domenica, Maggio 26, 2024
Criminal & Compliance

Il “Great Firewall”: la censura cinese 2.0

Censura

L’espressione “Great Firewall” fu coniata dalla rivista Wired nel 1997 per fare riferimento ad un sottosistema del c.d. Golden Shield Project: un progetto di censura e di sorveglianza che blocca dati potenzialmente sfavorevoli provenienti dai paesi stranieri, gestito dal Ministero della Pubblica Sicurezza (MPS) cinese. Il progetto entrò in funzione, nella sua versione definitiva nel 2006.

L’ideologia alla base dello “Scudo d’oro” va ricondotta alla celebre espressione di Deng Xiaoping: “Se si aprono le finestre per fare entrare aria fresca, è necessario aspettarsi che alcune mosche entrino”.

Il detto è intimamente connesso al periodo di riforma economica della Cina che prende il nome di “economia socialista di mercato”, che ha portato la Cina ad una apertura nei confronti di investitori stranieri. La lotta politico-legislativa per trovare un equilibrio tra questa nuova apertura al mondo occidentale e il tenere a distanza il suo popolo dalle ideologie occidentali ha portato all’avvio del Golden Shield Project.

Cos’è il “Great Firewall”?

Con un gioco di parole che intende richiamare la Grande Muraglia Cinese (The Great Wall), viene definito “Great Firewall” quel sottosistema del Golden Shield costituito dal connubio di attività legislative ed informatiche poste in essere dal Ministero della Pubblica Sicurezza per controllare e censurare l’utilizzo di internet.

Questo potente e sofisticato strumento consente di:

  • bloccare alcuni siti web e app per smartphone (tra i più famosi figurano Google, Youtube, Facebook, Instagram, Twitter, Whatsapp e Snapchat);
  • filtrare parole chiave nei motori di ricerca che rimandino ad ideologie contrarie (ad es. se provassimo a cercare “Tienanmen” in Italia su Google, la ricerca produrrebbe circa trecento mila risultati di cui la maggior parte relativi alla famosa protesta del giugno 1989; al contrario, se provassimo a cercare la stessa parola in Cina, la ricerca produrrebbe scarsi risultati e nessuno di questi relativo alla protesta);
  • utilizzare il c.d. man-in-the-middle attack che consente all’attaccante di inserirsi in una conversazione che gli utenti credono privata;
  • lanciare, attraverso il “Great Cannon”, attacchi che intercettano il traffico web e diffondono maleware contro bersagli determinati.

I siti presi maggiormente di mira sono, ad esempio, quelli di gruppi attivisti pro-democrazia, siti con contenuti religiosi o collegati al Dalai Lama, quelli contenenti oscenità e pornografia e siti considerati sovversivi.

Una ricerca condotta ad Harvard ha dato vita ad una teoria chiamata “azione collettiva potenziale”: il bersaglio della censura sono le persone che si raccolgono per esprimersi collettivamente e che sembrino avere il potenziale per generare azioni collettive.

L’autocensura

Oltre alla complessa tecnologia dello strumento, ciò che contribuisce maggiormente al corretto funzionamento del “Great Firewall” è la cultura che questo ha generato e genera tutt’ora: l’autocensura. Dal momento che il governo cinese ritiene responsabili le aziende per i loro contenuti pubblici, sono loro stesse ad assicurarsi che le proprie piattaforme non contengano argomenti proibiti.

I principali siti d’informazione cinese, come Xinhuanet.com, Chinadaily.com.cn, Chinanews, e Baidu.com, attenendosi meticolosamente ai decreti del governo, si impegnano a “rendere Internet un editore di teorie scientifiche […] mantenere la stabilità sociale, e promuovere la costruzione di una società socialista armoniosa”.

Legalità ed elusione

Nella lotta contro la censura di internet è stato determinante l’intervento, nel luglio 2016, del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite che ha condannato formalmente i paesi che bloccano o limitano l’accesso internet dei cittadini.

Secondo l’ONU, meritano lo stesso trattamento e le stesse garanzie, al pari della libertà di espressione e di scelta dei mezzi di comunicazione, i diritti online delle persone.

Ma nonostante tale autorevole intervento, le preoccupazioni in merito sono aumentate quando, pochi mesi fa, la Russia ha reso noto di voler porre in essere un sistema di censura (the “Red Web”) in collaborazione con il Governo Cinese.

Cosa e come fare, quindi, per “scavalcare” il “Great firewall?
I principali strumenti di contrasto alla monumentale azione di censura cinese sono: le VPN e TOR.

 Virtual Private Network (rete privata virtuale)
Una VPN crea un tunnel crittografato tra due punti su internet, per esempio da un PC a un server web. In altre parole, all’attivazione di questa rete l’indirizzo IP risulterà situato nel paese selezionato. Il suo punto debole è che il traffico dei dati può attirare attenzioni indesiderate perché criptato. Tali servizi sono liberamente pubblicizzati e forniti in Cina: banche e produttori locali, per esempio, non lavorerebbero senza di essi.

Per quanto riguarda l’utilizzo delle VPN da parte delle persone fisiche, una vera e propria regolamentazione non c’è, ancora. Il Governo Cinese è ovviamente a conoscenza del fatto che una percentuale, seppur minima, faccia uso di VPN, ma lo ha accettato purché continui ad avere la sensazione di essere nel pieno controllo.

Inoltre è essenziale che imprese e professionisti nazionali abbiano la possibilità di guardare al mondo occidentale, anche se solo attraverso una piccola fessura.

The Onion Routers
Di TOR se ne parla soprattutto in relazione al tema del c.d. Deep Web, ma l’utilizzo di questo browser, che consente l’accesso al web non indicizzato, è fortemente diffuso proprio per aggirare sistemi di censura e per raggiungere luoghi dove i mezzi di informazione e di comunicazione sono completamente soppressi.

Conclusioni

In conclusione, dobbiamo prendere consapevolezza del dualismo insito nel mondo online: se è vero che vi sono zone della rete dove non esistono regole, come ad esempio il deep web, è anche vero che vi sono altre zone dove il controllo è la parola d’ordine e le regole sono fin troppo serrate. Tra queste ultime non figura solo la Cina, ma anche il Vietnam, la Corea del Sud e la Russia.

Il “Grande Firewall” sorveglia circa settecento mila utenti, e la meticolosità con cui ciò avviene spaventa la stragrande maggioranza dell’utenza di internet tanto che solo una piccolissima percentuale, circa il 4%, fa uso di VPN.

Per quanto riguarda la repressione di tali comportamenti elusivi, questa è ridotta ai minimi livelli. Come evidenziato già in precedenza l’uso di VPN è generalmente accettato, ma sempre nei limiti del rispetto delle ideologie nazionali. Risvolti penali, quindi, non ce ne sono per ora ma una codificazione è in fase di elaborazione (con la collaborazione di alcuni giuristi italiani).

E’ preoccupante prendere atto che questo sistema di censura sia preso come modello da altri Stati intenzionati a controllare e monitorare il traffico web; ma è ancora più preoccupante l’illusione che è stata generata in questi anni: tirando le somme gli utenti cinesi hanno modo di esprimersi in rete, di sentirsi in qualche modo padroni di ciò condividono pubblicamente online.

Ma la realtà è un’altra, fino ad oggi il governo ha evitato che internet venisse usato come mezzo per destabilizzare gli equilibri politici. E’ vero che ha lasciato degli spiragli e delle “zone grigie” dal controllo del “Great Firewall”, ma tutto ciò costituisce una mera illusione di pubblico dibattito in quanto internet non potrà mai essere il mezzo per il cambiamento politico, e ideologico, di cui la Cina ha bisogno.

Simone Cedrola

Laureto in Giurisprudenza presso l'Università Federico II di Napoli nel luglio 2017 con una tesi in Procedura Civile. Collaboro con Ius in itinere fin dall'inizio (giugno 2016). Dapprima nell'area di Diritto Penale scrivendo principalmente di cybercrime e diritto penale dell'informatica. Poi, nel settembre 2017, sono diventato responsabile dell'area IP & IT e parte attiva del direttivo. Sono Vice direttore della Rivista, mantenendo sempre il mio ruolo di responsabile dell'area IP & IT. Gestisco inoltre i social media e tutta la parte tecnica del sito. Nel settembre 2018 ho ottenuto a pieni voti e con lode il titolo di LL.M. in Law of Internet Technology presso l'Università Bocconi. Da giugno 2018 a giugno 2019 ho lavorato da Google come Legal Trainee. Attualmente lavoro come Associate Lawyer nello studio legale Hogan Lovells e come Legal Secondee da Google (dal 2019). Per info o per collaborare: simone.cedrola@iusinitinere.it

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