sabato, Giugno 15, 2024
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L’accordo sulla Brexit: la fine della prima fase delle negoziazioni

Il percorso di distacco dall’Unione Europea intrapreso dal Regno Unito raggiunge una nuova tappa: in data 8 dicembre arriva l’accordo tra Bruxelles e il primo ministro del paese, Theresa May, che ha posto una svolta definitiva alle sorti del Regno Unito e con esso ai rapporti che lo legano all’ Europa.

Il risultato di oggi è senza dubbio un compromesso. E’ il risultato di lunghi e intensi negoziati tra negoziatori dell’ Ue e il Regno Unito”, afferma il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, parlando della Gran Bretagna come un “amico, un alleato”, e sottolineando la volontà di entrambe le parti nel raggiungimento di un tale “risultato equo”.

Il concetto di compromesso racchiude in sé un duplice significato: da un lato, la cristallizzazione di un patto, di una volontà comune tra due o più soggetti che si solidifica, dall’altra, in senso tecnico, rimanda ad una transazione, ossia alla rinuncia a qualcosa da parte di ciascun interessato, in favore dell’altro. Nel linguaggio politico, infatti, il compromesso rileva come l’esito di un processo di reciproche privazioni e cessioni, in modo da perseguire un fine comune. Ancora, la Prima ministra inglese, commentando tale situazione, l’ha definita come il risultato di un “dare e avere reciproco”, insomma di un pri quo quo , restando in ambito anglosassone.

Ma di quale fine parliamo e soprattutto, di quali rinunce e accettazioni?

Con l’accordo vengono definite le condizioni di uscita del Regno Unito dall’Unione,  che il rapporto diffuso dalla Commissione riporta in modo chiaro : la negoziazione sull’accordo per il ritiro dall’Ue si è concentrato nello specifico su 3 aree:

  1. La protezione dei cittadini europei nel Regno Unito e i cittadini di quest’ultimo nell’Unione;
  2. Il quadro per affrontare le circostanze uniche nell’ Irlanda del Nord;
  3. L’accordo finanziario.

Nella prima questione, relativa ai diritti dei cittadini, rileva la protezione reciproca in assenza di discriminazioni basate sulla nazionalità,  in tema di giurisdizione, permessi di soggiorno, welfare, ricongiungimenti familiari e riconoscimenti professionali.  I diritti garantiti post Brexit trovano la loro origine e definizione nel diritto europeo, e non nelle scelte unilaterali degli Stati membri; ciò si traduce indubbiamente in una  garanzia di certezza e uniformità per i cittadini stessi.

La seconda questione segue, invece, la vicenda dell’Irlanda del Nord, le cui incertezze hanno dato turbolenze nel viaggio verso la Brexit: il problema relativo allo status dell’Irlanda del nord all’interno del Regno Unito e quello riguardante il confine fisico tra le due Irlande ostacolavano di fatto il raggiungimento dell’accordo. A permettere la fuoriuscita dall’ impasse politico è stato l’incontro di interessi tra Theresa May e Arlene Foster, leader del Democratic Unionist Party (DUP): l’accordo garantisce l’assenza di nuove barriere tra l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito, con la conseguenza che le imprese nordirlandesi continueranno a godere di un libero accesso al mercato interno britannico. Verrà in tal modo rispettato l’accordo di pace del 1998 (Good Friday o Belfast Agreement) e le sue disposizioni, sottoscritto dal governo inglese, irlandese e dagli altri partecipanti al negoziato multilaterale.

Infine, il terzo punto su cui ci si è accordati riguarda il profilo finanziario. Londra ha accettato di rispettare tutti i suoi impegni finanziari assunti al momento dell’approvazione del quadro di bilancio pluriennale Ue 2014-2020 anche dopo la Brexit, e continuerà a contribuire ai bilanci annuali dell’Unione anche per il 2019 e per il 2020.  Continuerà  poi a pagare la quota di finanziamento dei fondi Ue per i progetti fino al 2020. Una fattura che alla fine, secondo quanto hanno stimato diverse fonti britanniche, potrebbe arrivare a 40-45 miliardi di euro in totale. Come ogni divorzio che si rispetti, insomma, anche questo ha un costo. Le passività finanziarie e gli impegni di spesa già assunti, infatti, obbligano la Gran Bretagna a contribuire come Stato membro. Alcuni giornali parlano di una eccessiva ed onerosa “cessione” da parte di Londra che si è come arresa alle richieste dell’Ue. Tuttavia,  il costo reale della Brexit è ancora da definire e potremmo tirare le somme solo a fine partita.

I prossimi passi del negoziato.

Alla fumata bianca dell’8 dicembre  è seguita poi, il 15 dicembre, l’approvazione da parte del Consiglio Europeo sulla prima fase del negoziato sulla Brexit, dando il via libera a cominciare la seconda. Londra ha chiesto un periodo transitorio di 2 anni, i cui termini saranno decisi agli inizi del prossimo anno dal ministro per la Brexit David Davis e il capo negoziatore della Ue, Michele Barnier. Durante la fase di transizione l’Unione chiede che si mantenga di fatto lo status quo: ciò significa che il Regno Unito continuerà ad accettare il principio della libertà di movimento dei cittadini Ue, accetterà le sentenze della Corte europea di Giustizia e continuerà a far parte del mercato unico e dell’unione doganale. Da marzo 2018 dovrebbero in tal modo partire i negoziati commerciali, a cui seguirebbe poi nell’ottobre dello stesso anno la conversione dell’accordo tra le due parti in un trattato, il c.d. “withdrawal agreement ”, il quale sottoscritto da Londra e Bruxelles, vincolerà i negoziatori ai punti decisi (quindi compreso quello relativo all’ammontare di oneri finanziari). L’ accordo, poi, dovrà essere sottoscritto dal Consiglio del’ Ue secondo la procedura prevista dal famoso articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea.  Il passo successivo sarà poi quello del 29 marzo 2019, data in cui si prospetta il “Brexit Day”, ossia la giornata in cui il recesso si materializzerà: il Regno Unito uscirà definitivamente dall’Unione Europea, dal suo mercato unico e dall’Unione doganale,  e avrà inizio il periodo transitorio.  Formalmente il tutto troverà la sua conclusione nel marzo del 2021 una volta spirato il termine dei due anni.

Nelle more di ciò, tutto può cambiare. Chiudere l’accordo nella seconda fase, per permettere la Brexit nel marzo del 2019, appare si ottimista, ma sicuramente complicato. Come dichiarato dal presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk: “una separazione è difficile. Ma ricostruire una nuova relazione lo è ancora di più.”

Insomma, l’accordo May-Junker rappresenta il fine stagione della “Brexit I” suddivisa in più episodi, ma conclusa con un lieto fine.  All’inizio del 2018 si attende poi l’inizio della seconda fase, di una nuova stagione, con episodi già stabiliti ma con una trama ancora da scrivere. Nella grande rete dell’Europa non è tutto così scontato: è possibile credere che tutto segua pacificamente il suo corso o aspettiamo ancora colpi di scena? Il tutto è da vedere, noi intanto restiamo spettatori.

 

Commissione Europea. Joint report from the negotiators of the European Union and the United Kingdom Government on progress during phase 1 of negotiations under Article 50 TEU on the United Kingdom’s orderly withdrawal from the European Union. https://ec.europa.eu/commission/publications/joint-report-negotiators-european-union-and-united-kingdom-government-progress-during-phase-1-negotiations-under-article-50-teu-united-kingdoms-orderly-withdrawal-european-union_en

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