sabato, Aprile 13, 2024
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Contact tracing: un’opportunità sprecata?

  1. Introduzione

Sin dai primi momenti della diffusione della pandemia che ha sconvolto gli assetti mondiali, la tecnologia ha dimostrato di essere una grande alleata alla lotta contro il SARS-COV-2. Difatti, basterebbe considerare l’enorme impiego che ne è stato fatto in ambito sanitario, oppure il massivo utilizzo che delle piattaforme hanno fatto studenti e lavoratori per compiere ogni minima azione quotidiana[1].

La tecnologia è apparsa un grande alleato anche nell’attività principale al tempo della circolazione di un virus: ossia, il tracciamento dei contatti. Non è cosa introdotta nel 2020: il c.d. contact tracing si è sempre fatto durante le epidemie[2]. Con questo nome si intende il processo effettuato dalle autorità sanitarie di ricostruzione degli spostamenti e dei contatti della persona infetta, allo scopo di rintracciarli e bloccare la catena di contagio. In un’epoca di massiva digitalizzazione e di applicazione pressoché illimitata di strumenti tecnologici, è venuta da sé la prospettazione di una modalità di raccolta dei contatti che comprendesse l’impiego di sistemi automatizzati.

Difatti, sulla scorta del modello cinese, la gran parte degli stati del globo si è adoperata per creare un’app che permettesse la realizzazione di una più agile modalità di tracciamento dei contatti. Le criticità che sono emerse sono state sin dal primo momento legate essenzialmente alla privacy e alla sicurezza degli individui. Ciò che è considerato in ambito sanitario all’ordine del giorno quando vi è in corso un’epidemia, ha assunto dei connotati distopici dal momento in cui le grandi corporations del globo hanno avanzato proposte e soluzioni per favorire la realizzazione di una tale modalità. Ben presto, all’emergenza del virus, se ne è affiancata un’altra: quella della riservatezza e dell’evitare la messa in opera di qualcosa che sembrava assumere i connotati di un grande sistema di sorveglianza di massa. Tale percezione e preoccupazione è stata affrontata dagli stati con modalità e strumenti totalmente differenti: dall’adozione de plano di taluni paesi, come la Cina, all’atteggiamento di generale titubanza con cui si sono mossi molti degli Stati membri dell’Unione Europea.

Il successo o meno del contact tracing appare, dunque, strettamente legato alle scelte che gli Stati hanno fatto della loro programmazione. Partendo, dunque, dall’analisi del funzionamento di tali app, si passerà all’esame dei principali paradigmi in circolazione, per poi focalizzarsi sull’esperienza italiana con Immuni, nell’intenzione di proiettare al futuro delle problematiche relative alla progettazione di strumenti di tal genere da parte degli Stati e, in particolare, delle loro reazioni alle emergenze tecnologiche, nel rintracciare quella adattabilità che sembra essere mancata con le app di tracciamento dei contatti.

  1. Come funzionano le app di contact tracing

Il principio dietro le app di tracciamento dei contatti è abbastanza semplice. Una volta installate, usano una tecnologia per registrare il contatto tra individui, per mezzo della prossimità di telefoni che abbiano in uso l’app. Se una delle due persone, in seguito al contatto, dovesse riportare i sintomi del coronavirus, allora l’altra verrebbe avvisata, in modo che possa isolarsi ed interrompere la catena di contagio. Ovvero, l’app verrebbe impiegata per ricevere l’avviso da parte di un’autorità medica in grado di certificare se vi sia stato un contatto tra soggetti positivi[3].

Per compiere queste attività, le app, come si diceva, utilizzano delle apposite tecnologie. Le modalità differiscono principalmente nel modo in cui queste gestiscono le informazioni e trasmettono i dati (ad esempio, su supporto di Bluetooth o codici QR).

La principale distinzione è tra app “centralizzate” che utilizzano un sistema in cui i dati non risiedono in periferiche, ma sono, per l’appunto, gestiti da un “nodo” centrale; le seconde sono le app decentralizzate che adottano un medium, ossia un’infrastruttura che consente loro di funzionare, come, ad esempio, il Bluetooth di uno smartphone che raccoglie il dato, lo archivia e lo conserva temporaneamente nello smartphone.

A prescindere dalle sole considerazioni tecnologiche che, all’analisi dei modelli, appariranno più complete, una delle principali criticità risiede nell’adesione degli individui al sistema di tracciamento[4]. Il sistema prescelto dagli stati maggiormente “liberali”, è stato quello dell’opt-in, vale a dire che non è stato coattivamente imposto di effettuare il download dell’app e attivare il sistema di contact tracing sul proprio smartphone. Un elemento di criticità è stato, dunque, la volontaria adesione della popolazione alla campagna di tracciamento[5]. Come evidenziano gli studi[6], non è possibile individuare una certa e netta correlazione tra l’insuccesso del tracciamento contatti e il liberismo di quegli stati che non hanno imposto la presenza delle app. Tuttavia, è un dato incontrovertibile che, ad esempio, in Europa, il numero dei downloads si è attestato attorno a cifre modeste, lontane dagli sperati range del 56% e il 95%, come anche evidenziato dall’Autorità Garante per la Privacy Italiana[7]. La scelta di non imporre l’impiego di tali app è ovviamente determinata, in sede Europea, dalla privacy e dal rispetto dei principi di necessità, proporzionalità e minimizzazione sanciti dalla Carta di Nizza e diffusamente richiamati dalla giurisprudenza comunitaria. In particolare, come si vedrà, la scelta su quale strumento si adattasse meglio al rispetto dei richiamati principi è ricaduta sulle tecnologie Bluetooth che, funzionando in prossimità di altri devices, sembravano in grado di garantire sicurezza e attendibilità.

  1. Paradigmi a confronto

La proposta di applicare app di contact tracing è stata accolta nel mondo occidentale con un sentimento di forte preoccupazione che questa scelta potesse condurre ad una normalizzazione di quel “Grande Fratello”, descritto da Orwell, in grado di sconvolgere gli equilibri delle democrazie e di mettere in pericolo i diritti dei cittadini[8]. Come si è brevemente anticipato, il risultato è stato tutt’altro che questo. Lungi dall’augurare la creazione di un sistema di sorveglianza, tuttavia, in alcuni paesi, l’applicazione pratica di queste app è risultata insoddisfacente, imbrigliata da quelle garanzie costituzionali che non hanno permesso di fatto la realizzazione di un tale sistema.

Accanto a questo che potrebbe essere definito come un “effetto placebo”, si rintraccia un altro modello. Difatti, l’approccio perseguito da molti paesi, tra cui la Cina, che spiano costantemente, quotidianamente e massivamente i loro cittadini, con poca sorpresa è andato nella direzione di adottare pratiche invasive di sorveglianza.

Dal confronto tra questi paradigmi si può, tuttavia, evincere un problema che prescinde dal solo contact tracing ed è riassumibile dalla seguente domanda: per quale ragione analizzare tali strumenti se si sono dimostrati poco efficaci nella lotta contro il Coronavirus?

Le ragioni in realtà sono molteplici e albergano in tre principali ordini di idee: anzitutto, si tratta di una vicenda che, sebbene descriva un sostanziale “fallimento” di questo strumento, dice molto a chi le guarda dall’esterno delle tensioni di policy degli Stati. Ovverosia, l’atteggiamento, cui si accennava in precedenza, simboleggiato dalle architetture normative tramite le quali tali strumenti sono stati adottati.

L’intero “mondo pre-COVID” è stato messo in crisi: si è verificato un vero e proprio scontro tra diritti, una scelta tra interesse pubblico e privacy. Non è di certo un bilanciamento facile da effettuare, in particolare nel corso di un’emergenza mondiale. Tuttavia, per Paesi che erano già inclini ad attaccare la riservatezza dei propri cittadini, la scelta è ben presto ricaduta in una normalizzazione della sorveglianza.

Il secondo aspetto da menzionare per giustificare l’attenzione ivi dedicata al contact tracing è legato al futuro di queste app. Esse sono strumenti sui quali gli stati hanno investito e per le quali si stanno sviluppando varie e possibili ulteriori applicazioni che prescindano dal “mero” tracciamento di contatti.

In terzo luogo, la stessa scelta di integrare tecnologia, Big Data, smartphones e app è sintomatica del tempo in cui la pandemia da COVID-19 ha proliferato. I vantaggi principali di svolgere con maggiori supporti tecnologici un’attività che, come si è detto, è di prassi quando si affronta un qualsiasi virus, risiedono nella più rapida identificazione degli individui potenzialmente infetti, prima che emergano i sintomi gravi, e, se condotta con sufficiente rapidità, può prevenire la trasmissione successiva dai casi secondari.

La vera faida, tuttavia, non si è aperta tra paesi permissivi e paesi protettivi. Lo scontro si gioca, ancora una volta, sul piano della sovranità e dell’incisività dello stato al cospetto tanto della tecnologia, quanto delle grandi corporations. Apple e Google, in particolare, si sono direttamente interessate alla vicenda, pubblicando un accordo che per la prima volta ha permesso il dialogo tra le rispettive tecnologie Bluetooth, nell’ottica di aiutare i governi nell’elaborazione di applicazioni di tracciamento dei contatti, onde evitare l’uso di tecnologie più invasive come il GPS[9]. La vicenda del contact tracing è, dunque, interessante poiché ha permesso la sostanziale emersione di ciò che Pasquale definisce con il termine functional sovreignty[10]. Una sovranità di tali soggetti privati che non si limitata al ben noto “network effect” e alle scelte preferenziali del consumatore medio, né è legata alla territorialità. Essa si estende oltre i confini delle giurisdizioni statuali e coinvolge il piano dell’essenzialità. È un dato di fatto che in loro assenza, gli strumenti che si andrà qui di seguito a menzionare non avrebbero potuto funzionare mancando la condicio sine qua non: ossia, la interoperabilità tra smartphones e, dunque, tra diversi sistemi operativi.

3.1 Cina

La Cina è stato il primo paese ad essere colpito dal virus e da Wuhan a tutto il mondo è stato diffuso un modello per affrontare la pandemia[11]. Sono state messe in campo, fin dal primo momento, grandi alleati tecnologici. Dalla robotica al riconoscimento facciale, la maggior parte dei colossi tecnologici cinesi ha contribuito ad aiutare i governi nella costruzione di una vera e propria rete di sorveglianza dei cittadini, ancora più forte di quanto non fosse prima della pandemia[12]. Con l’appoggio del governo, le imprese ICT hanno sviluppato per la prima volta delle applicazioni di tracciamento dei contatti impiantate su piattaforme digitali di comunicazione e di pagamento online di uso comune.

Significativo è stato il ruolo di Alibaba, la famosa azienda cinese che ha contribuito con il lancio di un’applicazione per smartphone, l’Alipay Health Code[13]. Il servizio funziona attraverso la piattaforma di Alipay e WeChat, il WhatsApp asiatico, ed invia agli utenti designazioni con codice colore in base al loro stato di salute, la storia dei viaggi, il loro rispetto delle misure di blocco, eccetera. Tutti possono essere riconosciuti dal colore assegnato – verde, giallo, rosso – e da un codice QR che le autorità possono scansionare per controllare gli individui. Su entrambe le app, agli utenti individuali è stato chiesto di fornire le informazioni personali (ad esempio, numero di identificazione, informazioni demografiche, numero di cellulare verificato, indirizzo del domicilio e informazioni sui membri della famiglia), le condizioni di salute (temperatura corporea, possibili sintomi di infezione e contatti con pazienti diagnosticati o sospetti). Un sistema che viene utilizzato nei bar, ristoranti, spazi pubblici, luoghi di lavoro.

Un dato che è sicuramente da sottolineare riguarda il sistema di classificazione della popolazione che, come spiega il New York Times, “neither the company nor Chinese officials have explained in detail how the system classifies people. That has caused fear and bewilderment among those who are ordered to isolate themselves and have no idea why”[14]. Questa tecnologia ha, chiaramente, sollevato profonde questioni sulla privacy delle persone, la protezione dei dati e il loro uso improprio, in un paese dove i dati non sono solo oro, carburante e mezzi di profitto, ma anche strumenti applicati alla profilazione sociale e alla divisione di classe.

Accanto a questi sistemi, sono sorti anche modelli di contact tracing “community based”: una modalità a carattere peculiarmente locale che è stata applicata, in particolare, a Wuhan e nella quale sono stati combinati sviluppo tecnologico digitale e le interazioni sociali in un ecosistema di innovazione “open” nell’amministrazione della comunità. Il sistema prevede la creazione di griglie della comunità per entrare in contatto con i residenti[15].

Da quanto emerge dalle analisi fatte del paradigma applicato in Cina[16], il sostegno del governo e la collaborazione con aziende private come Alibaba è stata una base importante per stabilire una connessione (peraltro, già forte) tra pubblico e privato. Il governo è, dunque, stato capace di creare un sistema municipalizzato che ha sfruttato l’analisi dei big data, aggregando le informazioni sulla salute e la geolocalizzazione dei cittadini attraverso la piattaforma di contact tracing. Una misura che, però, non è da leggere in senso isolato rispetto alle altre azioni di interventi tempestive. Infine, il tracciamento dei contatti come effettuato, ad esempio, a Wuhan ha enfatizzato l’efficacia della raccolta e analisi dei dati dal basso da parte dei cittadini, radicando il coinvolgimento delle comunità locali: un aspetto che insieme alla raccolta di Big Data si è dimostrato vincente per contribuire al controllo dell’epidemia[17]. Un sistema che, tuttavia, sconta, pur nella sua funzionalità, delle criticità in merito al lato etico e della privacy che, soprattutto se lette da un punto di vista eurocentrico, non possono non essere enfatizzate, così come la mancanza di volontarietà da parte dei cittadini nell’adesione a questo programma di tracciamento dei contatti.

3.2 Non solo Cina: uno sguardo ad altri modelli asiatici

Un altro stato che ha adottato dei sistemi di contact tracing che hanno fatto discutere è stata la Corea del Sud. In questo caso si è andati persino oltre il modello cinese in quanto, a partire da un tracciamento basato sugli smartphone degli individui, è stata messa a disposizione una mappa che gli utenti potessero consultare per controllare eventuali contatti con soggetti che avevano contratto la malattia da COVID-19[18].

La Corea del Sud ha adottato un rigoroso programma di ricerca dei contatti che combina tradizione con nuovi metodi per rintracciare i contatti (sistemi di localizzazione, transazioni con carta di credito e televisione a circuito chiuso). Tramite questa struttura, il governo ha potuto raggiungere sin da subito dei numeri molto bassi di contagio e stabilire un contatto diretto con i cittadini. Un sistema tanto funzionale, quanto al limite con il riconoscimento dei diritti fondamentali, in un paradigma che tende a favorire la protezione di interessi pubblici, come ha notato anche il direttore del Korea Centers for Disease Control and Prevention, Jeong Eun-kyeong. Tuttavia, l’applicazione è stata esclusivamente su base volontaria tramite un progetto già in essere di smart city che coinvolge vari ministeri e centri di controllo delle malattie infettive: non stupisce, dunque, che sia stato un modello riuscito dato che già il 95% della popolazione faceva uso di quell’app.

Anche a Taiwan sono stati creati sistemi di monitoraggio che prevedevano chiamate telefoniche o visite a domicilio da parte degli operatori sanitari pubblici e l’auto-rapporto tramite SMS automatico o web-app: TRACE. Sia i rappresentanti designati dal governo sia i contatti potevano aggiornare il loro stato di salute utilizzando la web-app. Dal 5 aprile 2020, il Central Epidemic Command Center (CECC) ha collaborato con le compagnie di telecomunicazione tramite TRACE per inviare messaggi di testo automatici bidirezionali e ricevere risposte (ad esempio nessun sintomo, sintomi correlati al COVID-19 o altri sintomi) dai contatti durante i 21 giorni di monitoraggio sanitario. Il coordinamento, il follow-up dello stato di salute e il monitoraggio degli indicatori di prestazione, come la proporzione di contatti tracciati e la proporzione di contatti sintomatici e i loro sintomi, sono stati realizzati in TRACE per garantire la qualità e la completezza sostenuta della ricerca dei contatti. Anche in questo caso come in Cina l’app è stata resa obbligatoria.

  1. L’esperienza italiana ed europea

L’esperienza del contact tracing ha avuto dei percorsi e dei risultati molto differenti in Europa dove, sin da subito, gli stati hanno cercato un approccio che replicasse in maniera “più soft” il modello asiatico.

Uno dei primi fu la Polonia, seguita da Germania, Italia e molti altri. In particolare, la Polonia aveva in un primo momento adottato un’app, Rekognition, tramite la quale i cittadini potevano ricevere informazioni dal governo ma anche essere direttamente contatti e, a richiesta, inviare un selfie per mostrare che si trovavano in casa e provare in questo modo il rispetto delle misure imposte. In Romania si è parlato, invece, di impiegare dati GPS per localizzare i cittadini. La Germania stava investendo su Corona Warn, un’applicazione lanciata il 16 giugno 2020, dopo molti passi indietro su privacy, protezione dei dati e diritti umani. È stata creata in collaborazione con Apple e Google, Deutsche Telekom e SAP, ed è molto simile alla soluzione italiana, Immuni, di cui si tratterà a breve. Essa funziona tramite l’utilizzo di una tecnologia Bluetooth, non raccoglie alcuna informazione in grado di identificare la persona in quanto vengono assegnati codici casuali all’utente.

Un aspetto che ha contraddistinto la linea europea del contact tracing è stata, come queste poche righe di per sé testimoniano, la mancanza di una linea comune e condivisa. Mentre gli stati iniziavano, dunque, ad individuare autonomamente dei percorsi d’azione, il Comitato europeo per la protezione dei dati è rimasto fermo, intervenendo in ritardo e proponendo progetti comuni nel momento in cui le Commissioni nazionale stavano già lavorando[19]. Le linee guida hanno fatto riferimento ai principi generali della materia della protezione dei dati personali, rifacendosi l’EDPB alla minimizzazione, la preferenza del trattamento meno intrusivo, la liceità, l’anonimizzazione e la cancellazione dei dati al termine e il principio di proporzionalità. Sebbene inizialmente fosse stata paventata la possibilità della creazione di un sistema comune di tracciamento – che, in vero, avrebbe avuto molto senso date poi le scelte che sono state fatte in materia di green pass – l’Unione Europea ha delegato i singoli stati e ognuno ha scelto la misura che riteneva più opportuna.

In generale, le misure adottate hanno previsto l’impiego di app su supporto Bluetooth e, benché inizialmente il problema sembrasse tutto incentrato sulla privacy, gli ostacoli che sono rimasti hanno precipuamente riguardato l’uso dei software e la creazione di un sistema a livello di infrastrutture che consentisse l’operabilità delle piattaforme. Difatti, con riferimento alla ricezione delle notifiche, uno studio (spiegato qui) pubblicato sulla pagina dell’Alan Turing Institute inglese che ha esaminato l’app impiegata in Regno Unito ha mostrato che il numero di persone che si riesce a raggiungere con il contact tracing digitale rispetto a quello “manuale” è circa il doppio.

E, dunque, che ne è dell’app italiana e perché non la si sta utilizzando?

Facciamo un passo indietro. La risposta dell’Italia al crescente utilizzo di metodi innovativi di tracciamento contatti è passata per un processo burocratico di ricognizione. Il governo, nell’aprile 2020, ha deciso di nominare una commissione multidisciplinare di 74 esperti che aveva il compito di esaminare quale via fosse la più conforme tra una serie di candidature. La scelta è ricaduta sulla proposta dell’azienda Bending Spoons e ci sono voluti due mesi per elaborare Immuni, l’app italiana di ricerca di contatti basata sulla tecnologia Bluetooth. La sua base giuridica è stata posta nel D.L. n. 28/2020 che individua il Ministero della Salute come titolare del trattamento[20]. “Al solo scopo di allertare le persone che sono state a stretto contatto con soggetti risultati infetti e di proteggere la loro salute[21]” è stata lanciata la prima applicazione mobile pensata per una pandemia in Italia, assicurando una serie di garanzie come la previa pubblicazione dell’informativa sulla privacy da parte della Commissione per far conoscere gli scopi del trattamento.

Anche se i cittadini sono stati rassicurati sulla bontà dell’app dal punto di vista della privacy, avendo passato il severo vaglio del Garante Privacy[22], i download sono stati risibili[23]. Le ragioni di questa scarsa efficacia sono state studiate dalla rivista Science e sono legate principalmente all’assenza di uno strutturato sistema di governance, in grado di tenere traccia delle notifiche e di rispondere attivamente al tracciamento dei contatti. Questo problema è legato all’effettuazione pratica del tracciamento e della ricezione da parte degli utenti delle notifiche. Questo non significa che Immuni sia un’app fatta tecnicamente male, anzi.

Il codice di Immuni è open source, ergo, consultabile liberamente da chiunque. Bending Spoons, la società che se n’è occupata, è molto efficiente nel suo campo – anche se dall’ottobre scorso il timone è passato nelle mani di PagoPA/Sogei. Il problema è, ancora una volta, strutturale: vi era comunque la necessità di un passaggio “umano” di caricamento del dato e questo raccordo sarebbe stato effettuato in maniera sporadica[24]. In secondo luogo, è mancata completamente, in particolare in Italia, l’educazione all’uso, alle implicazioni legali, tecniche, etiche di Immuni, lasciando al dibattito disinformato tramite i social network. La collaborazione con i diversi stakeholder avrebbe dovuto essere rafforzata cercando di costruire fiducia e sicurezza sull’uso di quelle applicazioni, per quanto il fulcro sia il coinvolgimento del pubblico. I due problemi sono strettamente correlati: mancando un sistema efficiente e la prova che la sorveglianza era un prezzo che valeva la pena pagare, la narrazione attorno al contact tracing ha portato a una sostanziale esclusione della società civile e a un dis-uso sempre più graduale. Per non sprecare gli sforzi fin ora effettuati si è tentato, da ultimo di far vivere un “revival” ad Immuni con l’introduzione del Green Pass[25]: chi ha installato la App Immuni sul proprio smartphone, può recuperare la Certificazione Verde tramite l’apposita sezione “EU digital COVID certificate” visibile nella schermata iniziale.

Questa storia, tuttavia, ha la capacità di farsi portatrice di un grande messaggio: la tecnologia non è stata né un alleato né un nemico. Senza un adeguato meccanismo ben oliato dal punto di vista dei mezzi e delle infrastrutture, anche la miglior app dal punto di vista tecnico soccombe dinanzi alla disorganizzazione di un sistema della pubblica amministrazione che non ha saputo sfruttare al meglio l’opportunità di prendere il buono da questi strumenti e applicarli per una causa più grande.

  1. Conclusione

La pandemia ci ha mostrato che c’è un urgente bisogno di plasmare regole adeguate con una comprensione comune sull’applicazione degli strumenti di sorveglianza. Tutta la discussione attorno al contact tracing è, dunque, utile a dimostrare due aspetti in particolare: l’approccio tra la sorveglianza tecnologica e il paradigma costituzionale di uno stato è emerso a chiare lettere in questo caso, così come la tendenza ad utilizzare lo scudo della privacy per celare delle carenze strutturali che non hanno permesso a questa tecnologia di funzionare appieno.

Ciò che, in particolare, è mancato è stato un progetto di raccordo pan-europeo che ponesse delle premesse costituzionali e funzionali da consentire l’efficienza dei meccanismi in esame. Una scelta che è stata, invece, fatta per il “passaporto verde europeo” e che, a dispetto di quanto si è visto sopra, si sta dimostrando, almeno sul piano delle applicazioni, molto popolare. Questo è il «simbolo di un’Europa aperta e sicura». Un’Europa che ora più che mai, e la vicenda del contact tracing ne è stata una dimostrazione, deve predicare quanto più possibile i propri valori costituzionali orientati dai principi fondamentali in quanto sono in grado di dar vita a un nuovo bilanciamento tra tecnologia e potere pubblico.

[1] Nel merito, si faccia riferimento allo studio di C. Angiolini, R. Ducato, A. Giannopoulou, e G. Schneider in “Remote Teaching During the Emergency and Beyond: Four Open Privacy and Data Protection Issues of ‘Platformised’ Education”, in Opinio Juris in Comparatione, vol. 1, 2020, consultabile al link , ove hanno studiato comparativamente le privacy policy e i termini e condizioni delle principali piattaforme che hanno erogato servizi di “remote teaching” durante l’emergenza pandemica.

[2] Si veda E. Cau, “L’antivirus Occidentale”, in Il Foglio, 21 Marzo 2020, link: https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2020/03/21/news/lantivirus-occidentale-306896/?underPaywall=true&paywall_canRead=true.

[3] Cfr. A. Vaughan, “The problems with contact-tracing apps”, New Sci, 25 aprile 2020, 246(3279): 9, link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7194927/.

[4] Di questo tema ha diffusamente trattato L. Saporito, “Covid-19 e modelli di contract tracing: Oriente v. Occidente”, Ius in Itinere, 23 febbraio 2021, consultabile qui: https://www.iusinitinere.it/covid-19-e-modelli-di-contract-tracing-oriente-v-occidente-35929.

[5] Come evidenzia un interessante studio comparativo, “the percentage of the population who were using the contact tracing apps was about 26.6% in Australia, 26.3% in Ireland, 21.7% in Germany, around 16.2% in Italy, and just 3.3% in France: results that are well below the threshold of 60% of population that is considered effective for their use”, M. Russo, C. Cardinale Ciccotti, F. De Alexandris, A. Gjinaj, G. Romaniello, A. Scatorchia, G. Terranova, “A cross-country comparison of contact-tracing apps during COVID-19”, Vox EU CEPR, 2 agosto 2021, link: https://voxeu.org/article/cross-country-comparison-contact-tracing-apps.

[6] Molto interessante è lo studio di A. Akinbi, M. Forshaw, e V. Blinkhorn, “Contact tracing apps for the COVID-19 pandemic: a systematic literature review of challenges and future directions for neo-liberal societies”, in Health Information Science and Systems, 2021, vol. 9(1), 1-15, link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC8042619/.

[7] “L’efficacia diagnostica di tale soluzione dipende, in ogni caso, dal grado di adesione che essa incontri tra i cittadini, in quanto la rilevazione potrebbe per definizione avvenire solo limitatamente alla parte della popolazione che consenta di “farsi tracciare”. La percentuale minima per l’efficacia è stimata nell’ordine del 60%”.

[8] B. C. Han, “Scenari. La società del virus tra Stato di polizia e isteria della sopravvivenza”, Avvenire, 4 Luglio 2020, https://www.avvenire.it/agora/pagine/byung-chul-han-filosofo-coronavirus-cina-corea-stato-di-polizia.

[9] Si veda, difatti, i seguenti contenuti sull’accordo tra le due grandi aziende. Si è trattato di un accordo innovativo in quanto storicamente i Bluetooth di Apple e Google non potevano comunicare tra loro, come viene spiegato in “Apple and Google Show What Their Contact Tracing System Could Look like”, CNN, 4 Maggio 2020, https://edition.cnn.com/2020/05/04/tech/apple-google-contact-tracing-first-look/index.html ; “Apple and Google Partner on COVID-19 Contact Tracing Technology”, Google, 10 April 2020, https://blog.google/inside-google/company-announcements/apple-and-google-partner-covid-19-contact-tracing-technology/ ; “Privacy-Preserving Contact Tracing – Apple and Google”, Apple, 2020, https://www.apple.com/covid19/contacttracing.

[10] F. Pasquale, “From territorial to functional sovereignty: The case of Amazon”, Law and Political Economy, 2017.

[11] S. Biagio, ‘Così Big Data e Intelligenza Artificiale Stanno Battendo Il Coronavirus in Cina’, Il Sole 24 Ore, 9 marzo 2020. https://www.ilsole24ore.com/art/la-macchina-tech-xi-jinping-cosi-big-data-e-intelligenza-artificiale-stanno-battendo-coronavirus-cina-ADsL0XB?refresh_ce=1

[12] Quartz, giornale internazionale di business, ha diffuso la notizia che la startup cinese, SenseTime stava lanciando prodotti di riconoscimento facciale che incorporano telecamere di “imaging termico” per aiutare a individuare le persone con temperature corporee elevate. La stessa tecnologia è in grado di individuare e inviare avvisi pop-up agli utenti se le persone si trovano in luoghi pubblici senza indossare una mascherina. Non solo, per l’accesso a taluni edifici, la startup dichiara che il software può identificare gli individui che vi devono accedere anche mentre indossano le mascherine con un’alta precisione. Per essere chiari, il governo cinese ha iniziato a sperimentare questo tipo di tecnologia anche prima della crisi di Covid-19: per scansionare i volti dei rivoltosi durante le proteste di Hong Kong. Il software, hanno spiegato, permette l’identificazione dalla parte non coperta del viso come le sopracciglia e gli occhi.  Sul punto, si veda l’analisi del New York Times, “In Hong Kong Protest, faces become weapons“, 26 luglio, 2019, https://www.nytimes.com/2019/07/26/technology/hong-kong-protests-facial-recognition-surveillance.html. “China’s Facial-Recognition Tech Can Crack Masked Faces amid Coronavirus – Quartz”, Comunicato stampa cinese di SenseTime del 6 febbraio 2020. Il testo è disponibile qui: .

[13] F. Lang, “COVID-19 and Health Code: How Digital Platforms Tackle the Pandemic in China”, Social Media+ Society, vol. 6(3), Agosto 2020, link: .

[14] P. Mozur, R. Zhong, and A. Krolik, “In coronavirus fight, China gives citizens a color code, with red flags”, The New York Times, 2020.

[15] I compiti principali includevano la conduzione di indagini porta a porta sulle condizioni di salute delle famiglie, la fornitura di informazioni sui servizi pubblici, il coordinamento delle forniture quotidiane di beni essenziali e il contatto con i servizi di emergenza una volta identificate le infezioni locali. In un secondo momento, inoltre, per sradicare ulteriormente le minacce di una “seconda ondata”, il 12 maggio il governo municipale di Wuhan ha lanciato un ambizioso piano per condurre test nucleari universali su tutti i residenti. Ancora una volta, le comunità sono state impiegate come canale di comunicazione e coordinamento tra il governo e i cittadini. Il governo municipale ha istituito centri di test temporanei nei luoghi pubblici dei quartieri residenziali. Professionisti medici addestrati sono stati inviati in questi centri per condurre test del tampone e/o del sangue.

[16] Si veda X. Hao, S. Cheng, D. Wu, D., T. Wu, X. Lin, e C. Wang, “Reconstruction of the full transmission dynamics

of Covid- 19 in Wuhan”, Nature, vol. 584, 2020, 420– 424.

[17] Si rimanda a P. Boeing, e Y. Wang in “Decoding China’s COVID‐19 ‘virus exceptionalism’: Community‐based digital contact tracing in Wuha” R&D Management, 2021.

[18] Y. J. Park, Y. J. Choe, O. Park, S. Y. Park, Y. M. Kim, J. Kim, et al., “Contact tracing during coronavirus disease outbreak”, Emerging infectious diseases, vol. 26(10), 2020, consultabile qui: https://wwwnc.cdc.gov/eid/article/26/10/20-1315_article.

[19] A tal proposito D. Boffey, ‘Italy Criticises EU for Being Slow to Help over Coronavirus Epidemic’, The Guardian, 11 marzo 2020, https://www.theguardian.com/world/2020/mar/11/italy-criticises-eu-being-slow-help-coronavirus-epidemic; K. Dartford, ‘Coronavirus: Former Italian PM Mario Monti on Europe’s “slow” Reaction’, Euronews, 13 marzo 2020, https://www.euronews.com/2020/03/13/coronavirus-former-italian-pm-mario-monti-on-europe-s-slow-reaction.

[20] La base giuridica per il trattamento dei dati è individuata nell’art. 6 GDPR e le condizioni per il trattamento dei dati sulla salute, art. 9 GDPR.

[21] Dal Provvedimento di autorizzazione del Garante del 1.06.2020, https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9356568.

[22] Link di riferimento: https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9447462; https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9516719; https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9555987.

[23] ‘Un mese di Immuni: pochi download e tanto disinteresse. Serve ancora un’app di contact tracing?’, Open, 7 luglio 2020, https://www.open.online/2020/07/07/mese-immuni-pochi-download-tanto-disinteresse-serve-ancora-contact-tracing/.

[24] Sul punto F. Fuga “Immuni: perché l’app sembra morta (ma non lo è)”, Agenda Digitale, 30 novembre 2020, https://www.agendadigitale.eu/sanita/immuni-perche-lapp-sembra-morta-ma-non-lo-e/.

[25] Delle implicazioni giuridiche legate al certificato verde ne ha parlato M. Cerciello, ‘Pass vaccinale o impasse giuridico?’, Ius in Itinere, 10.05.2021, https://www.iusinitinere.it/pass-vaccinale-o-impasse-giuridico-38621.

Federica Paolucci

Federica Paolucci, è Dottoranda in Diritto Costituzionale Comparato  presso l'Università Commerciale Luigi Bocconi, dove ha avuto anche modo di approfondire gli aspetti relativi al diritto e alla tecnologia frequentando nell'a.a. 2020/2021 LLM in Law of Internet Technology.

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