lunedì, Giugno 24, 2024
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Il caso Boohoo: cosa c’è davvero dietro un’etichetta low cost?

Tra i vari colossi della Fast Fashion emerge sicuramente un brand di abbigliamento di cui solo di recente ne spopola l’etichetta e che ha riscosso un grande successo negli ultimi tempi: Bohoo.
Si tratta di un marchio globale nato nel 2006 e in continuo progresso, attivo 24 ore su 24, in grado di proporre sempre delle linee originali con oltre centinaia di nuovi prodotti in arrivo ogni giorno, offrendo gli outfit più cool del momento con la massima convenienza. L’azienda in questione, inoltre, è stata protagonista di plurime operazioni straordinarie che le hanno consentito di raggiungere la visibilità che ha oggi. Ma cosa c’è davvero dietro l’etichetta Boohoo?

  1. Breve premessa circa le operazioni straordinarie e Boohoo.
Il contesto storico nel quale stiamo vivendo, sta mettendo a dura prova il bilancio delle società produttrici di luxory goods e continua a fare da padrone accanto a rilevanti voci “il simbolo meno”. Intavolare il discorso circa la crescita economica è davvero un arduo compito, ma la nota positiva, che induce oggi a discuterne, è sicuramente quella che riguarda il mondo della moda che, nonostante tutto ha provato a tenere alta la difesa, registrando un risultato positivo rispetto al trend tenuto negli altri settori. Si ricordi come, fino a qualche decennio fa, nel panorama nazionale, la linfa della sana competizione era costituita da due fattori principali: la ridotta dimensione delle imprese e il continuo mutamento dello scenario economico; questo bastava per incrementare la crescita interna delle imprese che prevede lo sviluppo di nuove attività fondata su competenze, conoscenze e risorse finanziarie già in possesso dell’azienda.
Da qualche anno a questa parte, invece, le mutate condizioni del mercato non consentono più alle imprese di essere veramente competitive puntando solo su una crescita per linee interne e, pertanto, si pone l’attenzione sulla crescita per linee esterne che fa leva sul fattore dimensionale ed è solitamente perseguita tramite diversi canali quali per esempio le strategie come le operazioni di M&A ovvero “Merger&Acquisition” [1]. Il fenomeno legato all’utilizzo delle operazioni di M&A è apparso, sin da subito, localizzato maggiormente sul mercato americano e inglese, per poi assumere dimensioni sempre più consistenti, soprattutto tra le aziende di moda, si pensi a titolo meramente esemplificativo al gruppo LVMH.
Dando un taglio giuridico a queste operazioni, si possono prendere sinteticamente in considerazione gli artt. 2501 e ss. del codice civile. Affinché si possa discutere di fusione devono esistere: un progetto di fusione e una relazione, che illustrino tale operazione e la giustifichino nell’ambito sia economico che giuridico; inoltre è necessario che  venga approvata l’operazione di fusione è necessario il consenso da parte degli organi amministrativi delle società partecipanti alla fusione. A differenza dei consorzi, sia le fusioni che le acquisizioni sono forme di concentrazione aziendale non reversibili in quanto con tali opzioni si giunge alla costituzione di una combinazione economica permanente con la quale competere su una scala dimensionale più ampia.
Le motivazioni economiche delle fusioni possono essere tra le più svariate: razionalizzare i costi attraverso l’utilizzo di economie di scala o di scopo così da conseguire vantaggi competitivi di costo e dunque di prezzo, a vantaggio del nuovo soggetto risultante dalla fusione; aumentare la propria competitività per operare su mercati più ampi; salvare imprese in crisi o in difficoltà, ma ancora capaci di creare valore se combinate con altre aziende; integrare aziende con profili di gestione complementari terza specializzata in modo da moltiplicare l’efficienza aziendale e ridurre i costi. Non sono da trascurare i benefici fiscali, a volte un’impresa può ottenere dei benefici fiscali senza avere i profitti per goderne ovvero un’impresa con molte perdite fiscali inutilizzate può comprare altre società mature in modo da poter compensare gli utili di queste società con le perdite riportate in precedenza. In genere, tutti i sistemi fiscali, per evitare le elusioni di imposta limitano determinate procedure [2]. 
Tali premesse risultano necessarie per il lettore affinchè lo stesso possa comprendere in che modo anche la società ivi in esame, Boohoo, sia stata protagonista di talune operazioni di M&A che hanno portato alla diffusione del brand. Ma affinchè una operazione straordinaria possa essere valutata positivamente, tra i vari fattori, non deve assolutamente essere tralasciato il welfare dei lavoratori, argomento che verrà approfondito in questa sede.

     2. L’analisi di Labour Behind.
Il dato certo da cui partire è sicuramente quello di un’indagine realizzata da Labour Behind, una campagna britannica impegnata da tempo sulle battaglie a favore dei diritti dei lavoratori nell’industria globale dell’ abbigliamento. Fondata nel 2001, ha alle spalle 19 anni di esperienza in attività di sensibilizzazione, ricerca e lobbying a sostegno delle richieste dei lavoratori di migliori salari e condizioni. In tempi recenti si è occupata anche di Bohoo.
Come anticipato, si tratta di una realtà che come motto ha quello di dover fare  “nuova moda a buon mercato“, accaparrandosi il placet di quei clienti che prediligono la quantità alla qualità: ciò comporta che, in media, i capi di abbigliamento vengono scartati dopo sole cinque settimane, e ne consegue, inoltre, che per far fronte alla volontà degli acquirenti di pagare prezzi bassi per l’abbigliamento, i lavoratori, per riportare in pareggio i costi e spese rispetto ai guadagni, ne subiscono il “costo” reale, vedendosi corrispondere degli stipendi molto bassi privi di tutele previdenziali di ogni genere. La strategia di marketing del gruppo Boohoo è quella di produrre lotti di vestiti e di venderli rapidamente online, questa tattica consente al brand di aumentare la produzione di linee popolari e raggiungere rapidamente la Generazione Z[3]. 
Approfondendo il background del marchio Boohoo, si rievochi alla mente del lettore che negli ultimi tempi l’e-tailer inglese[4] era fresco di un collocamento azionario che gli ha permesso di raccogliere 197,7 milioni di sterline (circa 223 milioni di euro), con cui poter “approfittare delle numerose opportunità che potrebbero presentarsi nell’industria della moda nei prossimi mesi” e aveva da poco annunciato l’acquisizione della minoranza rimanente del gruppo societario Pretty Little Thing[5]. Dalle indagini effettuate però si è rilevato che la paga offerta fosse di sole 3,50 sterline[6].Il National Living Wage ossia la tariffa oraria legalmente vincolante per i lavoratori di età pari o superiore a 25 anni nel Regno Unito, era fissato a 7,83 sterline e, data la necessità di adeguarla al momento storico, tale tariffa viene rivisitato ogni anno, ad oggi è di £ 8,21.  Ma come può boohoo corrispondere ai lavoratori un giusto salario per aver realizzato un vestito che viene venduto a sole 4 sterline? Sicuramente non è un segreto che molte fabbriche sono dislocate in Cina, India e Turchia dove la manodopera costa molto meno rispetto al continente europeo; ma a farsi carico del lavoro continuano ad essere i giovani impiegati che, per far fronte alle richieste delle aziende accettano di lavorare in pessime condizioni, con orari assurdi, privi del riconoscimento dei c.d. “oneri previdenziali”. Ma l’azienda non è stata oggetto di critiche per la sua scelta di dislocare il lavoro altrove, bensì ad oggi è  arrivata anche l’accusa, allo stesso fornitore di Boohoo, di aver tenuto aperto la fabbrica durante il lockdown in una zona, Leicester, dove il Coronavirus ha colpito molto duramente la popolazione. A partire dal periodo che ha interessato la pandemia infatti, post-lockdown, il rapporto “Boohoo & COVID-19” ha  rivelato uno sfruttamento lavorativo inquietante: “I lavoratori hanno segnalato preoccupazioni per una fabbrica che gestisce diversi siti, di cui uno impiega circa 30 lavoratori dall’Europa orientale. Tutti questi lavoratori sono stati costretti a continuare a lavorare durante il blocco e ricevono circa £ 3-4 l’ora. Secondo quanto riferito, non ci sono distanziamenti sociali, fornitura di DPI o disinfettanti per le mani per i lavoratori. La maggior parte dei lavoratori ha poco inglese e si presume che tutti i documenti d’identità siano tenuti dal datore di lavoro”Nel frattempo, il contraccolpo, a seguito di queste accuse, è stato immediato: Next, Asos e Zalando hanno abbandonato Boohoo e Standard Life Aberdeen, uno dei principali azionisti di Boohoo, scaricando quasi tutte le sue azioni della società. Le azioni di Boohoo sono così crollate, scendendo del 23% e cancellando 1 miliardo di sterline dal valore della società.

    3. Perché è importante conoscere chi crea gli abiti che indossiamo?

Lo sfruttamento del lavoro, in base alle accuse mosse all’azienda, si presume verificarsi nelle fabbriche dei fornitori di Bohoo è un problema di cui tutti i consumatori dovrebbero preoccuparsi; tale tematica è ormai frequente nel contesto del fast-fashion.
Un settore che richiede determinati standard specifici: riduzione dei prezzi, bassi costi di lavoro una rapida inversione di tendenza che esercita una pressione enorme lavoratori di produzione immigrati a basso salario per sfornare indumenti. Ecco perché è fondamentale chiedersi: chi produce i vestiti che indossiamo?
Ai consumatori non si dovrebbe nascondere la catena di fornitura e le pratiche di lavoro di queste fabbriche.
Il Labour Behind the Label ha pensato bene di lanciare un nuovo “mood” su Instagram con l’hashtag  #GoTransparent, chiedendo a Boohoo di pubblicare la loro catena di approvvigionamento e di informare i consumatori sulle condizioni di lavoro e sui salari dietro i loro vestiti a basso costo[7].

boohoo

Fonte: https://labourbehindthelabel.org/boohoo/ 

É fondamentale che il pubblico sia la chiave per un’inversione di marcia; quello stesso pubblico che coincide con il consumatore, con chi detiene il potere di acquisto. Quel consumatore che ha facoltà di scegliere da quale azienda acquistare, ha facoltà di capire se quella azienda non è trasparente e non rispetta tutti gli standard necessari per chi crea quegli abiti che si decide di indossare.
Le aziende non dovrebbero rispondere solo agli azionisti e alle indagini del governo: sono obbligate a rispondere alle richieste dei consumatori, coloro che fanno circolare l’economia. L’azienda deve ascoltare e garantire i consumatori.

 

[1] Per M&A si intendono le operazioni di finanza straordinaria, che rientrano nel più ampio concetto di operazioni di concentrazione, il cui obbiettivo è incrementare il vantaggio competitivo di un’ impresa volta ad acquisire il controllo all’interno di mercati. Il termine Merger deriva dal mondo anglosassone e viene tradotto come fusione; con tale operazione le società partecipanti alla fusione cesseranno di esistere giuridicamente e faranno confluire i loro patrimoni in quella che sarà una nuova società. Per Acquisation  (acquisizione) invece, non si intende la costituzione di una società ex novo, bensì una società chiamata “incorporante” che  manterrà la propria identità giuridica, annettendo quella di altre società che invece cessano la loro esistenza Il manager finanziario realizza l’obiettivo di incrementare il valore della propria impresa per raggiungere nel minor tempo possibile un vantaggio che si traduca in termini di  redditività competitiva. Raggiunto l’obiettivo, si deve operare al  fine di stabilizzarlo per  rendere la loro posizione sul mercato il più possibile longeva. Affondando le radici nel passato, nel 1986 Ghemawat ha individuato tre fattori che rendono certa la durata del vantaggio competitivo nel tempi. Primo fra tutti la dimensione, poi l’accesso  preferenziale alle risorse critiche o al mercato e infine i limiti delle opzioni strategiche dei concorrenti. La crescita è il frutto di questi tre prodotti grazie ai quali si acquisisce e si consolida un vantaggio competitivo. Le operazioni di M&A vengono normalmente classificate come operazioni di finanza straordinaria che conducono ad una crescita dimensionale dell’impresa. Esse, infatti, comportano l’impiego di un’ingente riserva di risorse finanziarie di cui oggi solo una piccola percentuale di imprese dispone. Tale considerazione riesce, seppur solo in parte, a spiegare perché i sistemi economici moderni siano fortemente influenzati dalle operazioni di M&A e la portata via via crescente di tali fenomeni.

[2] Come afferma la CONSOB “Le principali operazioni di fusione che hanno coinvolto le società quotate sono generalmente riconducibili all’esigenza di semplificare e razionalizzare. Le perdite delle società che partecipano alla fusione, compresa la società incorporante, possono essere portate in diminuzione del reddito della società risultante dalla fusione o incorporante per la parte del loro ammontare che non eccede l’ammontare del rispettivo patrimonio netto quale risulta dall’ultimo bilancio o, se inferiore, dalla situazione patrimoniale di cui all’articolo 2501-quater del codice civile, senza tener conto dei conferimenti e versamenti fatti negli ultimi ventiquattro mesi anteriori alla data cui si riferisce la situazione stessa, e sempre che dal conto economico della società le cui perdite sono riportabili, relativo all’esercizio precedente a quello in cui la fusione è stata deliberata, risulti un ammontare di ricavi e proventi dell’attività caratteristica, e un ammontare delle spese per prestazioni di lavoro subordinato e relativi contributi, di cui all’articolo 2425 del codice civile, superiore al 40 per cento di quello risultante dalla media degli ultimi due esercizi anteriori.

[3] Per Generazione Z si intendono i ragazzi nati dal 1996 al 2012, generazione che segue quella dei Millenials.

[4] Si ricordi inoltre che circa la metà della produzione avviene nelle fabbriche di abbigliamento del Regno Unito, in particolare a Leicester, tale collocazione geografica consente di ridurre al minimo di prezzi di trasporto.

[5] Boohoo fa shopping col 34% di Pretty Little Thing, Panbianconews, disponibile al link https://www.pambianconews.com/2020/05/29/boohoo-fa-shopping-col-34-di-pretty-little-thing-294503/

[6] Bohoo nella bufera, crolla il titolo in borsa, Pambianconews, disponibile su https://www.pambianconews.com/2020/07/07/boohoo-nella-bufera-crolla-il-titolo-in-borsa

[7]La schiavitù nel fast fashion: il caso Bohoo, Silvia Gambi, disponibile su https://www.solomodasostenibile.it/2020/07/10/schiavitu-fast-fashion/

Per maggiori approfondimenti si legga anche Liparuli, La democraticizzazione della moda, Ius in Itinere,  disponibile al seguente link https://www.iusinitinere.it/la-democratizzazione-della-moda-natura-o-web-29307

Palazzo, L’impatto dell’emergenza sanitaria nelle operazioni di M&A: caso LVMH-TIFFANY, Ius in itinere, disponibile al link https://www.iusinitinere.it/limpatto-dellemergenza-sanitaria-nelle-operazioni-di-ma-caso-lvmh-tiffany-32764 

Silvia Liparuli

Silvia Liparuli nasce ad Anzio il 10 Giugno del 1994.   Mossa da una grande passione per i bambini, nel 2013 consegue il diploma socio-psicopedagogico presso il Liceo "Alessandro Manzoni" di Latina. Crescendo però, accanto alla passione per i bambini, si rende conto che vive in lei una dedizione che la rende ancora più viva: il diritto. Ben presto le  origini dei nonni la riporteranno nel territorio campano, cosi' decide di iscriversi  al corso di laurea magistrale in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi del Sannio, conseguendo il diploma di laurea il 18 marzo 2020 con tesi in diritto del lavoro.  A seguito del conseguimento del titolo del diploma di laurea ha deciso di svolgere il Tirocinio ex art 73 d.l. 69/2013 presso il Tribunale Penale di Benevento e di continuare ad occuparsi anche del ramo civilistico, con il focus giuslavoristico, grazie all'esperienza della pratica forense.  Scrive articoli di approfondimento per l’area “Fashion Law” della rivista giuridica online “Ius in itinere”. Email: silvialiparuli940@libero.it

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