sabato, Luglio 13, 2024
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Libia: crisi istituzionale, politiche migratorie e SAR libica

La Libia si trova oggi in un periodo transitorio, contesa da due governi e dilaniata dalla guerra civile; le istituzioni non sono in grado di garantire la pace alla popolazione, che riversa in gravi condizioni socio-economiche ed è in mano a milizie legittimate ed integrate nello Stato, che ne amministrano i traffici illeciti.

Premesse storiche

L’attuale vuoto di autorità creatosi in Libia deriva da una travagliata storia istituzionale: la fragilità del potere politico ha iniziato a manifestarsi a partire dalla caduta del regime di Mu’ammar Gheddafi – accusato di finanziamenti a gruppi terroristici internazionali – nell’ottobre 2011 in seguito alla campagna militare aerea della NATO. L’assenza di potere creatasi in seguito all’uccisione del Ra’is ha innescato una serie di disordini all’interno del Paese, con particolare riguardo all’insediamento, intercorso dal 2014 al 2016, di due governi, entrambi rivendicanti la titolarità dell’intero territorio libico:

  • il governo del generale Khalifa Haftar insediato a Tobruk, che controlla de facto la parte orientale del paese, la Cirenaica e l’Esercito nazionale libico (appoggiato da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia e Russia), e
  • il Governo di Unità Nazionale (GNA) guidato da Fayez al-Serraj, con base nella capitale Tripoli, unanimemente riconosciuto come l’unico legittimo da parte del Consiglio di Sicurezza delle N.U. con risoluzione 2259/2015.

La contrapposizione delle coalizioni ha causato, a partire dal 2014, scontri diffusi i quali – alimentati dall’intervento di milizie armate e gruppi dell’integralismo islamico, nonché dalla natura identitaria multipla della Libia da tempo suddivisa tra regionalismi, localismi, tribalismi – hanno portato all’instaurazione della (seconda[1]) guerra civile libica e alla disgregazione della stabilità istituzionale del paese nordafricano.  

Le milizie sono oggi un potere ramificato incorporato nella società e nella politica libica a più livelli: la loro presenza si estrinseca nella gestione governativa, economica, delle banche e dei traffici illegali del Paese (contrabbando di armi, carburante, esseri umani); esercitano un condizionamento costante su gas, petrolio, infrastrutture e, non meno rilevantemente, su centri di detenzione legali e migranti (così soggiogando stati che hanno interessi sul suolo libico quali il decremento del flusso di migranti).  Tuttavia, non tutte le milizie svolgono un ruolo oppositivo rispetto agli attori statali[2]: alcune di esse godono di una legittimazione politica che le rende interlocutori imprescindibili di ogni scelta del governo al-Serraj, nonché integrate nel sistema di sicurezza e fornitura di servizi, con immunità e pieno accesso a fondi statali – secondo quanto descritto dall’ultimo Rapporto[3] dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’Onu, pubblicato il 20 dicembre 2018.

La speranza di riunificazione del Paese è ora in mano al recente accordo tra Haftar e al-Serraj in merito alle elezioni che si terranno – afferma al-Serraj[4] – entro la fine dell’anno, e che si auspica metteranno fine alla transizione del Paese, che perdura dal 2011.

Il traffico di migranti

I conflitti interni tra le due coalizioni hanno offerto un terreno fertile per la proliferazione di attività illecite come il traffico di esseri umani e il contrabbando. Il rapporto congiunto della Missione delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) di dicembre 2018 descrive le gravi violazioni dei diritti umani e gli abusi subiti da migranti e rifugiati dal momento in cui entrano in Libia fino al loro viaggio verso le coste a Nord.

I migranti, provenienti perlopiù da regioni di conflitto come Sudan ed Eritrea, sono spesso soggetti a rapimento con richiesta di riscatto e detenzione arbitraria. Bisogna inoltre distinguere i centri di detenzione “ufficiali” in maggior parte siti in Libia occidentale, in cui si stima siano rinchiusi 6800 migranti e rifugiati, in aggiunta a 3700 richiedenti asilo[5] dalle carceri “clandestine”, che vedono un numero sconosciuto di migranti e rifugiati detenuti in hangar, magazzini, edifici non terminati, fattorie ed altri centri amministrati da gruppi armati, contrabbandieri e trafficanti. 

Il rapporto UNSMIL/OHCHR documenta varie violazioni dei diritti umani ed abusi registrati delle carceri ufficiali (in quelle clandestine l’accesso non è consentito in alcun modo): corpi senza vita di rifugiati e migranti non identificati, mostranti segni evidenti di tortura e spari, si trovano non di rado in cumuli dell’immondizia, letti fluviali prosciugati, fattorie e deserti. L’uso di “lethal force” contro di essi nel contesto di operazioni repressive è ritenuto eccessivo; spesso decedono come vittime di un fuoco incrociato in aree di conflitto attivo.

La detenzione avviene per periodi prolungati in assenza di accusa e processo, non vi è opportunità di verificare la legalità della detenzione davanti ad autorità giudiziarie. Il diritto ad un giusto ed equo processo è totalmente negato, alla confisca di beni personali non segue restituzione

Le condizioni detentive sono disumane, si documentano molti casi di tortura e maltrattamenti anche ad opera di milizie integrate nel Ministero degli Interni, le carceri sono eccessivamente sovraffollate, e i detenuti non hanno adeguato accesso ad acqua, latrine e servizi medici; conseguentemente soffrono di diffusa malnutrizione e fame.

La stragrande maggioranza di migranti donne e rifugiate intervistate da UNSMIL nel 2017-2018 riporta di aver subito stupro o minacce di stupro, fuori o dentro le carceri. Molte donne sono state vittime di prostituzione forzata nelle cd. “connection houses” amministrate da trafficanti, spesso al fine di procurarsi il denaro necessario per il viaggio. Ciò che ancora stupisce, è che, stando al report, “non vi sia stato un singolo caso di accusa andata a buon fine nei confronti di chi ha perpetrato l’illecito, e nessun caso di risarcimento e riabilitazione della vittima sopravvissuta”[6].

In aggiunta a ciò, sono documentati casi di vera e propria schiavitù, lavoro forzato, sfruttamento ed estorsione a carico delle famiglie di migranti e rifugiati, spesso poste in essere da gruppi armati con la complicità di rappresentanti delle istituzioni statali in collusione con essi.

La SAR libica

Non sempre, però, chi riesce ad uscire dalle carceri (o quantomeno a sopravvivervi), è in grado di giungere in Europa (o altro paese diverso da quello di partenza). Ciò è dovuto in parte alle condizioni stremanti del viaggio per il Mediterraneo, ed in parte alle politiche internazionali sul recupero in mare di persone in situazione di pericolo. A tal proposito, si veda l’articolo di approfondimento specifico sulle zone SAR, ovvero “Search and Rescue”.

La SAR libica è stata notificata all’IMO (organizzazione marittima delle Nazioni Unite) il 28 giugno 2018[7]. Le critiche alla delimitazione della zona di ricerca e soccorso sono considerevoli, nonostante il beneplacito dell’UE, secondo cui tale zona è stata istituita per aiutare i migranti. In una dichiarazione a Euronews, la Commissione UE ha infatti affermato che “salvare vite umane e combattere le reti di trafficanti e criminali sono le principali priorità del nostro lavoro e di quello delle operazioni della UE nel Mediterraneo centrale”.

Tuttavia, è difficile ignorare gli aspetti negativi di una delimitata SAR libica: i migranti intercettati in tale area sarebbero immediatamente ricondotti presso la costa libica, vedendo così svanire l’opportunità di salvarsi in altro paese e rischiando un nuovo circolo vizioso di violenze, detenzioni e instabilità. Secondo alcuni, come Ruben Neugebauer, portavoce della ONG berlinese nata nel 2015 SeaWatch, l’approvazione UE mirerebbe specificamente ad allontanare i migranti temporaneamente dalle coste europee. “Se si guardano agli asset che la guardia costiera libica sta utilizzando – egli afferma – è molto chiaro che la priorità non è quella salvare vite umane. Non ho visto un solo giubbotto di salvataggio”.

Riportare i migranti in suolo libico è da ritenersi un comportamento in aperta violazione delle convenzioni internazionali, alcune delle quali ratificate dalla Libia[8]: la Convenzione SAR di Amburgo del 1979 e la Convenzione delle NU contro la criminalità organizzata transnazionale, inclusiva di Protocollo addizionale per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare donne e bambini,  Protocollo addizionale contro la fabbricazione e il traffico illecito di armi da fuoco e di loro parti, elementi e munizioni e Protocollo addizionale per combattere il traffico illecito di migranti via terra, via mare e via aria.

La Convenzione di Amburgo impone di condurre le persone salvate in mare ad un “porto sicuro” (cd. “place of safety”): un luogo in cui si ritiene che le operazioni di soccorso debbano concludersi e in cui la sicurezza per la vita dei sopravvissuti non è minacciata, dove possono essere soddisfatte le necessità umane di base. La stessa Commissione UE che ha sollecitato la definizione della SAR libica, ha riconosciuto che la Libia non può essere considerata “porto sicuro” – queste le parole della portavoce della Commissione Europea per la migrazione Natasha Bertaud.

Dalla data della notifica di SAR libica, si è registrato un aumento di decessi in mare, e un decremento di aiuti da parte delle ONG, le quali, nel timore della violenza sistematica delle autorità libiche, si sono ritirate in massa ben oltre la zona marittima contigua della Libia[9].

Non sono infine da escludere le questioni derivanti dai conflitti di competenza italo-maltesi: Malta è responsabile di una zona SAR che si estende oltre ben 750 volte il suo territorio, ma il “porto sicuro” della SAR maltese non è Valletta, bensì Lampedusa; conseguentemente, la responsabilità dello sbarco ricadrebbe sullo Stato italiano. Il destino della popolazione in Libia è oggi minacciato sia dall’interno, da istituzioni in parte complici dei traffici illeciti, sia dall’esterno, ovvero da interessi di altri stati sul territorio libico, le sue risorse minerarie, e il flusso di migranti. Un Paese dilaniato dalla guerra civile, dalla crisi economica e istituzionale, che attende l’unificazione e la tanto agognata pace promesse dalle elezioni di fine anno.


[1] La prima guerra civile in Libia ebbe luogo tra il febbraio e l’ottobre del 2011 e vide opposte le forze lealiste di Mu’ammar Gheddafi e quelle dei rivoltosi, riunite nel Consiglio nazionale di transizione.

[2] A. Varvelli, M. Villa: “La Libia tra conflitto e migranti: ripensare il ruolo delle milizie

[3]Report on the human rights situation of migrants and refugees in Libya”

[4] A. Elumami, U. Laessing, “Libya to hold elections by year end – Tripoli PM”, link:

[5] alla data di 18 settembre 2018

[6] “[…] Not a single case of a perpetrator being held to account and survivors receiving redress and adequate rehabilitation”

[7] A. Cuddy, “La Libia crea la sua zona SAR e notifica l’IMO (con il sostegno UE)”, euronews, link: https://it.euronews.com/2018/07/09/la-libia-crea-la-sua-zona-sar-e-notifica-l-imo-con-il-sostegno-ue-

[8] Bisogna però ricordare come la Libia non abbia mai aderito alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati, e nessun paese nordafricano riconosca il diritto di asilo nella sua pienezza, attribuendo altresì ai titolari di protezione uno status legale che gli permetta di muoversi e lavorare.

[9] F. V. Paleologo, “Zone SAR per ricerca e salvataggio, non per abbandono in alto mare”, Analisi-Difesa, link:  https://www.a-dif.org/2018/08/15/zone-sar-per-ricerca-e-salvataggio-non-per-abbandono-in-alto-mare/

Silvia Casu

Silvia Casu, nata a Varese nel 1995, ha conseguito il diploma di maturità in lingue straniere nel 2014, che le ha permesso di avere buona padronanza della lingua inglese, francese e spagnola. Iscritta al quinto anno preso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Milano Statale, ha sviluppato un vivo interesse per la materia internazionale pubblicistica e privatistica, nonché per la cooperazione legale comunitaria, interessi che l'hanno portata nel 2017 ad aprirsi al mondo della collaborazione nella redazione di articoli di divulgazione giuridica per l'area di diritto internazionale di Ius in Itinere. Attiva da anni nel volontariato e nell'associazionismo, è stata dal 2014 al 2018 segretaria e co-fondatrice di un'associazione O.N.L.U.S. in provincia di Varese; è inoltre socio ordinario dell' Associazione Europea di Studenti di Legge "ELSA" , nella sezione locale - Milano.

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