mercoledì, Giugno 19, 2024
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Il fenomeno dei baby-killers

L’articolo si pone l’obiettivo di evidenziare una riflessione teorica sul fenomeno dei baby-killers, conseguenza dell’incremento di manifestazioni di estrema violenza  ad opera di bambini e preadolescenti. Con il termine baby-killers, in particolare, si vuole fare riferimento a soggetti che, ancora giovanissimi, minori di 14 anni, agiscono da soli rendendosi colpevoli di omicidio ed il cui comportamento violento è l’espressione di un profondo malessere psicologico e ambientale. Dallo studio di molti casi di omicidi, commessi a partire dagli anni ’60 negli Stati Uniti, si è peraltro potuto delineare il profilo del baby-killer, con l’intento di comprendere la natura della loro condotta.

Introduzione.

Il fenomeno dei baby-killers  è ancora poco conosciuto. Nonostante questo, si può affermare che tale fenomeno appartenga alle nuove forme di criminalità che si stanno sviluppando e diffondendo , anche in Italia, in questi ultimi tempi. La violenza giovanile, infatti, oggi non si concreta più solo in semplici bravate dimostrative, ma tende ad esprimersi con maggior frequenza anche con l’integrazione dei reati, quali ad esempio l’omicidio (art. 575 c.p.). Lo studio di questo fenomeno è stato, quindi, effettuato nell’intento di spiegare perché individui così giovani arrivano a commettere azioni estremamente atroci.

Dall’analisi emerge che negli Stati Uniti, il Paese più colpito dalla criminalità minorile, la maggior parte dei soggetti di giovane età che commette omicidi è di sesso maschile e si colloca nella fascia di età che va dai 9 ai 14 anni.[1] Apprendere che anche bambini molto piccoli arrivano, con apparente freddezza, ad uccidere  ha indotto ad interrogarsi sul  significato che i bambini attribuiscono a concetti come la morte e violenza. La nozione di morte del bambino piccolo, in effetti, non è equiparabile a quella posseduta dall’adulto. Al di sotto dei 6 anni, la morte viene concepita come un evento temporaneo e paragonata al sonno. Avendo, quindi, una concezione non realistica di morte, il bambino che uccide non si rende conto di causare un evento irreversibile e di compiere un’azione irreparabile.

Queste idee erronee sulla morte vengono alimentate, in particolare, dai mezzi di comunicazione di massa. La televisione – ed il nuovo mondo dei videogames – hanno trasformato la morte in un gioco, in uno spettacolo, rendendola meno angosciosa.[2] Incapaci di distinguere tra realtà e fantasia, i bambini possono pertanto rimanere disorientati dalle immagini trasmesse dal piccolo schermo, fino al punto di convincersi che la morte sia un evento fittizio dal quale è possibile fare ritorno. Probabilmente è per questo motivo che i bambini minori di anni 14 sono considerati dalla legge non imputabili (art. 97 c.p.) e possono essere prosciolti dall’accusa di omicidio, poiché agiscono senza una capacità maturata di pensiero e intenzione. Con il compimento dei 14 anni, invece il minore può essere considerato capace di intendere e di volere (art. 98 c.p.) e diventare, quindi, penalmente responsabile per i fatti commessi.

Le vittime dei baby-killers.

La vittima del baby-killer non è casuale, ma scelta in virtù di determinate caratteristiche. Spesso la stessa viene identificata con una figura interna, deprivante e frustrante [3], capace di attivare il conflitto inconscio che spinge l’omicida ad uccidere. La vittima può essere anche una persona sulla quale il bambino proietta la parte cattiva di sé : essa diventa il contenitore dei propri impulsi inaccettabili, un oggetto verso il quale riversare la propria ostilità ed aggressività.[4] E’ come uno specchio nel quale si vede riflessa la propria immagine negativa che si vuole a tutti i costi distruggere per liberarsi dai sensi di colpa (vittima espiatoria). Considerato che i baby-killers non sono ancora dotati di forza fisica adulta, le loro vittime si presentano come accessibili e vulnerabili, al pari di amici di scuola o compagni di gioco dell’aggressore, cioè soggetti fisicamente deboli, passivi, remissivi e tranquilli. Quando, invece, la vittima è un adulto, data la sua superiorità fisica, essa viene attaccata in situazioni in cui diventa più indifesa: durante il sonno o quando si trova sotto l’effetto dell’alcool o di sostanze stupefacenti. Una categoria particolare di vittime è costituita dai genitori. I padri o patrigni uccisi dai propri figli sono generalmente uomini irascibili, violenti, spesso alcolizzati ed abusanti. [5] Gli stessi vengono descritti come padri assenti, punitivi e poco affettuosi. Le vittime di matricidio, invece, sono di solito donne dominanti e possessive e madri rifiutanti ed ambivalenti che mostrano atteggiamenti seduttivi verso i figli.

Come uccidono i baby-killers.

Una delle caratteristiche comuni  dei delitti commessi dai baby-killers è l’efferatezza con cui si provoca la morte della vittima. La letteratura criminologica documenta  una serie di casi in cui le vittime sono state pugnalate più di sedici volte o sono state strangolate ripetutamente. Questi segni di accanimento riflettono il carattere feroce del delitto, che è mosso da impulsi incontrollabili. Di solito, infatti, l’attacco omicida è di natura impulsiva e spontanea : il carattere improvviso dell’omicidio si evince dal fatto che spesso non sono presenti segni di premeditazione e di pianificazione e l’arma utilizzata è quella che l’assassino trova a disposizione.

L’esecuzione del reato avviene, di solito, in uno stato mentale dissociativo, chiamato episodic dyscontrol syndrome. Durante l’atto violento, l’omicida fa esperienza di sentimenti transitori di estraneità e di distanziamento da se stesso e dalla realtà esterna; egli attua inconsciamente una dissociazione difensiva nei confronti delle proprie pulsioni distruttive che vengono agite fuori dalla sua consapevolezza. Questa momentanea “fuga dal reale” spiegherebbe anche l’amnesia che comunemente segue l’azione omicida dei giovani killers. Questi ultimi, a causa di una chiara distorsione della memoria, non sono in grado di rievocare il crimine. Anche dopo aver confessato, essi appaiono freddi e distaccati, incapaci di provare rimorso, senso di colpa per gli effetti delle loro azioni. La mancanza di empatia riscontrata in questi soggetti ha portato a formulare l’ipotesi della deumanizzazione della vittima.  Essa, cioè, è considerata un mero oggetto e non un essere umano; proprio per questo motivo, ci si sente autorizzati ad infliggerle qualsiasi atto distruttivo. Ebbene, la poca considerazione che il bambino ha verso se stesso lo spinge a spostare sulla vittima la svalutazione e l’umiliazione di sé, meccanismo che rende più facile il comportamento aggressivo.

E’ stato, inoltre, possibile identificare due differenti tipologie di assassini. Tale distinzione si riferisce alle caratteristiche comportamentali del minore, manifestate prima della commissione del delitto. Il primo tipo, il distaccato, si distingue per la sua timidezza e riservatezza; viene descritto come un individuo solitario, sensibile ed intelligente. Non manifesta nessun segno di aggressività o violenza prima di compiere il delitto che quindi viene considerato un evento imprevedibile ed inspiegabile. Il secondo tipo è l’aggressivo, caratterizzato da impulsività, irrequietezza, irritabilità, incline ad appiccare deliberatamente incendi; è fisicamente crudele con gli animali, spesso è il primo ad iniziare scontri fisici.[6]

Teorie psicologiche sui baby-killers.

Le principali teorie psicologiche  sul tema dei baby-killers prendono in considerazione fattori individuali e ambientali.

Per quanto riguarda i fattori individuali, il bambino è spinto all’impulso omicidiario a causa di disturbi mentali che distorgono l’esame di realtà e impediscono di prevedere e valutare realisticamente la portata e le conseguenze delle proprie azioni.

La teoria ambientale[7] ,invece, riconduce la condotta assassina  ad un ambiente familiare disfunzionale. Si tratta spesso di soggetti che sono figli illegittimi, non desiderati, di genitori separati, alcolizzati, violenti e abusanti. La mancanza di un legame affettivo significativo con almeno uno dei due genitori genera rabbia e frustrazione. Il bambino sente di non essere amato e manifesta il suo disagio con comportamenti collerici ed aggressivi che possono sfociare in una condotta assassina. In questo caso, l’azione delittuosa non è che una rivendicazione d’amore : il fanciullo incapace di comunicare a parole il suo bisogno d’affetto, trova per esprimersi una protesta feroce.[8] Solitamente i baby-killers vivono un’infanzia e un’adolescenza contraddistinta da maltrattamenti. Per maltrattamento non si intende solo violenze fisiche ma anche sofferenza psicologica, abuso sessuale e situazioni di incuria e trascuratezza. Essi, a causa della crudeltà degli abusi che sono costretti a subire, sviluppano fantasie sadiche e di vendetta che poi mettono in pratica in atti sempre più violenti, fino ad arrivare al gesto estremo dell’omicidio.[9] I bambini e gli adolescenti maltrattati all’interno della propria famiglia manifestano frequentemente impulsi omicidi verso i genitori maltrattanti. La maggior parte dei parricidi è compiuta, infatti, da quei figli che uccidono perché esasperati da figure genitoriali violente nelle quali riconoscono la sola causa delle proprie sofferenze. Questo tipo di delitto è conosciuto come “omicidio reattivo”: la motivazione è una sorta di autodifesa da una situazione di abusi familiari divenuti insopportabili.

 

Conclusione.

La condotta omicida dei baby-killers è una delle forme, sicuramente la più eclatante, in cui si estrinseca il disagio giovanile. E’ ,dunque, necessario riflettere sui motivi che ne sono all’origine. Alla luce dell’analisi svolta, si ritiene che non si possa prescindere dal considerare le tragiche condizioni in cui agiscono i giovani criminali. Essi sono talvolta costretti a scegliere la strada della violenza: non avendo alcuna prospettiva di formarsi un’identità positiva, sono disposti a diventare figure da condannare pur di assumere comunque un ruolo che dia loro l’impressione di esistere. Spesso abbandonati a se stessi , i minori che agiscono da aggressori sono vittime a loro volta. E’, pertanto, necessario intervenire sul fronte della prevenzione in modo da rilevare e comprendere tempestivamente le difficoltà individuali e familiari del giovane prima che siano espresse in un comportamento crudele e feroce.

Fonte dell’immagine: www.pixabay.com

[1] A. Labelle., J.M. Bradford, D. Bourget, B. Jones, M. Carmichael ,Adolescents murderers, 1995, vol.36, pp.583-587.

[2] W. Meloff, R.A. Silverman, Canadian kids who kill, Canadian Journal of Criminology, 1992, p.15-34.

[3] M. Klein, F. Redl, D. Wineman, Il crimine del bambino, Bollati Boringhieri, 1996, p. 23.

[4] S. Bailey, Adolescents who murder, J. of Adolescence, 1996,vol.9, pp. 19-39.

[5]  A.Oliverio Ferraris, G. Giorda, Parricidio: tipologia e dinamiche emotive di un orrore, Psicologia Contemporanea, 1995, n.131, pp.18-25.

[6]  E.P. Benedek, D.M. Cornell , A typology of juvenile homicide offenders,Juvenile Homicide, Washinton: American Psychiatric Press, 1989,pp .59-84.

[7]  D.O. Lewis, R.Lovely, C.Yager, G. Ferguson,  M. Friedman, G. Sloane, J.H. Pincus , Intrinsic and environmental characteristic of juvenile murderers, J. Am. Acad. Child Adolesc. Psychiatry, 1988, vol.27(5), pp. 582-587.

[8] K. M. Heide, Young Killers: the challenge of juvenile homicide, Sege Pubblication, 1999, p. 28.

[9]  D.G. Cornell, Causes of juvenile homicide: a rewiew of the literature, Juvenile Homicide Washinton: American Psychiatric Press,1989, pp. 1-36.

Maria Rosaria Razzano

Maria Rosaria Razzano, esperta in scienze forensi Maria Rosaria Razzano nasce a Ostia il 10/02/1991. Si laurea in Psicologia Giuridica presso l'università "La Sapienza" di Roma il 28/11/2016 con una tesi in criminologia dal titolo: "Il ruolo dello psicologo nelle misure alternative alla detenzione". Dopo la laurea decide di svolgere il tirocinio propedeutico all'abilitazione professionale da psicologa presso la Procura  Tribunale per i Minorenni di Roma dove si specializza nell'audizione protetta dei minori. Al termine del tirocinio  decide di collaborare con l'associazione "Donne e politiche familiari" che ha sede presso La Casa Internazionale delle Donne per specializzarsi nella violenza di genere. Per approfondire le materie di suo interesse ha iniziato un Master di II livello Scienze Forensi (criminologia, investigazione, intelligence, security) presso l'università "La Sapienza" di Roma. Ha concluso tale percorso il 16/02/2018 con una tesi in criminologia dal titolo "Minori e sexting" con una votazione 110/110. Nello stesso anno sostiene l'esame di stato di abilitazione alla professione. Dal 28/11/2018 è iscritta all'ordine professionale degli psicologi del Lazio. Dal 2/5/2019 svolge attività di sostegno rivolta ad adolescenti con ritardi cognitivi, autismo e problemi familiari presso una cooperativa sociale che ha sede a Roma. Contatti: sararazzano21@hotmail.it

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