sabato, Aprile 13, 2024
Di Robusta Costituzione

Q&A Referendum Costituzionale 2020

A cura di Gianluca Barbetti e Flaviana Cerquozzi

 

A seguito dell’incontro tenuto da ELSA Bologna in collaborazione con Ius in Itinere sul quesito referendario costituzionale in cui si è tentato di dare risposta alle domande dei soci dell’Associazione, si producono di seguito gli Atti dell’evento.

 

Le ragioni del sì – Gianluca Barbetti

1) SI: le motivazioni che hanno portato alla determinazione del numero dei parlamentari sono ancora attuali? Potrà, il numero ridotto dei parlamentari, assicurare il medesimo grado di rappresentanza?

 

Innanzitutto questa riforma non è una novità per il nostro sistema costituzionale, per la nostra storia repubblicana perché almeno da quarant’anni le varie commissioni bicamerali, i vari tentativi di riforma sottoposti a referendum hanno provato a ridurre i parlamentari che sono in realtà i più popolosi d’Europa, se escludiamo il parlamento inglese, dove 800 componenti sono Lord e non sono votati dai cittadini ma sono nominati a vita e non sono parlamentari a tempo pieno.

Il 2° co. dell’art. 56 fissa il numero dei componenti della Camera dei deputati in 630, di cui 618 eletti in collegi nazionali e 12 nella circoscrizione Estero. Il comma in questione è frutto di due successive modifiche costituzionali, come abbiamo visto. Va notato che il numero fisso di 630 deputati e 315 senatori, stabilito dalla l. cost. 2/1963 fece sì che il rapporto fra numero dei deputati e numero dei senatori passasse da circa 5 a 2 (un deputato ogni ottantamila abitanti contro un senatore ogni duecentomila abitanti) a 2 a 1 (630 deputati a fronte di 315 senatori, escludendo i membri di diritto e a vita): ma è anche vero che la prima legislatura vide i senatori elettivi integrati da ben 107 senatori di diritto.

Nel 2001 è intervenuta un’ulteriore modifica del 2° co., art. 56 (l. cost. 1/2001) tramite la quale è stata riservata una quota di 12 deputati alla circoscrizione Estero. Come è stato rilevato, si tratta di una disposizione peculiare nel panorama delle Costituzioni vigenti nei princiali Paesi europei, nelle quali si riscontrano, sì, norme generali a tutela del voto dei cittadini residenti all’estero, ma raramente ne viene prevista una specifica e differenziata rappresentanza.

 

Il 2° co., art. 57 stabilisce che il Senato è composto da 315 membri, di cui 6 eletti nella circoscrizione Estero, secondo il testo che risulta dall’entrata in vigore di due leggi di revisione costituzionale: la l. cost. 2/1963, con la quale si è introdotto un numero fisso dei componenti della Senato della Repubblica e la l. cost. 1/2001, che ha inserito la quota riservata per la circoscrizione Estero.

Anche in questo caso, la Costituzione prevedeva un numero variabile di componenti, calcolato in rapporto al numero degli abitanti (in particolare si trattava di un senatore ogni duecentomila abitanti). Poi nel 1963 ci si è orientati per il numero fisso[1].

Si può aggiungere che il numero di membri più ridotto dei componenti del Senato non ha costituito fin qui un elemento di differenziazione netto, come potrebbe suggerire la logica aritmetica e l’esperienza secondo cui in un’assemblea più piccola i voti dei singoli membri hanno un peso maggiore rispetto a quelli dei membri delle assemblee più numerose. D’altra parte è stata convincentemente contestata la tesi secondo cui il singolo senatore sarebbe più rappresentativo del deputato poiché rappresenterebbe circa il doppio degli abitanti.

L’Italia è fra i Paesi con il più alto numero di parlamentari direttamente eletti dal popolo: 945, vale a dire un parlamentare ogni 63 mila abitanti. La sforbiciata del numero dei parlamentari ci avvicinerebbe all’Europa e al resto del mondo: avremmo un parlamentare ogni 100 mila abitanti. In Francia il rapporto è uno 72 mila, in Germania è uno ogni 105 mila, in Cina è uno ogni 430 mila e negli Usa è addirittura uno ogni 600 mila.

Se vincerà il Sì al referendum sul taglio di deputati e senatori, in Italia il rapporto tra parlamentari e popolazione scenderà a circa 1 ogni 100mila abitanti, comunque più alto di quello attualmente presente in GermaniaFrancia Regno Unito, cioè i maggiori Paesi europei.

Se il referendum dovesse confermare la riforma – approvata in ultima lettura a larghissima maggioranza – il Parlamento italiano scenderebbe a 600 membri eletti dal popolo (400+200). Di conseguenza il rapporto parlamentari-cittadini passerebbe a circa 1 ogni 100mila. Bisogna infatti, tenere bene  a mente che il nostro Parlamento è retto dal bicameralismo perfetto ed un confronto con sistemi sostanzialmente monocamerali appare come non corretto.

La Spagna può contare su un rapporto migliore (1,2), perché i residenti sono quasi 47 milioni e i parlamentari 558. Anche a Madrid c’è un sistema bicamerale, ma quello che conta è soprattutto il Congresso dei deputati con i suoi 350 membri (sono loro a dare o revocare la fiducia al governo). Il Senato invece è misto: 208 senatori sono eletti a suffragio universale, mentre 58 sono nominati dalle 17 assemblee delle Comunità autonome. Situazione numericamente diversa in Regno Unito, ormai fuori dall’Ue, dove la Camera dei comuni è eletta democraticamente e conta 650 deputati, mentre la Camera dei lord non ha un numero fisso ed è composta da oltre 600 membri a vita, 87 ereditano il titolo per discendenza e 26 devono la nomina al loro ruolo di vescovi anglicani. Il rapporto tra deputati e cittadini è pari a 0,97 ogni 100mila.[2]

È a questo numero che si allineerebbe l’Italia qualora vincesse il Sì alle urne il 20-21 settembre prossimi.

Infine c’è da ricordare che il nostro Parlamento ha il maggior numero di parlamentari elettivi a tempo pieno del mondo. La seconda considerazione nasce dal fatto che il nostro sistema bicamerale è l’unico, ad eccezione della Romania, in cui il Senato dà e toglie la fiducia al Governo.  In tutti i Paesi caratterizzati dalla forma di governo parlamentare il rapporto fiduciario intercorre, esclusivamente, fra una sola Camera e il Governo.

 

2) SI: la riduzione del numero dei parlamentari assicurerà lo snellimento dei lavori, pur senza una modifica al procedimento legislativo?

 

La prima questione da affrontare, e sulla quale sono sostanzialmente d’accordo sia le parti pe ril sì sia le parti per il no, è che il referendum, vertendo esclusivamente sulla riduzione del numero dei parlamentari, consisterebbe in un votare a “scatola chiusa”. I problemi sistematici legati al nostro Parlamento non possono essere risolti esclusivamente con un numero ridotto di parlamentari, ma necessitano di riforme organiche legate innanzitutto alla legge elettorale e al procedimento legislativo. La rappresentanza, inoltre, è legata alla qualità dei parlamentari e alla qualità del lavoro che viene svolto in Parlamento.

Non avendo in concreto coscienza delle riforme che potrebbero seguire l’esito referendario, ci si può basare sul mero confronto con i Parlamenti delle altre Nazioni.

Dal punto di vista numerico, un modello matematico ha provato a stabilire il numero ideale dei componenti di un’assemblea rappresentativa[3]. Il sistema matematico si basa su due requisiti: il primo consiste nel non pesare eccessivamente sulle casse dello Stato e dei cittadini; il secondo quello di non generare, con un numero troppo elevato, confusione e falle nel sistema, che si concretizzerebbero in ritardi nei lavori e in sacche di corruzione. Uno studio del 2008 intitolato On Optimal Number Representatives[4] ha calcolato il numero ideale di rappresentanti approssimandolo nella radice quadrata della popolazione e confrontando il numero calcolato con i parlamenti di cento Stati nel mondo emerge che il loro numero di rappresentanti si avvicina grossomodo al risultato della formula matematica già citata. Ad esclusione del Parlamento italiano che risulta essere sovradimensionato[5].

Altro studio matematico che potrebbe essere di supporto all’idea di ottenere maggiori benefici con un numero ridotto di parlamentari risale al 2017, con la dimostrazione che in Svezia, uno dei Paesi con il valore più basso di corruzione, nelle comunità locali con il maggior numero di rappresentanti,e  di conseguenza di burocrazia, i casi di corruzione aumentino[6].

Senza ricorrere alla calcolatrice, è evidente anche in ambito lavorativo come team più numerosi, se da un lato hanno indubbiamente dei benefici, dall’altro comportano maggiori interazioni e di conseguenza maggiori scontri e rallentamenti.

 

3) Si: con un ridotto numero di parlamentari, si sentirebbero maggiormente responsabili di rappresentare gli interessi degli elettori nelle rispettive camere?

 

Sul punto mi sento di dissentire, a mio avviso il grado di responsabilità di un membro eletto non dovrebbe condizionato da un maggiore o minore numero di elettori rappresentati, in quanto ha ricevuto da parte dei cittadini l’incarico di rappresentarli esprimendo la loro opinione.

Inoltre la legge costituzionale sottoposta a referendum è stata approvata quattro volte dal Parlamento e nella seconda deliberazione della Camera ha ottenuto quasi l’unanimità. Paradossalmente, proprio il respingerla potrebbe essere considerato un attacco al Parlamento e quindi alla rappresentività che parrebbe essere minacciata dall’esito del referendum.

La responsabilità dovrebbe dipendere, piuttosto, dalla qualità dei parlamentari e dal rapporto di fiducia tra le istituzioni e i cittadini, fiducia che dalle bassissime percentuali di presenza alle urne sembra essere ben lontana.

 

4) SI: un ridotto numero di parlamentari potrebbe semplificare i lavori delle commissioni?

Prendo in prestito le parole del costituzionalista Valerio Onida: “Oggi le Camere non funzionano bene, con dibattiti spesso ripetitivi in cui, invece di dialogare e confrontarsi sul merito delle proposte, ci si dedica per lo più a polemizzare con gli avversari”[7].

Come già accennato, andare alle urne senza sapere le riforme che seguiranno l’esito del referendum non permette di prevedere gli effetti, positivi e negativi, di una eventuale riduzione. Una proposta potrebbere essere la redistribuizione degli incarichi in modo più equo. Ad oggi ci sono parlamentari che presenziano in sei commissioni, mentre in altri solo in una.  Altra ipotesi potrebbe essere la redistribuzione dei lavori in Senato (che oggi iniziano il martedì e finiscono il giovedì pomeriggio come emerge dal registro delle sedute di molte commissioni) su tutta la settimana. La ratio della settimana parlamentare dal martedì al giovedì era stata concepita per dare la possibilità agli eletti di riavvicanrsi al proprio territorio nel weekend e di mantenere un rapporto stretto con i propri elettori, ma tale ratio sembrerebbe essere venuta meno con l’abolizione delle preferenze e le modifiche alla legge elettorale.

Un’ultima ipotesi, presentata dal presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Dario Parrini, consiste nel ridurre le commissioni permanenti da 14 a 10 e la riduzione del numero dei membri della giunta per il Regolamento, della giunta per le Elezioni e delle bicamerali “permanenti”, una riduzione che non penalizzerebbe le minoranze[8].

 

Le Ragioni del NO – Flaviana Cerquozzi

 

1) NO: Quali sono state le motivazioni che hanno portato a determinare l’attuale numero di parlamentari anche in relazione al tema della rappresentanza?

 

Con l’entrata in vigore della Costituzione del 1948 gli art. 56 e 57[9] della Costituzione non individuavano un numero precostituito di parlamentari ma solo un rapporto numerico costante tra gli abitanti e gli eletti. Questo perché l’Assemblea costituente aveva deciso che il numero dei parlamentari dovesse variare con il variare del numero di abitanti.  Solo nel 1963 con il Governo Fanfani (IV) la Legge costituzionale n. 2 /1963[10]  inserì i numeri che abbiamo oggi. Negli anni ‘60, difatti, con il boom demografico, si cercò di porre un tetto massimo alle esigenze di rappresentanza per poterle contemperare con quelle di funzionalità.

La ratio del rapporto 2 ad 1 (tra  deputati e senatori) è quello di tutelare la rappresentanza senatoriale durante lo svolgimento delle sedute del parlamento in seduta comune.

Ora, ciò che viene affermato è che la riforma è “puntuale”. È vero, difatti mantiene inalterato questo rapporto 2 ad 1. Tuttavia, la parola che meglio descrive questa riforma è “squilibrio”. Essa difatti, produce effetti diretti negativi sulla rappresentanza ed effetti indiretti sull’intero sistema costituzionale[11].

  • La rappresentanza viene ridotta in modo drastico: si ha difatti una riduzione del 36, 5 %. Se oggi abbiamo un deputato ogni 96.000 abitanti, con la riforma si avrà un deputato ogni 151.000 abitanti. Se oggi abbiamo un senatore ogni 188.000 abitanti, con il taglio si avrà 1 senatore ogni 302.000 abitanti. Pur se in astratto non sia da condannare una riduzione dei parlamentari, questa riduzione colpisce il cuore della democrazia, perché la riduce in modo drastico.

Ma non è soltanto un problema di quantità, il Prof. Azzariti ha affermato che “essenzialmente ci fanno parlare di numeri quando il vero problema è la fuga di potere dal parlamento”[12]. Perché, in realtà, quel che c’è dietro, è una fortissima carica antiparlamentare. Il testo di riforma è del Movimento 5 Stelle che ha (o, almeno in origine, ha avuto) una forte carica antiparlamentare a favore della democrazia diretta. Ebbene, il testo originario prevedeva sì, una riduzione del taglio dei parlamentari, ma prevedeva anche un’implementazione della democrazia diretta, come ad esempio l’introduzione del referendum propositivo. Nella riforma che andremo a votare, invece, non c’è traccia di questo.

Ora, non stiamo qui a discutere se, in astratto, sia preferibile la democrazia indiretta o quella diretta, quel che si vuole sottolineare è che si sta tagliando la democrazia indiretta senza implementare la democrazia diretta.

Oltre alla quantità, si colpisce la qualità. Se non si è implementata contemporaneamente la democrazia diretta, quel che rimane di questa riforma è soltanto una fortissima carica antiparlamentare; è una riforma populista[13], e le riforme populiste hanno il paradossale fine di convincere il popolo su scelte che, in realtà, vanno contro gli interessi generali dei cittadini.

Viene presentata, di fatto, come una “riforma anticasta”, ma non lo è. Questo perché, dal momento in cui, in Parlamento, ci saranno meno parlamentari, i partiti giocheranno un ruolo ancora più forte nella selezione della classe politica.  Sarà ancora più difficile far partire un partito dal basso e al contempo, le lobby giocheranno un ruolo ancora più incisivo. Infine, se di corruzione si vuol parlare, questa sarà ancora più facilitata.

 

  • Produce effetti indiretti sull’intero sistema istituzionale. Questo lo vediamo sui regolamenti parlamentari, sulle commissioni parlamentari e sull’elezione del Capo dello Stato. È, difatti, una riduzione senza correttivi, e questi correttivi non abbiamo la certezza possano essere inseriti. Domandiamoci: perché la riforma non è andata a correggere anche queste storture che inevitabilmente si producono? È e rimane una riforma parziale che provoca squilibri.

Ad esempio, per quanto i riguarda i regolamenti parlamentari, questi si basano sui numeri attuali: andranno necessariamente rivisti.  Nelle commissioni parlamentari, inoltre, verrebbe depotenziata oltremodo la rappresentanza delle minoranze. Queste, per pover funzionare con il rispetto delle minoranze, dovranno essere accorpate. Quale saranno le conseguenze di sistema sul funzionamento delle stesse?

Per quanto riguarda, invece, l’elezione del Capo dello Stato, sappiamo che è prevista ex art. 83 della Costituzione, il quale prevede Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri. All’elezione partecipano tre delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze”. Orbene, lasciando inalterata la partecipazione dei delegati regionali, viene sacrificata la rappresentanza nazionale a favore della rappresentanza regionale. È vero che il Rappresentante dello Stato deve rappresentare l’Unità Nazionale, ma questi correttivi vanno fatti. Tra l’altro, con l’attuale legge elettorale c’è il rischio di una maggiore polarizzazione tra maggioranza e minoranza, si rischia che la maggioranza possa portare ai voti “il proprio Presidente”. Sono equilibri che vanno rivisti.

Tra l’altro, il Prof. Luciani, ha affermato che le ricadute sono così importanti sull’intero assetto istituzionale, che nemmeno siamo in grado, ex ante, di prevederle tutte.

 

2) NO: come conseguenza alla vittoria del no, se/come sarebbe possibile apportare un alleggerimento dei lavori parlamentari?

 

In realtà, questo è un falso problema. Così come detto dal Prof. Azzariti tutti dicono che il nostro parlamento è lento, che non produce leggi. Non è così, si vedano online i lavori delle camere[14]. Il parlamento va veloce, le leggi finanziarie[15], ad esempio, sia di quest’anno, sia dell’anno precedente sono state approvate in circa 4 giorni. E allora dov’è il Parlamento? Dove sta l’incontro tra maggioranza e minoranza, dov’è la discussione? Il problema non è il Parlamento, è piuttosto “la fuga di potere dal Parlamento[16]. Si decide altrove, è un Parlamento mortificato, un Parlamento che non decide, ma “ratifica” quanto deciso altrove.

L’On. Terracini, nostro Padre costituente, diceva “quando si vuole diminuire l’importanza di un organo rappresentativo, s’incomincia sempre col limitarne il numero dei componenti, oltre che le funzioni”. Ebbene, le funzioni sono già -di fatto- limitate, ora si sta diminuendo anche il numero dei componenti.

Sui regolamenti parlamentari si è già detto, si vuole qui sottolineare che il problema è di chi fa le riforme. È il riformatore a dover spiegare il perché si sta facendo la riforma e suggerire i correttivi necessari, non gli altri. Se poi si vuol fare un discorso più ampio, se si vuole cercare e discutere insieme sui problemi del Parlamento oggi, si potrebbe allora discutere del “bicameralismo perfetto”, questo è difatti causa dei rallentamenti. Si potrebbe intervenire su questo, ma nella riforma non c’è traccia, né nei lavori preparatori della riforma.

 

3) NO: la riduzione del numero dei parlamentari potrebbe inficiare la rappresentanza dei partiti minori all’interno delle commissioni parlamentari?

 

Verissimo, chi ha posto questa domanda ha colto il nocciolo duro della riforma, che è quello di ridurre le minoranze. Ma cos’è la democrazia, se non l’incontro tra maggioranza e minoranze? Tagliare le minoranze è davvero la soluzione al problema?

Si potrebbe argomentare che, una volta modificata la legge elettorale, questo problema verrebbe meno.

È vero, la legge proporzionale risolverebbe molte storture che questa riforma porta.  Tuttavia, due sono le argomentazioni cui far riferimento.  Innanzitutto, se le forze politiche non sono riuscite a trovare un accordo precedentemente, non è detto ci riescano ora. Soprattutto non bisogna dimenticare che la legge elettorale è legge ordinaria, noi, invece, stiamo cambiando la Costituzione.

Quel che cambiamo oggi della Costituzione rimane, e non è detto che in futuro -durante le prossime legislature- non si possa proporre nuovamente di tornare ad un sistema maggioritario. Ed allora? Le storture di questo taglio riemergerebbero.

L’unica soluzione per rimediare a questo “taglio” sarebbe l’inserimento di un “principio proporzionalistico” in Costituzione. I nostri Padri costituenti discussero se fosse opportuno l’inserimento di un principio proporzionalistico in Costituzione, ma alla fine decisero di non inserirla. Questo perché, i nostri Padri costituenti erano lungimiranti, avevano compreso che la legge elettorale deve soddisfare le esigenze politiche e partitiche di un determinato momento storico, per questo non l’hanno costituzionalizzata.

Ho qui una domanda da porvi: perché dobbiamo riformare la Costituzione per riformare la legge elettorale?

Il Parlamento funziona male, ed è vero, ma il problema non si trova in Costituzione, il vero problema è la selezione della classe politica e questa selezione viene operata dai partiti. Orbene, si dovrebbe intervenire sui partiti, agendo sui meccanismi interni di selezione[17]. Così come ha detto Gianluca, la responsabilizzazione dei deputati è un problema che non si può risolvere con il taglio dei parlamentari, anche perché non abbiamo la certezza che con questo taglio vengano eliminati i meno virtuosi. Per risolvere il problema della classe politica non si può intervenire sulla costituzione.

Il vero problema è che non vincerà nessuno in questo referendum, né il sì, né il no.

Il sì non vincerà perché questa è solo una “piccola riforma”, una riforma parziale, che ne richiede necessariamente tante altre, e non è detto che queste altre arrivino. Intanto, è una riforma che, come esplicitato dal Professor Luciani, ci fa fare un “salto nel buio, ed è, nella migliore delle ipotesi inutile, per non dire pericolosa”[18].

D’altro canto, nemmeno vincerà il no, perché i problemi del Parlamento rimangono, bisogna avere la consapevolezza che questi risiedano, in gran parte, nella selezione della classe politica, e questo è un problema che non è risolvibile a livello costituzionale.

Quel che avremmo fatto, se dovesse vincere il sì, sarà stato  quello di aver conferito ancora più forza ai partiti politici, perché meno posti si avranno in Parlamento, più questi giocheranno un ruolo fondamentale.

Ad ogni modo, ricordiamoci, che il 20 e 21 settembre siamo chiamati a votare sulla riforma della Costituzione, non sul governo e sulla personalizzazione (nonché banalizzazione) che -spesso, purtroppo- le forze politiche operano della Carta costituzionale[19].

 

[1] Per una disamina più puntuale sulla questione, si rimanda all’articolo presente su questa rivsta Il referendum costituzionale 2020: analisi del quesito referendario e confronto con il referendum abrogativo

[2] https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/08/27/referendum-cosa-dicono-davvero-i-numeri-sul-rapporto-parlamentari-abitanti-in-europa-ecco-come-cambiera-in-italia-dopo-il-taglio/5910877/, (ultima consultazione 17/09/2020).

[3] S. Piunno, Perché voterò sì al referendumhttps://medium.com/@simonepiunno/perch%C3%A9-voter%C3%B2-s%C3%AC-al-referendum-a733dc2b1ffa, (ultima consultazione 17/09/2020).

[4] Auriol, E., Gary-Bobo, R.J. On the optimal number of representativesPublic Choice 153, 419–445 https://doi.org/10.1007/s11127-011-9801-3, 2012

[5] Secondo tale modello matematico, il numero ideale per il Parlamento italiano si attesterebbe sulle 570 unità, a fronte delle 945 attuali.

[6] Bergh, Andreas & Fink, Günther & Öhrvall, Richard, More politicians, more corruption: evidence from Swedish municipalities. Public Choice. 1-18. 10.1007/s11127-017-0458-4, 2017.

[7] V. Onida, Referendum, Onida: “Con il taglio le Camere potranno funzionare meglio anche senza correttivi” https://rep.repubblica.it/pwa/intervista/2020/08/24/news/referendum_onida_-265401268/, (ultima consultazione 16/09/2020).

[8]D. Parrini, Referendum, la linea del Pd, Parrini: “Ecco le riforme necessarie per un Sì riformista”

https://www.repubblica.it/politica/2020/08/28/news/dario_parrini_luciano_violante_sei_argomenti_no_referendum_costituzionale_taglio_parlamentari-265673702/, (ultima consultazione 17/09/2020).

[9] Si riportano di seguito, gli art. 56 e 57 ante riforma costituzionale 2 del 1963. Art. 56:La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto, in ragione di un deputato per ottantamila abitanti o per frazione superiore a quarantamila. Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che nel giorno delle elezioni hanno compiuto i venticinque anni di età”. Art. 57: “Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale.A ciascuna Regione è attribuito un senatore per duecentomila abitanti o per frazione superiore a centomila.Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sei. La Valle d’Aosta ha un solo senatore”.

[10]  Legge costituzionale n. 2 del 1963, disponibile qui: https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1963-02-12&atto.codiceRedazionale=063C0002&elenco30giorni=false, (ultima consultazione 16/09/20).

[11] Quanto alla quantità del numero dei parlamentari, Il prof. Prisco, afferma che “è irrazionale diminuire il numero dei rappresentanti, quando rispetto al 1963 è aumentato quello degli aventi diritto al voto”. Sul punto, si veda Rederendum Costituzionale: le ragioni del sì e del no con i professori Morrone e Prisco, disponibile qui: https://massimedalpassato.it/referendum-costituzionale-le-ragioni-del-si-e-del-no-con-i-professori-morrone-e-prisco/?fbclid=IwAR3UKjtjJVo-e6fB4_N0LWp7TExDpHSZWyLAM1Lu658cgErvr0sdMMUXbwI#1599988277809-cbf773d6-8036, (ultima consultazione 16/09/20).

[12] Cfr. G. Azzariti, si vedano “Per il costituzionalista Azzariti il referendum è una truffa” , 29 agosto 2020., disponibile su: ; ed ancora “ Il referendum costituzionale sulla riduzione dei parlamentari, per il costituzionalista Azzariti <<è una truffa>>”, 31 agosto 2020, disponibile qui:  http://www.korazym.org/47512/il-referendum-costituzionale-sulla-riduzione-dei-parlamentari-per-il-costituzionalista-azzariti-e-una-truffa/, (ultima consultazione 16/09/20).

[13] Sul populismo: “Se la democrazia produce continuamente la protesta di coloro che non si sentono adeguatamente rappresentati, il populismo è quella forma di contestazione che lamenta in generale la sordità delle “élites” governanti rispetto alle esigenze del “popolo”, ossia dell’insieme dei governati” Cfr. M. Manetti, Costituzione, partecipazione democratica, populismo, Relazione al convegno AIC “ Democrazia, oggi”, Modena, 10-11 novembre 2017 pag. 2 , disponibile qui: https://www.associazionedeicostituzionalisti.it/images/convegniAnnualiAIC/MANETTI_Costituzione_Partecipazione_democratica_Populismo.pdf, (ultima consultazione 16/09/20).

[14] Si veda https://www.camera.it/leg18/76.

[15] Cfr. Azzariti, si veda l’intervista su radioradicale.it, disponibile qui: (ultima consultazione 16/09/20)

http://www.radioradicale.it/scheda/597643/referendum-sul-taglio-dei-parlamentari-le-ragioni-del-si-le-ragioni-del-no-intervista, (ultima consultazione 16/09/20).

[16] Intervento G. Azzariti su radioradicale.it, ibid.

[17] O la riforma serve a tagliare i costi e allora è davvero poca cosa, oppure intende sottolineare una sorta di inutilità del Parlamento. E allora è pericolosa”. Cfr. M. Luciani, intervista di  L. Milella, “Referendum, con il sì al taglio dei parlamentari, le Camere non funzioneranno”, 21 agosto 2020, https://rep.repubblica.it/pwa/intervista/2020/08/21/news/massimo_luciani_referendum_taglio_parlamentari-265167682/, (ultima consultazione 16/09/20).

[18] Cfr. M. Luciani, si veda l’intervento durante l’intervista de “Il foglio”, disponibile qui: https://www.radioradicale.it/scheda/615526/cosa-votare-al-referendum-le-ragioni-del-si-e-quelle-del-no(ultima consultazione 16/09/20).

[19] Le argomentazioni del testo sono state mutuate anche dagli interventi dei Professori A. Azzariti, M. Luciani, e C. Pinelli in Sapienza, Lectio magistralis del 16 settembre 2020 sul referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari e sulla rappresentanza politica. Disponibile quihttps://www.facebook.com/alessandro.francescangeli.3/videos/3088083024635356, (ultima consultazione 16/09/20).

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