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Il futuro economico UE, tra crisi e nuove proposte

Il futuro economico dell’Unione Europea è in bilico tra crisi e nuove proposte di rilancio. All’indomani del rinnovo del Parlamento Europeo, l’Unione Europea stenta a rilanciare il proprio percorso politico – economico  a causa dell’inefficacia delle sue politiche nonché per la sfiducia dei cittadini europei e per degli atteggiamenti particolaristici di alcuni governi degli Stati Membri.

Eppure, negli ultimi due anni, la Commissione Europea ha provato a dare nuova linfa al progetto europeo.

La Commissione Juncker ha presentato il 1° marzo 2017 il Libro bianco sul futuro dell’Europa[1] in cui ha delineato le principali sfide e opportunità per l’Europa nei prossimi dieci anni, in vista del 60° anniversario dei Trattati di Roma, il 25 marzo 2017.

Il Libro bianco della Commissione presenta cinque per la possibile evoluzione dell’Unione da qui al 2025, per ognuno dei quali la Commissione presenta a titolo esemplificati il possibile impatto sulle politiche:

  1. Avanti così;
  2. Solo il mercato unico;
  3. Chi vuole di più, fa di più;
  4. Fare meno in modo più efficiente;
  5. Fare molto di più insieme.

Tali scenari costituiscono solo una base di discussione per promuovere un dibattito sul futuro dell’Unione Europea.

In effetti, anche i 27 Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea hanno avuto modo di riaffermare il proprio impegno politico per rilanciare il progetto istituzionale adottando la dichiarazione di Roma del 25 marzo 2017, il giorno del 60°esimo anniversario della firma dei Trattati istitutivi[2].

La Dichiarazione individua quattro aree tematiche:

  1. La sicurezza in Europa e un’efficiente politica migratoria
  2. Crescita e completamento del mercato unico;
  3. Il pilastro sociale europeo;
  4. La politica estera e di sicurezza comune.

Sostanzialmente, essa ribadisce l’unità dell’Europa e la sua indivisibilità nonostante concluda affermando: “agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato, in linea con i trattati e lasciando la porta aperta a coloro che desiderano associarsi successivamente“.

Successivamente, Il Consiglio europeo del 19 e 20 ottobre 2017 ha adottato l’Agenda dei leader[3] per programmare la discussione del Consiglio europeo su alcuni grandi temi fino 2019, in vista anche della definizione dell’Agenda strategica dell’UE per il periodo 2019-2024 del prossimo Consiglio Europeo del 19 e 20 giugno[4].

L’agenda dei leader mira in particolare a trovare soluzioni alle principali sfide e priorità politiche dell’Unione europea in particolare: la migrazione; la sicurezza interna; la riforma della zona euro; il futuro finanziamento dell’UE; l’Europa sociale, la crescita e l’occupazione; gli sviluppi del mercato interno; il rafforzamento della cooperazione nella difesa; le prospettive della politica commerciale dell’UE.

Infine,  il Parlamento europeo ha approvato il 13 febbraio 2019 una risoluzione[5] sullo stato del dibattito sul futuro dell’Europa nella quale auspica una maggiore democratizzazione del processo decisionale europeo e esorta l’aumento di finanziamenti europei nonché esprime l’importanza del completamento dell’Unione Economica Monetaria e della costituzione del pilastro sociale europeo.

Il futuro dell’Unione Economica Monetaria

La sfiducia nei confronti dell’Unione Europea riposa soprattutto sull’economia e sulle sue risposte alla crisi economica. In effetti, è proprio nei riguardi dell’Euro e della governance economica che si riscontrano i maggiori problemi di tenuta politica dentro l’Unione e all’interno degli Stati Membri.

L’aumento del debito pubblico nell’area dell’euro, sebbene più contenuto rispetto a quello dell’intero mondo delle economie occidentali, ha aperto notevoli fronti di discussione.

In generale, si riscontra un certo consenso sull’idea che un debito molto elevato possa ostacolare la crescita nonostante si esclude che possa individuarsi una soglia oltre la quale gli effetti negativi diventano particolarmente severi.[6]

Nell’Unione Monetaria, tuttavia, i problemi del debito pubblico hanno una natura particolare: la scissione tra la responsabilità della moneta e del cambio, in capo ad un organismo terzo, indipendente e sovranazionale e quella delle politiche fiscali e del debito in capo agli Stati Membri, priva gli stati dell’indipendenza della politica monetaria ovvero di un prestatore di ultima istanza che fornisca ai mercati una garanzia implicita del debito[7].

L’esistenza di elevati debiti pubblici condiziona, quindi, pesantemente sia la politica monetaria, al centro, sia le politiche fiscali, in periferia. Questo secondo vincolo nasce con l’Unione Monetaria, ossia con la scelta di lasciare agli stati l’autonomia nella politica fiscale ma, allo stesso tempo, imporre una serie di regole di convergenza stringenti e complesse.

Dunque, i governi nazionali non godono del consueto spazio di politica economica per sostenere la domanda interna e la spesa per investimenti. Tuttavia, ci sono dei meccanismi di maggiore flessibilità ma soggetti comunque al confronto politico con la Commissione Europea.

Dal canto suo, la politica monetaria della BCE ha come obiettivo la difesa dell’euro da possibili crisi dei debiti degli stati sovrani.

Certo, la Bundesbank e altri fautori liberisti europei hanno criticato il noto quantitative easing sostenendo che esso incoraggerebbe i comportamenti opportunistici dei paesi fortemente indebitati e, in caso di insolvenza di uno stato, le perdite della BCE possano cadere sui contribuenti degli altri stati.

Occorre precisare le politiche monetarie non convenzionali implicano una serie di rischi: la possibilità di fiammate inflazionistiche e di bolle nei prezzi delle attività la cui risoluzione può essere molto costosa per l’economia reale.

Inoltre, una politica di lunga durata di bassi tassi di interesse ha effetti distorsivi sul piano allocativo e distributivo perché incentiva gli investimenti più rischiosi e ad alta intensità di capitale, a scapito dell’occupazione.

Di conseguenza, si riduce il reddito reale dei pensionati con un impatto negativo sulla domanda e sull’attività economica oltre che in termini di equità: sono effetti particolarmente gravi nelle regioni e nei paesi con una popolazione in rapido invecchiamento.

Di fronte a tali difficoltà e distorsioni, se la politica monetaria della BCE ha evitato, da un lato, la disintegrazione dell’euro, dall’altro, non ha sufficientemente stimolato la crescita anche perché non coordinata e sostenuta da misure efficaci di politiche fiscali e strutturali negli Stati Membri.

Una riduzione di rilevanti quote dei debiti sovrani sembra allora volta all’esigenza di ridare autonomia alla politica monetaria della BCE e alle politiche fiscali nazionali.

Dal punto visto economico – reale, ciò equivarrebbe ad una redistribuzione sul piano sociale poiché la spesa per interessi assorbe una quota rilevante delle risorse nei paesi maggiormente indebitati, distogliendo spazio alla spesa sociale e alla possibilità di tagli alle imposte sul lavoro.

Alcune proposte in campo

Nell’Unione Europea, la difficoltà della riduzione dei debiti sovrani appare problematica anche in letteratura.

In effetti, si punta sul progressivo accumulo di avanzi primari con alti costi sociali. Ecco il motivo per cui le politiche di austerity sono la causa della crisi di fiducia nelle istituzioni europee. Ciò implica anche una crescente attenzione per le ipotesi di ristrutturazione del debito. La discussione ha diverse anime[8].

I fautori dell’ortodossia liberista sostengono l’importanza di una più rigida disciplina di mercato. Si tratterebbe di applicare agli stati sovrani un meccanismo per la risoluzione delle crisi della stessa natura di quello istituito per le banche con l’unione bancaria. Ne consegue un chiaro rifiuto all’impiego del debito.

Invece, la tradizione socialdemocratica vede con favore l’intervento pubblico nell’economia, alleggerendo gli stati che sono più appesantiti dal debito dando loro un maggiore spazio alle politiche fiscali attive e alle politiche sociali.

In particolare, occorre analizzare alcuni filoni di ricerca. Da una parte si discute la questione dell’abbattimento dei debiti in essere, quelli ereditati dal passato, dall’altra si progettano regimi permanenti di insolvenza per gli stati sovrani.

Se il primo può essere affrontato nell’ambito dell’attuale quadro giuridico e istituzionale dell’unione monetaria, il secondo necessita di un meccanismo permanente ad hoc per affrontare situazioni di crisi sovrane e richiede, allora, la modifica dei trattati.[9]

Infine, i progetti relativi al debito esistente sono costruiti sulla premessa di evitare il coinvolgimento del settore privato perché considerato inaccettabile per motivi etici, e molto rischioso per la stabilità finanziaria.

Un progetto interessante è quello del German Council of Economic Experts[10]. Il piano prevedeva di ridurre al 60% il rapporto debito/PIL entro due decenni in tutti i paesi dell’Eurozona. La proposta di un patto europeo per la redenzione del debito (European Redemption Pact – ERP) e di un fondo europeo per la redenzione (ERF) mirava a creare un sistema di responsabilità solidale, con cu i paesi più affidabili avrebbero concesso il loro basso premio per il rischio nel mercato obbligazionario, ai paesi esposti al rischio di crisi.

Un altro progetto è il Politically Acceptable Debt Restructuring in the Eurozone (PADRE)[11] del Centre for European Policy Research[12] di Londra. Nello specifico, qui ci sono due ipotesi di lavoro: una degli economisti Paris e Wyplosz e una di Corsetti e altri autori del CEPR[13].

Occorre, anzitutto, rispettare due vincoli. Il primo è di escludere i trasferimenti tra stati, inammissibili nell’attuale stato di sviluppo dell’Unione Europea, in considerazione dell’assenza di una politica di bilancio comune. Il secondo vincolo è il divieto di no bail-in.

Entrambe le ipotesi di ristrutturazione debito dell’Unione Europea prevedono che una quota dello stesso venga annullata a fronte della capitalizzazione in un fondo, da istituirsi presso la BCE o il Meccansimo europeo di stabilità (MES), di un flusso di entrate attese in un certo orizzonte temporale.

Secondo il progetto PADRE, le entrate di cui i singoli stati rinunciano sono una sorta di signoraggio della BCE a seconda della loro quota di capitale. Invece, il progetto CEPR ritiene che il signoraggio effettivamente utilizzabile debba avere livelli prudenziali, per salvaguardare la possibilità per la BCE di coprire potenziali perdite temporanee di bilancio ed evitare interferenze con il mandato della banca di garantire la stabilità dei prezzi. Quindi, si auspica il ricorso anche all’IVA o a un’imposta sui trasferimenti di ricchezza.

Il punto di partenza è che i paesi chiedano alla BCE di acquistare sul mercato secondario titoli del loro debito pubblico. La BCE non trattiene nel proprio attivo i titoli acquistati ma trasforma (swap) i titoli in titoli irredimibili (perpetuities) infruttiferi (zero coupon) registrati, poi, nell’attivo patrimoniale[14].

Infine, la BCE sostiene gli acquisti emettendo propri titoli obbligazionari (notes) fruttiferi direttamente nel passivo della BCE, nel progetto PADRE, o di uno specifico fondo di stabilità, gestito dal MES, nel progetto CEPR[15].

Tuttavia, la differenza con la nota strategia di accumulo di avanzi primari appare molto debole. E, per ora, questi progetti sono solo letteratura economica.

Fonte immagine: https://noticieros.televisa.com/ultimas-noticias/economia-union-europea-crece-0-6-tercer-trimestre/

 

[1] Il Libro bianco sul futuro dell’Unione Europea

https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/libro_bianco_sul_futuro_dell_europa_it.pdf

[2] Dichiarazione di Roma del 25/03/2017

http://www.governo.it/sites/governo.it/files/documenti/documenti/Approfondimenti/EU60/RomaDichiarazione_it17.pdf

[3] Per un maggiore approfondimento

https://www.consilium.europa.eu/media/21594/leaders-agenda.pdf

[4] Per approfondire, occorre fare riferimento al vertice informale di Sibiu

https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/euco-sibiu-the-juncker-plan_en.pdf

[5] Per un maggiore approfondimento

[6] Chudik A., K. Mohaddes, M. H. Pesaran and M. Raissi (2015), Is There a Debt-threshold Effect on Output Growth?, IMF Working Paper15/197, IMF Asia and Pacific Department.

[7] De Grauwe P. (2014), The European Central Bank: lender of last resort in the government bond markets? in Catte P. et al.

[8] Di Maio A. (2015), I compiti a casa. I riferimenti teorici della disciplina fiscale in Europa, in Di Maio A. e U. Marani (2015), pp. 15-38.

[9] Andritzky J., D. I. Christofzik, L. P. Feld and U. Scheuering  (2016), A Mechanism to Regulate Sovereign Debt Restructuring in the Euro Area, German Council of Economic Experts, Working Paper 04/2016, July

[10] German Council of Economic Experts (2011), European redemption pact, Annual Report 2011/12, Third Chapter, 106-114, (translation of the German version, Ein Schuldentilgungspakt für Europa, Verantwortung für Europa wahrnehmen, Jahresgutachten 2011/12, 109-118)

[11] Paris P. and C. Wyplosz (2014), PADRE: Politically Acceptable Debt Restructuring in the Eurozone, Geneva Report Special Report 3, ICMB and CEPR

[12]

[13] Corsetti G., L. P. Feld, P. R. Lane, L. Reichlin, H. Rey, D. Vayanos and B. Weder di Mauro (2015), A New Start for the Eurozone: Dealing with Debt, Monitoring the Eurozone 1, Centre for Economic Policy Research, March, CEPR Press, London.

[14] Longobardi E. e A. Pedone (2016), On some recent proposals of public debt restructuring in the Eurozone, Dipartimento di Scienze economiche e metodi matematici (University of Bari, Italy), Southern Europe Research in Economic Studies (SERIES) Working Papers n. 06/2016, ISSN 2038-1662.

[15] Reinforcing the Eurozone and Protecting an Open Society, March 2016, London, CEPR Press, ISBN: 978-1-907142-99-4

Marco Di Domenico

Dottore in Studi Internazionali presso l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale". Appassionato di politica ed economia internazionale.

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