lunedì, Giugno 17, 2024
Uncategorized

Amazon è responsabile per i danni causati dalla merce venduta in California

Amazon è responsabile per i danni causati dalla merce venduta in California.
Analisi della sentenza ed applicabilità al contesto normativo europeo.

A cura di Giacomo Bertelli e Matteo Corsi

Introduzione

Il mondo dell’E-commerce ha trasformato radicalmente il settore delle spedizioni ed il modo in cui le persone fanno acquisti[1], rendendo possibile il (quasi) azzeramento dei tempi tra la data di effettuazione dell’ordine e l’arrivo di praticamente qualunque articolo in commercio.

Se l’E-commerce è in crescita esponenziale, sia a livello globale che all’interno dell’Unione Europea[2][3], e risulta ormai imprescindibile tanto per i professionisti quanto per gli utenti finali, lo stesso può dirsi di Amazon, che in poco più di quindici anni si è imposta come assoluto leader del settore[4] con un fatturato di oltre 280 miliardi di dollari nel 2019.

E mentre i suoi competitor naturali faticano a stare al passo, una recentissima e rivoluzionaria pronuncia giudiziale[5] potrebbe riuscire ad aprire una qualche breccia nelle fin qui impenetrabili mura del colosso fondato da Jeff Bezos.

Il 13 agosto scorso, infatti, la California Fourth District Court[6] (corrispondente ad una Corte d’appello italiana) ha stabilito che Amazon può essere ritenuta responsabile per i prodotti difettosi venduti sul suo Marketplace in California. La Corte ha così annullato una precedente sentenza del tribunale di San Diego del 2019, accogliendo le istanze di una donna che afferma di aver subito ustioni di terzo grado quando una batteria difettosa del laptop acquistata da un venditore terzo su Amazon ha preso fuoco.

La decisione potrebbe, da un lato, condizionare anche giurisdizioni diverse da quella statunitense e, dall’altro, avere forti ripercussioni su Amazon, che fin dalla sua nascita ha sempre sostenuto di fungere da mero intermediario tra gli acquirenti e i suoi venditori-terze parti, in quello che è collettivamente chiamato “Amazon Marketplace”.

È lecito precisare che, in realtà, non vi è mai stata una vera e propria distinzione, sul sito, tra prodotti venduti direttamente da Amazon e prodotti venduti da terzi. Questi ultimi infatti non operano su un sito distinto a loro dedicato, ma compaiono nelle normali inserzioni, con l’aggiunta di una breve stringa di testo volta ad indicare che il venditore effettivo non è Amazon, ma una terza parte.

In virtù di ciò, è del tutto evidente come l’interpretazione estensiva della corte vada a minare fortemente quella posizione di mero intermediario che è sempre risultata decisiva nel proteggere Amazon dalla responsabilità per i prodotti del suo Marketplace, almeno fino ad ora.

Il caso

Angela Bolger aveva acquistato una batteria sostitutiva per il suo computer portatile sul sito web per lo shopping online gestito da Amazon.com, LLC. L’elenco della batteria identificava il venditore come “E-Life”, un nome fittizio utilizzato su Amazon da Lenoge Technology (HK) Ltd.

Da parte sua, Amazon aveva addebitato alla Bolger l’acquisto e, dopo aver preso la batteria del laptop da uno dei suoi magazzini, l’aveva predisposta per la spedizione in una confezione con marchio Amazon, inviandola alla destinataria. Diversi mesi dopo, la batteria era esplosa nelle mani di Angela Bolger, causandole gravi ustioni agli arti superiori.

A seguito di ciò, nel gennaio 2017, la stessa Bolger aveva citato in giudizio, davanti alla Superior Court of San Diego County, Amazon e diversi altri soggetti, tra cui Lenoge, contestando loro la responsabilità per i danni causati dalla merce, la responsabilità per negligenza, la violazione della garanzia implicita, la violazione della garanzia espressa oltre al negligence/negligent undertaking[7].

La Lenoge Technology non si costituisce in giudizio ed il tribunale di San Diego prende atto della sua inadempienza secondo la Rule 55[8] (default judgement[9]). Amazon, invece, richiede un giudizio sommario, sostenendo principalmente che la dottrina della responsabilità oggettiva per danni causati dalla merce, così come qualsiasi teoria simile, non sia applicabile alla fattispecie concreta in quanto il colosso dell’E-Commerce non distribuisce, produce o vende il prodotto in questione. Secondo l’azienda convenuta in giudiziou, infatti, il sito web (Amazon.com) non è che un mero “mercato online” e, di conseguenza, E-Life (Lenoge) è il venditore del prodotto, nonché il responsabile per i danni da esso eventualmente provocati.

Il tribunale di primo grado è concorde con la linea difensiva proposta da Amazon, dunque accoglie la sua mozione ed emette giudizio di conseguenza in data 27 settembre 2019. La Bolger, però, decide di fare ricorso in appello alla California State Court, sostenendo ancora che Amazon fosse strettamente responsabile per i prodotti difettosi offerti sul suo sito web anche da terze parti quali Lenoge.

Stavolta, la Corte conviene con l’appellante e ribalta il giudizio come segue: “Amazon si è collocata tra Lenoge e Bolger nella catena di distribuzione del prodotto qui in questione. (…)  In virtù dei consolidati principi in tema di responsabilità oggettiva, Amazon dovrebbe essere ritenuta responsabile se un prodotto venduto tramite il suo sito web risulta essere difettoso.

Il regime di strict liability[10], in questo caso, offre la massima protezione alla danneggiata e non costituisce un’ingiustizia nei confronti dei resistenti, poiché possono regolare i costi di tale protezione tra di loro nel corso del loro rapporto d’affari continuativo”. In altre parole, la struttura del rapporto Amazon-Lenoge, da un lato, e Amazon-Bolger, dall’altro, rappresenta una tipologia di transazione che, seppur nuova, è già ampiamente diffusa; tale struttura renderebbe possibile l’applicazione in capo ad Amazon della strict liability di cui sopra, ovvero la responsabilità per danno da prodotti difettosi.

Applicabilità della decisione al contesto normativo europeo. Considerazioni.

Il caso Angela Bolger ha sancito un principio rivoluzionario che potrebbe essere destinato a incidere profondamente anche sul panorama europeo e, di conseguenza, su quello italiano.

Oggi, dal punto di vista normativo, il commercio elettronico è disciplinato dalla Direttiva n. 2000/31/CE[11], recepita dal legislatore italiano con il D. Lgs. 70/2003, che all’inizio degli anni 2000 si era posto l’obiettivo di regolarne gli aspetti giuridici.

Il quadro normativo delineato dalla Direttiva sul commercio elettronico (c.d. E-commerce Directive) prevede i principi relativi alla responsabilità dei prestatori intermediari – i provider – e stabilisce, in via generale, la loro assenza di responsabilità nello svolgimento dei servizi di mere conduit, caching e hosting[12].

In particolare, prevede che il provider nello svolgimento dei servizi della società dell’informazione tipizzati dalla normativa non possa essere ritenuto responsabile delle informazioni trasmesse, della memorizzazione delle informazioni fornite da un destinatario del servizio e delle informazioni memorizzate a richiesta di un destinatario del servizio.

Il provider, quindi, non ha l’obbligo di sorvegliare sulle informazioni che trasmette o memorizza, né quello di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite. Tuttavia, è tenuto a informare le autorità competenti delle presunte attività o informazioni illecite o comunque a comunicarle, su richiesta, al fine di individuare e prevenire attività illecite[13].

Chiarite le responsabilità previste oggi in capo al provider, occorre ora chiedersi in che modo gli input forniti dalla pronuncia della California Fourth District Court possono influire sull’attuale quadro normativo.

In primis è necessario precisare che la sentenza non si discosta, in linea generale, dal principio cardine della normativa europea vigente secondo cui i provider non sono responsabili dei servizi forniti.

Il principio rivoluzionario sancito dai giudici statunitensi risiede, invece, nel fatto che, in determinati casi, il provider (nel caso di specie Amazon) possa essere ritenuto direttamente responsabile nei confronti degli utenti, in quanto lo stesso costituisce una parte sostanziale e fondamentale nel processo di vendita di un prodotto all’utente.

L’analisi condotta dai giudici statunitensi mette in luce come Amazon ricopra un ruolo di gestione esclusiva di una serie di aspetti che coinvolgono marketing, modalità di vendita e pagamento, consegna e restituzione dei prodotti acquistati.

Da ciò ne consegue, secondo i giudici statunitensi, che la stessa Amazon sia parte integrante dell’intera catena di produzione e commercializzazione e che, pertanto, sia tenuta sostenere i costi derivanti dai danni provocati da prodotti difettosi[14].

Analizzando tale principio con riferimento al sistema normativo europeo (e italiano) si rendono necessarie alcune considerazioni.

Da un lato, si potrebbe affermare che, in via generale, i criteri di responsabilità per danno da prodotto difettoso a tutela del consumatore possano essere traslabili nel nostro ordinamento in quanto compatibili con i principi generali stabiliti dalla normativa europea e recepiti nella normativa interna dagli stati membri.

Dall’altro, tuttavia occorre sottolineare che il sistema statunitense, al contrario di quello di civil law, permette ai giudici di effettuare interpretazioni creative non consentite dal nostro ordinamento.

Appare quindi inevitabile che l’applicazione nel nostro ordinamento dei principi sanciti dai giudici californiani non possa prescindere da un intervento del legislatore (prima europeo e poi nazionale) che costituirebbe il primo passo verso una riforma del commercio elettronico che appare necessaria sotto il profilo legale, sia a tutela dei consumatori che a garanzia della concorrenza tra operatori.

Infine, una riflessione aperta. È indubbio che Amazon rappresenti un player unico e peculiare nel settore del commercio elettronico che, per propria organizzazione, presenta differenze molto rilevanti  – ed un gap notevole – rispetto ai propri competitor. Pertanto, attuare un intervento normativo basandosi esclusivamente sul modello Amazon rischierebbe di creare considerevoli effetti collaterali e negativi per i provider che, pur operando nel medesimo settore, non hanno una struttura nemmeno lontanamente paragonabile al colosso di Bezos.

L’interrogativo da porsi è, dunque, il seguente: la rivoluzionaria pronuncia della Corte d’appello della California costituirà un precedente a cui si uniformeranno i giudici oppure rimarrà un semplice orientamento contrario a quello maggioritario? E ancora, il caso Bolger attirerà le attenzioni del legislatore europeo oppure resterà solo un tema di dibattito tra gli operatori del diritto?

[1] C. A. Finotto, Il balzo in avanti dell’E-commerce cambia il volto a logistica e imballaggi, Il Sole 24 Ore, 24 gennaio 2018.

[2] L. Berto, Il Digital Single Market: di cosa si tratta e a che punto siamo, Ius in Itinere, 9 giugno 2018, https://www.iusinitinere.it/il-digital-single-market-di-cosa-si-tratta-e-che-punto-siamo-10703.

[3] M. F. Crispino, E-commerce senza frontiere: il Regolamento UE sul geo-blocking, Ius in Itinere, 11 maggio 2019, https://www.iusinitinere.it/e-commerce-senza-frontiere-il-regolamento-ue-sul-geoblocking-19839. Sullo stesso argomento: G. Bertelli, Geo-blocking ban to unlock E-commerce: what are the main changes for traders and how Netflix has managed to escape, Ius in Itinere, 6 maggio 2019, https://www.iusinitinere.it/geo-blocking-ban-to-unlock-e-commerce-what-are-the-main-changes-for-traders-and-how-netflix-has-managed-to-escape-20066.

[4] S. Ovide, On Tech Newsletter: Amazon is Jeff Bezos, New York Times, 28 luglio 2020.

[5] Cal. Ct. App., 4th Dist., No. D075738 – Bolger vs Amazon.com Inc.

[6] California Courts, The Judicial Branch of California. Disponibile sul sito https://www.courts.ca.gov/4dca.htm

[7] CACI No. 450c. Negligent Undertaking Judicial Council of California Civil Jury Instructions (2017 edition).

[8] 2020 Federal Rules of Civil Procedure. Rule 55 – Default; Default Judgment: (a) Entering a Default. When a party against whom a judgment for affirmative relief is sought has failed to plead or otherwise defend, and that failure is shown by affidavit or otherwise, the clerk must enter the party’s default.

[9] Secondo il diritto processuale civile  americano, il c.d. default judgement è un giudizio vincolante a favore di una delle parti sulla base di una mancata azione di controparte. Molto spesso, ed anche nel caso di specie, si tratta di una sentenza a favore dell’attore quando la controparte non abbia risposto ad una citazione, non si sia costituita in giudizio o non si sia presentata davanti al tribunale preposto. Il default judgement porta, generalmente, alla determinazione di una somma corrispondente a quella richiesta nella petizione originale della parte attrice.

[10] Per strict liability si intende quella che, in base alle normative vigenti in Italia, verrebbe definita responsabilità per danno da prodotti difettosi (la disciplina inerente tale responsabilità è attualmente contenuta agli artt. 114-127 del Titolo II, Parte IV del D.Lgs. n. 206/2005).

[11] Direttiva 2000/31/CE del Parlamento europeo e del Consiglio dell’8 giugno 2000 relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno (“Direttiva sul commercio elettronico”). Disponibile sul sito https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=CELEX%3A32000L0031

[12] Capo II, Sezione 4 – Responsabilità dei prestatori intermediari, artt. 12-13-14 della Direttiva n. 2000/31/CE e artt. 14-15-16 del D.Lgs. 70/2003.

[13] Art. 15 della Direttiva n. 2000/31/CE e artt. 17 del D.Lgs. 70/2003.

[14] Amazon is “‘an integral part of the overall producing and marketing enterprise,’ may in a particular case ‘be the only member of that enterprise reasonably available to the injured plaintiff,’ and may be in the best position to ensure product safety.” (Jimenez, supra, 29 Cal.4th at p. 479),  Cal. Ct. App., 4th Dist., No. D075738 – Bolger vs Amazon.com Inc., p. 26.

Lascia un commento