutte, è vicina all’apice della catena proprietaria del gruppo (dunque generalmente allo Stato dove risiede la capogruppo). È solo nell’ipotesi in cui questo dovesse decidere di sottrarsi all’applicazione della normativa che, seguendo sempre l’andamento della catena appena descritta, i diritti impositivi verrebbero attribuiti ad un altro Stato; attraverso il sistema appena esposto si è dunque inteso stabilire ex ante il meccanismo di ripartizione della potestà impositiva fra gli attori coinvolti, evitando sul nascere il sorgere di possibili conflitti e, allo stesso tempo, tentando di scoraggiare il proliferare di comportamenti difformi, in grado di vanificare gli sforzi collettivi.

In definitiva, la riforma è estremamente innovativa ed ha il pregio di recepire gli input provenienti dalle varie parti coinvolte: da un lato essa segna la definitiva presa di coscienza dei problemi che affliggono la fiscalità internazionale e, dall’altro, rappresenta un primo significativo tentativo di risolverli in maniera compiuta. Se le proposte appena descritte saranno in grado di dare i frutti sperati non è ancora possibile stabilirlo; probabilmente, però, seppur qualche rallentamento sia comunque pronosticabile, è comunque ragionevole ritenere che non dovremo aspettare molto per vedere i primi effetti, anche alla luce dell’ambiziosa timeline prevista per l’entrata in vigore dell’Income Inclusion Rule, fissata ad oggi ad inizio gennaio 2023.

 

 

[1] Trattasi di un gruppo di oltre 135 Stati, i quali si sono posti l’obbiettivo di risolvere, attraverso riforme condivise, i problemi della fiscalità internazionale. Per un approfondimento si rimanda al sito ufficiale dell’OCSE: About – OECD BEPS.

[2] L. Carpentieri, S. Micossi, P. Parascandolo, “Le sfide dell’economia digitale”, Economia Italiana, n. 1/2019, p. 78 e ss.

[3] OCSE (1998), “Harmful tax competition. An emerging global issue”, Parigi. Per una panoramica delle pratiche concorrenziali dannose si veda anche “Tax Battles. The dangerous global Race to The Bottom on Corporate Tax”, Oxfam Policy Paper, 2016.

[4] La soglia viene abbassata a duecentocinquanta mila euro per gli Stati il cui PIL non ecceda I 40 miliardi di euro.

OCSE (2021), “Tax Challenges Arising from Digitalisation – Report on Pillar One Blueprint : Inclusive Framework on BEPS”, Chapter 4, OECD Library,(disponibile al seguente link: 4. Revenue sourcing rules | Tax Challenges Arising from Digitalisation – Report on Pillar One Blueprint : Inclusive Framework on BEPS | OECD iLibrary (oecd-ilibrary.org)) e OCSE (2022), “PILLAR ONE – AMOUNT A: DRAFT MODEL RULES FOR NEXUS AND REVENUE SOURCING”, Public Consultation Document, (disponibile al: Public consultation document: Pillar One – Amount A: Draft Model Rules for Nexus and Revenue Sourcing (oecd.org)).

[5] OCSE (2022), “PILLAR ONE – AMOUNT A: DRAFT MODEL RULES FOR NEXUS AND REVENUE SOURCING”, Public Consultation Document, (disponibile al: Public consultation document: Pillar One – Amount A: Draft Model Rules for Nexus and Revenue Sourcing (oecd.org)).

[6] COMMISSIONE EUROPEA, “Communication from the Commission to the European Parliament and Council: Time to establish a modern, fair and efficient taxation standard for the digital economy”, 2018.

[7] OCSE (2021), “Tax Challenges Arising from the Digitalisation of the Economy – Global Anti-Base Erosion Model Rules (Pillar Two)”, disponibile su: Tax Challenges Arising from the Digitalisation of the Economy – Global Anti-Base Erosion Model Rules (Pillar Two) – OECD.

[8] OCSE (2021), “Overview of the Key operating provisions of the GloBE rules”, OECD Website.

Lascia un commento