venerdì, Giugno 14, 2024
Diritto e Impresa

Lo scambio commerciale con i Paesi in via di sviluppo:il contratto di countertrade

Prima della moneta, c’era il baratto: in una primordiale forma della vita economica, gli scambi commerciali avvenivano senza l’uso di spiccioli e banconote trattandosi, come si dice, di scambi di beni contro beni. Potrebbe stupire, dunque, che ancora oggi, nell’ambito di un mondo commerciale assai più complesso e sofisticato rispetto al passato, il baratto rivesta ancora una certa importanza in quanto antenato di una fattispecie contrattuale a cui largamente si fa uso nella prassi del commercio internazionale: il contratto di countertrade. Countertrade è un termine anglosassone che potrebbe essere tradotto con compensazione o contropartita, espressioni con cui facilmente sono messe in evidenza le caratteristiche delle operazioni sottese alla stipula di tale contratto: con esso, chi intende importare una determinata merce non si impegna a pagare una somma di denaro a favore di chi intende esportarla, ma a  consegnare altri beni (generalmente derrate alimentari, materie prime, manufatti industriali e tecnologia). Da questa breve definizione, si possono già trarre diverse considerazioni:

-Le operazioni di compensazione rilevano nel commercio internazionale, cioè tra soggetti appartenenti a Stati diversi

 

-Data la sua vocazione internazionalistica, tale contratto può sia essere stipulato in esecuzione di accordi internazionali tra diversi Stati, sia indipendentemente da tali accordi e sulla base dell’iniziativa dei singoli.

 

-I Paesi coinvolti intrattengono tra di loro rapporti reciproci di esportazione-importazione:il Paese importatore è l’acquirente, quello esportatore il venditore.

 

Da un punto di vista giuridico, esso è un contratto atipico che può essere concluso attraverso diversi schemi: alcuni ormai consolidatisi da tempo, soprattutto nel commercio con i Paesi dell’Est (barter, counterpurchase, buy-back), altri più recenti (offset, switch o swap trading).

-Il barter o baratto è un contratto unitario con cui si scambiano beni appartenenti a diversi settori merceologici ma aventi valore equivalente e che può essere ricondotto alla fattispecie del contratto di permuta.

-Il counterpurchase o controacqusito si caratterizza per due contratti, collegati tra loro dal cd. linkage, di cui uno regola l’esportazione e l’altro contiene l’impegno a ritirare le merci di contropartita.

-Il buy-back o cooperazione industriale con cui l’esportatore concede tecnologia (macchinari,impianti ecc.) ricevendo in compensazione parte dei beni prodotti dall’importatore attraverso tale tecnologia.

-L’offset con cui l’esportatore si impegna a realizzare delle esportazioni a favore e per conto dell’importatore impegnandosi ad acquistare merci in contropartita o ad utilizzare beni prodotti localmente.

-Lo switch trading o compensazione triangolare con cui il paese A che ha venduto tecnologie e prodotti al paese B riceve in pagamento quanto tale paese B deve ricevere in cambio di esportazioni che ha fatto verso il paese C.

Perché, tuttavia, un Paese dovrebbe optare per la compensazione in luogo delle normale operazione di valuta in cui la controprestazione consiste nel pagamento di una somma di denaro? Le ragioni sono molteplici: i Paesi importatori potrebbero avere problemi di convertibilità della moneta, un forte indebitamento, una limitata disponibilità di risorse finanziarie. Tali caratteristiche definiscono la condizioni di vari Paesi a cui comunemente ci si riferisce come Paesi in via di sviluppo (PVS) e a ad altri a cui ci si riferisci come Paesi di nuova industrializzazione (Last Devoleped Countries o LDCs) i quali, non a caso, hanno spesso fatto ricorso a questa fattispecie contrattuale per trovare sbocchi su mercati altrimenti irraggiungibili. Paesi come Algeria, Tunisia, Giordania, Libia non si trovano in una situazione economico-finanziaria tale da fargli disporre della valuta necessaria per accedere ai mercati esteri attraverso le vie tradizionali, ma dispongono di materia prime che possono utilizzare come oggetto di scambio con i beni dei Paesi Industrializzati. Ad esempio, nel 1981 l’Algeria ha scambiato mezzo milione di barili di petrolio con 16.000 automobili giapponesi. A dispetto dei vantaggi connessi con tale pratica commerciale, molti autori hanno sottolineato gli indubbi aspetti di criticità e problematicità che la contraddistinguono parlando del contratto di countertrade come una “illusory soultion” ai problemi economici dei PVS. In particolar modo, si è evidenziato come le operazioni di compensazione generino una sorta di dipendenza del Paese importatore da quello esportatore qualificabile in negativo quanto meno da due punti di vista;da un lato, essa impigrisce il Paese importatore che non è stimolato a differenziare la sua produzione, disponendo delle materie prime come strumento di scambio; dall’altro, non comportando tali operazioni delle entrate monetarie per tali Paesi,  la loro valuta rimane invariata e la loro condizione finanziaria non migliora mantenendosi a un determinato livello. A tutto ciò si aggiunge poi la debole forza contrattuale di tali Paesi che in sede di negoziazione difficilmente potranno imporre le loro condizioni. Alla luce di queste considerazioni, se si può considerare il contratto di countertrade come strumento di partecipazione dei PVS agli scambi internazionali è lecito chiedersi se esso ne sia anche uno strumento di sviluppo;la risposta, purtroppo, non sembra essere positiva.

Emiliano De Luise

Emiliano De Luise è uno studente della facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Napoli Federico II che ha di recente conseguito la sua laurea con votazione 110 e lode con plauso della commissione/110. Appassionatosi a diversi settori del diritto commerciale, tra cui IP, M&A e Capital Markets, auspica ora una carriera nell'avvocatura d'affari.

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