domenica, Maggio 26, 2024
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Le disuguaglianze economiche e sociali in Italia e la discussa definizione di povertà

La questione che nel corso del tempo ha portato ad un sempre più acceso dibattito su come definire la povertà ha avuto implicazioni cruciali e rilevanti rivolti sia in ambito politico che sociale.  La definizione è di per sé legata alle cause, e quindi, alle soluzioni che non prescindono da giudizi di valore teorico ed elementi culturali, per cui non c’è un’unica definizione “corretta” di povertà[1].

Il susseguirsi di diatribe su come costruire una definizione è da considerarsi tanto di valore scientifico quanto politico, in quanto, solo dopo aver stabilito cosa si intende per povertà è possibile tracciare la portata del fenomeno e decidere gli ambiti di intervento.  Prendendo in considerazione le diverse definizioni, ci sono quelle più generali ed ampie che ritengono che ai fini dell’analisi della povertà non si debba tenere conto solo dei fattori materiali, ma anche di altri elementi inerenti alle relazioni sociali. Una definizione è ritenuta ampia quando include elementi non materiali e che sono anche delle variabili molto importanti per misurare la qualità di vita che si conduce, come ad esempio, la mancanza di partecipazione alla società o la violazione della dignità umana. Altri ritengono, invece, che definizioni troppo vaste includano condizioni non vincolate esclusivamente alla povertà e quindi non permettano di identificarla chiaramente. In questo modo, la povertà ha una delimitazione ben precisa da ricondurre all’ambito della disponibilità finanziaria. Nel dibattito sulla povertà, un contributo fondamentale è stato dato negli anni 80 dall’economista indiano Amartya Sen, che nel corso della sua carriera ha fornito un significato non più basato sul reddito o sull’impossibilità di partecipare alla società, ma ha spostato l’attenzione sulla capacità di una persona di condurre il tipo di vita desiderato, in questo senso la povertà è considerata una privazione di capacità individuali fondamentali. Sen e i teorici che seguono questo approccio non isolano la povertà rispetto ad altri aspetti della qualità della vita, ma la riconducono al concetto più ampio di benessere.

Negli anni 70 la misurazione del benessere diede vita ad un ampio dibattito con profonde implicazioni politiche e si pose in discussione l’efficacia del prodotto interno lordo come indicatore globale esaustivo e nell’ambito del dibattito furono prese varie iniziative a livello internazionale. Nel 2010, il Parlamento europeo ha chiarito infine, come il PIL non possa costituire una base affidabile per il dibattito politico, in quanto non misura fattori essenziali come l’inclusione sociale, la sostenibilità ambientale, l’uso efficiente delle risorse e la qualità della vita[2]. La povertà legata al benessere è la povertà relativa soggettiva, che fa riferimento a quanto la famiglia o l’individuo ritengano necessario per garantire uno standard sufficiente di benessere, questa accezione si basa sull’autovalutazione e rafforza il significato “culturale” della povertà, prendendo in considerazione i valori e le aspirazioni personali; tuttavia, la povertà soggettiva è difficile da quantificare per l’eterogeneità delle risposte date sulla soglia minima.  Per ovviare a questo problema si ricorre a una soglia di povertà pubblica, infatti vengono previste delle misure pubbliche di assistenza sociale per garantire a tutti l’accesso a determinate prestazioni. in Italia ad esempio, si ricorre all’indicatore ISEE per agevolare l’accesso a servizi essenziali.

Nel proseguire con l’analisi riguardo al concetto di povertà non può che subentrare il concetto inerente alle disuguaglianze tra i vari nuclei familiari che possono essere studiate e misurate in molteplici dimensioni. Il reddito ha un rapporto complesso e di non facile allocazione con il benessere, che sfugge ancora a definizioni e misurazioni accettabili e condivise. Pertanto, un esame delle disuguaglianze basato soltanto sulla dimensione economica, come rappresentata dal reddito, è insufficiente a dar conto in modo compiuto delle disuguaglianze di benessere. L’assunzione del reddito come dimensione rilevante è giustificata non soltanto dall’indubbia influenza che il reddito ha sul benessere, ma anche, e forse di più, dal vantaggio di cui gode questa variabile interna e di facilità di misurazione e disponibilità di dati. Con riferimento ai redditi disponibili, l’Italia è uno dei Paesi più “diseguali” tra quelli che nel secondo dopoguerra ha vissuto un boom economico, superato soltanto dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Ma non solo, nel bel Paese vi è una crescente disomogeneità che desta grandi preoccupazioni da parte di vari studiosi che non accenna ad attenuarsi, infatti vi è un’enorme disparità tra Nord e Sud sia in termini economici che sociali, potendo considerare la disuguaglianza complessiva come determinata sia dalla disuguaglianza all’interno di gruppi sia dalla disuguaglianza tra gruppi.

Nel 2004 il reddito familiare disponibile medio in Italia ammontava a 27.815 euro annui, ma le divergenze territoriali erano molto ampie, con un forte divario negativo per il Mezzogiorno. Valutando nello specifico le componenti del reddito familiare si conferma lo svantaggio delle aree meridionali relativamente ad ogni componente. All’interno delle macro-aree la distribuzione dei redditi da lavoro dipendente è più sproporzionata nel Mezzogiorno, mentre quella da lavoro autonomo è più diseguale nel Nord-Ovest e nelle Isole.

Per arricchire il quadro interpretativo della situazione italiana è utile soffermarsi sulle code della distribuzione del reddito, cioè sui poveri e sui “molto ricchi”. La definizione e la misurazione della povertà, come detto, sono tutt’altro che semplici. Disponiamo di un concetto di povertà assoluta (l’insufficienza del reddito a consentire l’accesso ad un paniere di beni considerato essenziale) e di un concetto di povertà relativa (la disponibilità di un reddito che è inferiore al 50 o al 60% del reddito medio e mediano del paese). Con riferimento ad entrambi questi indici, la situazione dell’Italia appare critica e tale da collocarla tra le posizioni peggiori a livello europeo e internazionale. Secondo la più recente rivelazione dell’ISTAT (2009), nel 2008 le famiglie in povertà relativa erano due milioni 737 mila, l’11,3% delle famiglie residenti, pari al 13,6% della popolazione.

La soglia di povertà relativa per una famiglia di due componenti nel 2008 è rappresentata da una spesa media mensile individuale pari a quasi €1000. Se guardiamo ai dati europei comparati troviamo che l’Italia occupa una posizione tra le peggiori. In base ai dati Eurostat la povertà relativa in Italia nel 2005 era tra le più alte dell’Unione Europea, superata da pochissimi paesi: Polonia, Lituania, Spagna, Irlanda, Grecia. Per quello che riguarda la povertà assoluta, le soglie definite dall’ISTAT variano in base a numerose fattispecie e vanno dai 500 euro[3] per i nuclei familiari con un solo componente di oltre 75 anni in un piccolo comune del Mezzogiorno, a 1820 euro per famiglie con 2 o 3 componenti nelle aree metropolitane del Nord. Questi indicatori non esauriscono certamente l’informazione necessaria per apprezzare il fenomeno della povertà. Diversi studi permettono di individuare il ruolo che svolge lo status occupazionale, la composizione familiare e la regione di appartenenza nella spiegazione della povertà relativa. Altri sottolineano l’importanza non soltanto del numero dei poveri, ma anche della gravità della loro situazione, cioè della distanza dalla soglia, che viene rilevata dagli indicatori di intensità della povertà. Qui è opportuno mettere in luce aspetti che aiutano a valutare meglio la complessiva gravità del fenomeno. In Italia è piuttosto elevata la probabilità di cadere in povertà: essa è pari al 5,8%, inferiore soltanto a quella di Spagna, Grecia e Stati Uniti e praticamente uguale a quella della Gran Bretagna; mentre è relativamente bassa la probabilità di uscire dalla povertà e, soprattutto, è elevata la povertà cronica, cioè la quota di individui che su un periodo di tempo piuttosto lungo o sono e restano poveri o non solo tali, ma il loro reddito medio nel periodo è comunque inferiore a quello della soglia di povertà.

Un aspetto particolarmente preoccupante della povertà riguarda la presenza, tra i poveri, di coloro che dispongono di un’occupazione. La presenza di famiglie povere in cui almeno il membro risulta occupato è rilevante: nel 2008 il 9,2% delle famiglie in cui la persona di riferimento era occupata, risultavano povere in senso relativo, con punte del 19,7% nel Mezzogiorno. Per valutare al meglio il fenomeno di coloro che non guadagnano un reddito sufficiente per superare la soglia di povertà, si sono considerati i redditi dei lavoratori dipendenti con contratto full time che guadagnano un reddito mensile da lavoro inadeguato a proteggerli dal rischio di povertà relativa. Si è considerato così, working poor chi, pur lavorando a tempo pieno, dichiara un salario mensile netto inferiore a €680 In Italia il 4% dei dipendenti full time riceve un reddito da lavoro inferiore a tale soglia. Livelli salariali talmente bassi da configurare il rischio di povertà molto più diffuso tra i dipendenti a tempo determinato.

[1] R. Lister, Poverty, Policy Press, Cambridge, 2004, p.12

[2] Parlamento Europeo, Risoluzione n.2088/2010 “Non solo PIL“Misurare il progresso in un mondo in cambiamento” dell’8 Giugno 2011

[3] ISTAT (2007), Dati inerenti al reddito familiare netto medio e sue componenti in Italia (2004) per macro-area

Mario Nocera

Mario Nocera, nato a Napoli il 04/01/1992 Direttore Area: Politica Economica Responsabile sviluppo business Laurea Magistrale in Scienze delle Pubbliche Amministrazioni presso: l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Tesi di Laurea in: Teoria dell Sviluppo umano. Titolo Tesi: ''Le diseguaglianze in Italia : il divario tra Nord e Sud'' Interessi: economia, finanza, politica, attualità e sociologia. Contatti: mario.nocera@iusinitinere.it

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