martedì, Aprile 16, 2024
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Follia non è malvagità e malvagità non è follia. L’insussistenza del raptus omicida

Introduzione.

Follia ed efferatezza non sono sinonimi. Raptus omicida non significa sostanzialmente nulla: raramente un malato è malvagio e raramente un malvagio è malato.

Quando ci si trova dinnanzi a delitti particolarmente efferati o ai quali non si riesce a dare una spiegazione plausibile tanto da considerarli in apparenza incomprensibili, si associa quel delitto alla follia, alla pazzia, a quello stato mentale o a quel comportamento che sta agli antipodi della “normalità”. Ebbene, il punto su cui interrogarci è quale sia il legame concreto tra malattia mentale e violenza.

Ancor prima, però, è opportuno interrogarsi da un lato, sul concreto significato del termine follia, che molto spesso viene oltre misura utilizzato e, dall’altro, affrontare un discorso riguardante l’erronea percezione comune circa il ruolo della malattia mentale sulla commissione di violenze eterodirette, cioè verso gli altri.

In particolare, in tale articolo si cercherà di fornire spunti di riflessione che facciano comprendere come una violenza improvvisa o atti aggressivi ed impulsivi non siano gesti direttamente correlati e correlabili ad una malattia mentale e che, d’altra parte, nemmeno possa sussistere una qualsivoglia forma di raptus sottesa ad efferati ed “incomprensibili” omicidi; si cercherà di capire, inoltre quali siano le cause che contribuiscano a fomentare tali pensieri ed erronee convinzioni nelle persone che ne apprendono notizia. Si evidenzia fin da subito che si esporrà la tematica sullo sfondo della questione connessa all’ambito giuridico che pone al centro il rapporto tra imputabilità, incapacità di intendere e/o volere e le vicissitudini riguardanti il raptus.

 

Efferatezza o follia?

Spesso la cronaca nera racconta di omicidi particolarmente violenti commessi “probabilmente” in preda ad un raptus omicida, laddove il termine “probabilmente” viene erroneamente utilizzato per porre in rapporto di proporzionalità diretta efferatezza e follia. Ma cosa realmente si intende per follia? È possibile che una persona passi repentinamente da uno stato di tranquillità o “normalità” ad uno che la porti a commettere un gesto brutale come l’omicidio? Inoltre, la gravità di un reato è altresì indice di pericolosità sociale e rischio di recidiva? Questi sono tutti miti da sfatare: eventi criminosi ed orripilanti possono essere commessi anche da persone che folli non sono. Ed in tal senso la criminologia e la psichiatria moderne tendono, in modo quasi unanime, ad escludere un possibile e repentino cambiamento dei processi cognitivi di un soggetto: quasi mai un atto aggressivo deriva da impulso improvviso che scatena una furia omicida.

In questi termini ci si sta riferendo ai fatti più spesso raccontati in cronaca, come delitti passionali, gesti causati da relazioni claustrofobiche, interazioni quotidiane troppo strette tra persone (come quando si è in coda al supermercato, sulla metro, al lavoro), atti criminosi più “tenui” che degenerano sfociando in tragici eventi con uccisione violenta. In realtà, in ognuno di questi casi si ravvisa un vissuto dietro, una storia che, se fosse conosciuta, permetterebbe di comprenderne l’epilogo. Talvolta, infatti, parlare di raptus omicida è sinonimo di non conoscenza del passato e della storia di vita del soggetto che lo hanno condotto fino a quel punto. Ecco che, sul punto, si può sostenere che la violenza agita è comprensibile solo in questi termini, cioè con un’esplorazione conoscitiva retrospettiva del fatto e della persona. Non è possibile, dunque, giungere alla conclusione dell’esistenza di una diretta proporzionalità tra follia ed efferatezza.

A questo punto, si rende quindi necessario, da un lato, valutare la presenza di una patologia mentale con le relative compromissioni cognitive che essa comporta e, dall’altro, la storia di vita ed il vissuto della persona vanno necessariamente approfonditi per giungere alle motivazioni sottese al gesto criminoso.

La mente. La follia. La non follia.

Quelli che i media definiscono ‘raptus’ in genere sono gesti compiuti da persone con disturbi di personalità, con stati emotivi complessi che possono avere una componente patologica, ma che non li privano della capacità di valutare e decidere” così si esprime lo psichiatra dottor Ugo Fornari e continua dicendo che “la grande patologia mentale – la malattia vera che rende le persone non imputabili – riguarda al massimo l’8-10% dei delitti” e “oggi le persone socialmente pericolose sono in gran parte sane”. Ciò significa che, è vero, si può impazzire, nel senso che possono commettersi azioni violente conseguenti a dei momenti di scompenso psicotico, ma questi rimangono casi rari in quanto “la maggior parte dei malati di mente non commette crimini violenti[1].

Sono molte le differenze tra chi è affetto da infermità e colui che, “sano”, compie atroci crimini. Tale linea di demarcazione, pur essendo talvolta molto sottile tra i due, permette di sfatare il mito secondo cui follia ed efferatezza siano direttamente proporzionali.

Per questo motivo, è bene distinguere il malato mentale, come può essere chi soffre di schizofrenia, disturbo bipolare o depressione, da chi invece ha un disturbo di personalità come ad esempio comportamento antisociale, borderline, narcisista. Negli Stati Uniti, gli studi dimostrano come siano questi ultimi, unitamente all’eventuale effetto di abuso di sostanze (soprattutto alcool), ad avere un concreto ruolo nell’ambito di crimini e violenza; il malato di mente, invece, spesso risulta essere la vittima e non il carnefice[2].

 

La giurisprudenza.

In ambito giuridico, la questione legata al giudizio circa la salute mentale si inserisce nel contesto della perizia psichiatrica che, in certi casi di crimini particolarmente violenti, viene concessa dal giudice ai fini di una valutazione sia circa la sussistenza di un’infermità sia della misura con la quale abbia inciso sulla capacità di intendere o di volere al momento del compimento dell’atto (artt. 88 – 89 c.p.)[3].

Sebbene non vi sia un distinguo operato dal legislatore, può definirsi compromessa la capacità di intendere laddove uno stato delirante o confusionale porta a perdita di contatto con la realtà accompagnata da alterazioni percettive, di memoria, organizzative, previsionali, cognitive e riflessive che psicopatologicamente conducono a deliri ed allucinazioni. Per converso, la capacità di volere, la cui sussistenza, ai fini della dichiarazione dell’infermità, è richiesta alternativamente (e non necessariamente contestualmente/in compresenza) rispetto alla capacità di intendere, significa comprendere il fare o l’evitare un’azione e quindi può esserci alterazione del funzionamento decisionale ed esecutivo dovuti ad una patologia degli impulsi inficianti i processi affettivi, ovvero gravi alterazioni dell’affettività e dell’umore.

 

Quando aggressività e malattia non sono sinonimi.

Una valutazione peritale concerne non solo la patologia mentale ma anche, come stabilito nella sentenza n. 9163 del 2005 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, i disturbi di personalità, i quali “possono costituire causa idonea a escludere o scemare grandemente, in via autonoma e specifica, la capacità di intendere e di volere” a patto che “tra il disturbo mentale e il fatto di reato sussista un nesso eziologico, che consenta di ritenere il secondo causalmente determinato dal primo”.[4]

Sono sostanziali le differenze tra crimini commessi da persone affette da patologia o disturbo e quelli, i più efferati, commessi da soggetti definiti “sani”:

  • Innanzitutto, nella persona con un vizio di mente si pone in primo piano la patologia o il disturbo di personalità che hanno concorso alla dinamica della fattispecie di reato, mentre nei “sani” l’accento si pone sulla crudeltà del fatto.
  • Altro aspetto differenziale concerne le conseguenze di un disturbo diagnosticato in entrambi i soggetti (il folle e il sano). Nel primo caso, il disturbo ha inciso ed alterato la percezione del significato del reato e della sua commissione con conseguente perdita di contatto con la realtà da parte dell’Io. Negli altri, invece, il disturbo di personalità diagnosticato non ha minimamente influito sulla percezione del reato, sulle sue conseguenze e non ha intaccato lo stato di coscienza legato alle capacità percettivo – memorizzative, organizzative e decisionali.
  • Infine, aspetto da non sottovalutare è che tendenzialmente le persone con patologia mentale minimizzano oppure addirittura sono inconsapevoli del proprio stato di infermità, spesso per scongiurare un eventuale ricovero psichiatrico. Invece, in sede di valutazione, le persone non affette da patologia mentale alcuna, potrebbero dichiarare di essersi trovate in uno stato di delirio o di allucinazioni nel momento della commissione dell’efferatezza. Le motivazioni sottese sono da leggersi in chiave di strategia difensiva, al fine di cercare di calmierare i giudizi peritali, quasi un voler sembrare meno criminali; ma, simulando un vizio di mente con il fine di ottenere sconti di pena o addirittura il proscioglimento, il soggetto in questione non fa emergere altro che una personalità priva di qualsivoglia forma di disturbo psicotico[5][4].

Gli aspetti della crudeltà ed efferatezza da parte di persone sane, che Fornari riferisce ai “delitti folli”, sono spesso differenziati da una linea di demarcazione molto sottile rispetto ai cc.dd “delitti dei folli” (Fornari, 2012), laddove il confine tra salute mentale e funzionamento gravemente alterato, adattamento funzionale e disfunzionale, adeguato temperamento e malattia psichiatrica è sempre molto labile.

Non si può dunque prescindere, in sede forense, clinica o psichiatrica, da un’analisi accurata del contesto socioculturale e familiare che può aver inciso sull’ideazione, evoluzione e concretizzazione del delitto.

Secondo Freud, ogni essere vivente possiede aggressività, intesa come quell’energia finalizzata alla difesa e alla tutela della propria vita che, laddove orientata a fini condivisi e socialmente utili, si traduce in creatività, convivenza, cooperazione; invece, nel momento in cui tale aggressività non sia diretta a fini sociali e relazionali, quindi non utilizzata in chiave positiva, allora ecco che lo scopo diviene distruttivo. Sulla base di ciò, si può dedurre che, da un punto di vista intrinseco, le persone non sono buone oppure cattive, ma sono le situazioni relazionali, gli incontri, le occasioni e i contesti di vita che si prospettano, intrecciandosi ogni volta, a rendere l’aggressività pulsione vita o pulsione morte. E si può essere cattivi dunque senza essere malati. E viceversa.

Più frequentemente, le situazioni che possono portare ad un’incapacità di controllare le pulsioni, che quindi sopraffanno la persona generando situazioni di acuta violenza o “comportamento transitorio impulsivo” sono:

  1. disturbi deliranti acuti: solitamente si manifestano in soggetti con disturbi di personalità e spesso, ma non sempre, a seguito di un evento psicotraumatizzante acuto.
  2. reazioni causate da stress;
  3. disturbi di personalità: i soggetti che giungono all’atto manifestano disforia ed impulsività rientranti nei disturbi di personalità di tipo paranoide, antisociale e narcisistico maligno.
  4. patologia borderline di personalità: disorganizzazione del comportamento ed episodi di perdita dell’integrità dell’Io, nonché alterazione della percezione della realtà, portano all’agito.
  5. stati emotivi o passionali: in tali casi, l’agito nulla ha a che fare con stati psicotici; l’art. 90 c.p., invero, non prevede alcuna diminuzione dell’imputabilità per queste circostanze. È esclusa, quindi, l’incidenza dei reati d’impeto sulla capacità di intendere o volere, onde evitare qualsivoglia forma di autogiustificazione del gesto eventualmente collegabile anche ad un’attribuzione di colpa in capo alla vittima.
  6. disturbo borderline di personalità, intolleranza alle frustrazioni ed instabilità relazionali possono generare facile perdita di controllo in un soggetto che non è in grado di elaborare in maniera consona un determinato evento spesso legato alla sfera passionale.
  7. schizofrenia, è caratterizzata da graduale generazione di stati di paranoia forte con ideazioni persecutorie e convinzioni di essere minacciati; consegue una risposta aggressiva ed il soggetto è altamente a rischio di violenza agita.
  8. disturbo bipolare: trattasi di uno stato misto con marcata disforia, reattività, cambi repentini dell’umore, instabilità forte in cui si degenera facilmente ed in modo impulsivo in violenza agita, soprattutto nella fase transitoria da depressione ad euforia.
  9. abuso di sostanze: il concretizzarsi della violenza agita in maniera improvvisa e non procrastinata, derivante da forte instabilità oppure da allucinazioni, paranoie, sensazioni persecutorie, può avvenire sia in fase di utilizzo di certe sostanze sia a seguito di astinenza da altre.

 

Conclusioni.

In conclusione, alla luce di quanto è stato esposto, si può dire che i punti sui cui concentrare l’attenzione di fronte a gesti di così tanta efferatezza sono, primariamente, la conoscenza del vissuto della persona, in quanto solo con una ricostruzione retrospettiva della vita, come una forma di “autopsia psicologica” (per ricorrere ad un termine proprio della vittimologia) si può concretamente comprendere ciò che sta dietro all’agito specifico; si può capire ciò che si è accumulato nell’individuo e che è a poco a poco cresciuto in maniera latente per poi esplodere. La conoscenza, infatti, è comprensione.

Inoltre, è bene soffermarsi a riflettere sul perché spesso si associno i crimini violenti alla follia, sforzandosi di ammettere che tante volte lo si fa come sorta di presa di distanza da tale comportamento, pretendendo l’esclusione di colpe in capo a persone definite “normali”, forse per timore di riconoscere che chi si è reso responsabile era uno come tanti, uno “sano” e non un pazzo psicopatico affetto da follia omicida. Forse il prendere le distanze dai cattivi pensieri ci rende più virtuosi, erroneamente pensando che il seme del male si origini solo nelle altre famiglie. Tuttavia, il male può essere ovunque, anche attorno a noi e il riconoscere questa possibilità, senza a priori espellere o allontanare da noi tale considerazione, significa molto spesso salvare una vita.

 

Fonte immagine: www.pixabay.com

 

[1] Cicerone P.E., “Raptus. Un attimo di fatale follia”, in MIND Mente & Cervello, N. 133 del 2 gennaio 2016, ed. Il futuro (prossimo) nella nostra memoria, in https://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2016/01/02/news/il_futuro_prossimo_della_nostra_memoria-2906111/ , https://www.claudiomencacci.it/blank-uploads/2016/01/BRN30055C4D40F0_000724.pdf

 

[2] Applebaum P.S., “Violence and mental disorders: data and public policy”, in The American Journal of Psychiatry, agosto 2006; 163(8):1319-21. DOI: 10.1176/ajp.2006.163.8.1319, in https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/16877640/ , https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/ , https://ajp.psychiatryonline.org/doi/full/10.1176/ajp.2006.163.8.1319

 

[3] Sulla capacità di intendere e di volere si veda https://www.iusinitinere.it/lincapacita-di-intendere-e-volere-sotto-il-profilo-sostanziale-e-processuale-20701

[4] Cass., Pen., Sez. Un., 8 marzo 2005, n. 9163

 

[5] Monzani M., Manuale di criminologia, Padova, libreriauniversitaria.it Edizioni, 2016, p. 301

 

Elisa Teggi

Laureata all'Università Cattolica Sacro Cuore di Piacenza nel 2006 con tesi intitolata "Il licenziamento del dirigente", ha in seguito indirizzato la propria carriera lavorativa in diversi ambiti che le hanno fornito esperienza, soprattutto grazie al contatto costante con persone e ragazzi, mantenendo un forte interesse per l'ambito criminologico. Questo l'ha portata a voler conseguire ulteriore laurea in Criminologia con tesi dal titolo "Staging ed occultamento di cadaveri", nel 2021, per poter indirizzare completamente il proprio lavoro in questa direzione. Attualmente lavora nel territorio piacentino in ambito criminologico - sociale, di prevenzione delle condotte devianti, in contatto con il servizio sociale, occupandosi specificatamente dei minori. Esperta di Scienze Forensi, si mantiene in costante aggiornamento e continua formazione su aspetti forensi e criminologici, prestando attenzione, in chiave critica, ai processi mediatici, cercando di interpretare le motivazioni sottese al fenomeno. La frase che funge da sfondo ad ogni suo lavoro è: "Non si tratta di fascinazione del male, si tratta di dare centralità alla persona, alla vittima e alle cause devianti, studiando il criminale prima del crimine, il folle prima che la follia, con l'obiettivo di rieducare e reintrodurre in società. Dalla parte della giustizia sempre e per sempre".

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