lunedì, Giugno 17, 2024
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La sottocultura Ultras

Introduzione

Il presente lavoro ha lo scopo di porre l’accento sulla c.d. violenza sportiva, tipica della sottocultura Ultras. Questa si caratterizza per il fatto di dare al tifoso un forte senso di appartenenza derivante da linguaggi e codici comuni.[1]

Si è già avuto modo di evidenziare, in altra sede[2], che per gli adolescenti uno strumento fondamentale per crearsi un’identità sociale è quello di appartenere al c.d. gruppo di pari, che consente loro di sentirsi sostenuti nella interazione con gli adulti. Il gruppo si fonda sul fatto di avere in comune certi valori, che, nel caso degli Ultras, si tratta della condivisione della medesima tifoseria. Il gruppo Ultras (che chiaramente non è composto solo da giovani), in particolare, rappresenta una sottocultura per la quale è fondamentale andare in curva al fine di confermare e difendere la propria identità collettiva.[3] Nonostante si cerchi di arginare questa realtà, spesso è proprio la contrapposizione con le forze dell’ordine a rafforzare l’identità di gruppo in opposizione al sistema. La criminalizzazione, e quindi l’evidenziare l’esistenza di due sistemi culturali distinti, infatti non fa altro che rafforzare tale divario.[4]

ULTRAS – analisi del fenomeno dal punto di vista del gruppo.

Per analizzare questa realtà, occorre partire da una distinzione. La distribuzione degli spettatori nei diversi settori degli spalti determina, invero, una differenza tra i semplici tifosi e i c.d. Ultras. In particolar modo, ci sono:

  1. Tifosi simpatizzanti occasionali, vale a dire gli spettatori semplici;
  2. Tifosi autonomi abituali, quindi quelli che non appartengono a nessun gruppo;
  3. Gruppi di tifoserie coordinate dai centri club;
  4. Gruppi Ultras, che dirigono il tifo, organizzano le trasferte e si occupano di cori, coreografie e manifestazioni.[5]

Entrando nello specifico del fenomeno relativo alla sottocultura Ultras, deve anzitutto evidenziarsi che esistono delle variabili quali: il territorio di appartenenza, la famiglia e le reti di amici che determinano la distribuzione e l’esercizio del potere all’interno del gruppo. Ad esempio, il radicamento ad un determinato quartiere della città definisce il ruolo e la funzione della persona, dentro e fuori lo stadio. I capi dei gruppi assumono i ruoli di leader e definiscono quelli che sono i compiti e li delegano, seguendo una struttura gerarchica, ai diversi membri sino ad arrivare a tutta la tifoseria. Tali compiti riguardano, ad esempio, la distribuzione della tifoseria, l’occupazione degli spalti (in prima, seconda o terza linea), l’organizzazione dei cori e delle coreografie, l’esposizione di striscioni, le manifestazioni e addirittura gli scontri interni o esterni.[6]

Ci sono, poi, nuove categorie emergenti, i c.d. Scissionisti. Si tratta di persone non più appartenenti a nessun gruppo che hanno finito con il costituirne uno nuovo.[7]

Ancora, ci sono i c.d. Cani sciolti, termine utilizzato per indicare quella tifoseria più violenta. In questo caso si tratta di piccoli gruppi che non vogliono appartenere per scelta a nessun gruppo e che spesso non hanno regole o codici e pertanto sono più difficili da gestire dagli stessi leader dei gruppi Ultras, ma comunque godono di un’identità sociale riconosciuta dal resto della tifoseria. [8]

Gli studiosi del fenomeno hanno, poi, individuato alcuni modelli di Ultras, che vengono così classificati:

  • Ultras “all’atalantina o alla cagliaritana”, si tratta di un modello che si caratterizza per il fatto che l’Ultrà è disposto alla fedele attuazione delle regole non scritte di comportamento. Si caratterizza per la fedeltà assoluta ai codici Ultras, per il fatto che si deve seguire sempre la propria squadra, per l’assenza di fede politica, per l’assenza di compromesso con le forze dell’ordine ecc…
  • Ultras “alla livornese o alla laziale”: è un modello contrapposto al precedente in quanto mescola la fede politica a quella calcistica.
  • Ultras “alla napoletana o alla romana”: ove i modelli comportamentali degli Ulltrà si mischiano alle regole della strada. È qui che troviamo i cani sciolti.[9]

ULTRAS – analisi del fenomeno dal punto di vista del singolo

Dopo aver visto le varie declinazioni della sottocultura Ultras, occorre ora passare ad analizzare quello che è il punto di vista del singolo all’interno del gruppo. È d’uopo ricordare che, secondo molti, “in contesti festosi e di aggregazione collettiva come gli stadi, gli individui si libererebbero della propria maschera sociale quotidiana per lasciarsi andare ad atteggiamenti di sfogo sociale adottando modelli comportamentali che in altri contesti sociali sarebbero ritenuti meritevoli di riprovazione morale”.[10]

Questo vale come concetto generale, è però bene evidenziare che, nell’ambito della realtà che stiamo analizzando, l’Ultrà ha un’identità che viene fuori sia dentro che fuori lo stadio. Si tratta di mettere in atto un vero e proprio stile di vita che gli impone un modus vivendi che va al di là della singola partita. Il suo scopo è quello di essere sempre riconosciuto come membro del gruppo per emergere dall’anonimato.[11]  

Entrando più nello specifico, il modello cognitivo dell’Ultrà è il seguente:

  1. Ritiene di essere parte integrante della squadra, considerandosi praticamente un giocatore.
  2. Ritiene che la squadra sia anche sua e che può incidere sulle decisioni della società sportiva mettendo in atto comportamenti violenti.
  3. Si ritiene costantemente sotto attacco dei rivali storici perciò l’onore del gruppo va costantemente protetto.
  4. È attento ad una classifica che non è pubblica e che è quella che riguarda le tifoserie e il loro livello di distinzione nelle lotte svoltesi negli stadi.[12]

Fatta tale premessa, è bene ricordare che ad essere preso in considerazione è un fenomeno che si esplica in un contesto particolare: quello della competizione, in cui c’è sempre la contrapposizione tra due squadre. I tifosi delle rispettive squadre vogliono che la propria vinca e sanno che, dall’altra parte, gli altri tifosi vogliono lo stesso per la propria squadra. Questo innesca un meccanismo tale per cui si crea un nuovo scopo nella persona: sovrastare i tifosi avversari. Non ci sono, pertanto, solo i giocatori a “battersi” ma anche le tifoserie, con una lotta nella lotta. I mezzi utilizzati sono quelli di fare più tifo rispetto agli avversari, pronunciare cori e sfottò e, nei casi estremi, arrivare allo scontro fisico. Inoltre, occorre ricordare che l’esito della partita ha molta rilevanza: la vittoria non solo rappresenta per il tifoso una vittoria personale (perché si identifica nella squadra), ma è anche un’attestazione di supremazia nei confronti dell’altra tifoseria: nel caso della vittoria della propria squadra il tifo è stato più incisivo e ha sovrastato quello avversario e i giocatori della squadra perdente sono stati scoraggiati.[13]

Da ultimo, occorre porre l’accento sui comportamenti violenti quale mezzo per affermarsi: la forza, lo scontro fisico o altri segni forti (distruggere le macchine o i negozi) sono dimostrazioni della propria supremazia.[14] In particolare, è possibile tipizzare quelli che sono i modelli di violenza che si possono riscontrare in occasione di un evento sportivo. Essi sono due:

  • “Gli atti di violenza spontanei, reattivi, non organizzati e/o programmati che raramente hanno come bersaglio privilegiato i tifosi avversari, ma sono rivolti ad altri protagonisti dell’evento sportivo (atleti, dirigenti, giudici di gara, ecc.) oppure, sempre più frequentemente, le strutture logistiche che ospitano l’evento. Le azioni avvengono quasi esclusivamente dentro lo stadio (durante o al termine della partita) e gli autori possono provenire da tutti i settori del variegato universo dei tifosi (Ultrà, sostenitori organizzati, semplici spettatori, ecc.). Nella maggior parte dei casi le aggressioni si limitano al lancio di oggetti o ad isolati tentativi d’invasione di campo (i media tendono ad etichettare tali comportamenti come semplici intemperanze di uno sparuto gruppo di tifosi). Gli episodi inseriti nella tipologia A sono definiti “emotivo–reattivi” in quanto derivano dall’incapacità di sopportazione della frustrazione e dalla perdita di controllo della propria aggressività. Essi si manifestano attraverso reazioni improvvise (acting out) contro personaggi ritenuti responsabili del torto subito.[15]
  • Le azioni aggressive che sono solitamente programmate e pianificate. In psicologia tale comportamento viene classificato come violenza dissociale, cioè un comportamento finalizzato all’ottenimento dell’approvazione da parte del gruppo e che, a volte, viene esercitato come rito d’iniziazione affinché il singolo possa essere ammesso nel gruppo stesso. Tali attacchi sono diretti ad altri gruppi di supporter oppure, in contesti che i tifosi valutano di “autodifesa”, verso le Forze dell’Ordine. Le azioni spesso assumono i connotati della “guerriglia urbana” e avvengono, di regola, prima dell’incontro (quasi mai durante la partita e a prescindere dal risultato della stessa) e fuori dagli impianti sportivi. Durante le azioni vengono utilizzati biglie, petardi e fumogeni (per l’attacco da un settore all’altro dello stadio), coltelli e corpi contundenti per lo scontro corpo a corpo. Fino ad oggi non è stato segnalato l’uso d’armi da fuoco”.[16]

Alla luce di quanto sin qui analizzato, appare chiaro che arginare il fenomeno è impresa tutt’altro che semplice. Si ricorda che, comunque, il legislatore ci ha provato in più occasioni; di seguito si ricordano le più importanti. Negli anni ’80 con la Legge 401/1989 è stato introdotto il divieto di accesso agli stadi, il DASPO[17]. Successivamente, con la Legge 45/1995, è stato introdotto l’obbligo di presentazione all’autorità di pubblica sicurezza e poi, con la Legge 377 del 2001, sono state introdotte alcune novità: l’arresto facoltativo in flagranza, l’applicazione del processo per direttissima, nuove fattispecie di reato (lancio di oggetti e invasione di campo).[18]

 

Fonte immagine: www.pixabay.com

[1]  S. Ciappi, Manuale di criminologia, edizione 2021, p. 114.

[2] Per un maggiore approfondimento in merito si veda: https://www.iusinitinere.it/la-devianza-minorile-41554 .

[3] Gnosis Rivista italiana di intelligence, Ultrà tra tifo e violenza, I semestre 2004, disponibile qui: http://gnosis.aisi.gov.it/Gnosis/Rivista1.nsf/ServNavig/7 .

[4] S. Ciappi, Manuale, cit..

[5] A. Russo, Identità e rappresentazione sociale delle tifoserie/ultras: un’analisi sociologica, Rivista di criminologia, Vittimologia e Sicurezza, Vol. X, n. 1, Gennaio-Aprile 2016, disponibile qui: https://www.vittimologia.it/rivista/articolo_russo_2016-01.pdf .

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] Ibidem.

[11] Ibidem.

[12]Gnosis Rivista italiana di intelligence, Ultrà tra tifo e violenza, I semestre 2004, disponibile qui: http://gnosis.aisi.gov.it/Gnosis/Rivista1.nsf/ServNavig/7

[13]R. Maniglio, Tifosi e ultrà: un modello cognitivo del tifo e della violenza, 2006, disponibile qui:  https://www.apc.it/wp-content/uploads/2013/06/maniglio.pdf .

[14] Ibidem.

[15] Gnosis Rivista italiana di intelligence, Ultrà tra tifo e violenza, I semestre 2004, disponibile qui: http://gnosis.aisi.gov.it/Gnosis/Rivista1.nsf/ServNavig/7 .

[16] Gnosis Rivista italiana di intelligence, Ultrà tra tifo e violenza, I semestre 2004, disponibile qui: http://gnosis.aisi.gov.it/Gnosis/Rivista1.nsf/ServNavig/7 .

[17] Per maggiore approfondimento in merito si veda: https://www.iusinitinere.it/il-daspo-e-la-recidiva-per-violazione-del-regolamento-duso-dellimpianto-sportivo-29315 .

[18] S. Ciappi, Manuale, cit..

Maria Luisa Canale

Maria Luisa Canale, dott.ssa in giurisprudenza, abilitata alla professione forense ed esperta in scienze forensi. Si laurea il 28 marzo 2014 in giurisprudenza presso l'ateneo LUMSA di Roma con una tesi in diritto processuale penale dal titolo Il trattamento penitenziario dello "straniero". Con tale lavoro l'11 novembre 2015 vince il Premio di Laurea indetto dal Comune di Milano in memoria di Luca Massari. Ha svolto la pratica forense presso il foro di Roma, in uno studio di diritto civile, ove ha imparato a scrivere gli atti e i pareri, a rapportarsi con clienti, avvocati e magistrati ed ha approfondito soprattutto il diritto di famiglia. Ha frequentato la Scuola di specializzazione per le professioni legali presso la LUMSA che le ha dato la possibilità di svolgere il tirocinio presso la Corte di Cassazione sez. II e VII penale. Qui si è occupata dell'esame delle sentenze di merito e dei ricorsi, della ricerca giurisprudenziale, dello studio dei casi sottoposti, della redazione di ordinanze di manifesta inammissibilità e ha partecipato alle udienze. Successivamente, si è iscritta al Master di II livello in Scienze forensi (Criminologia, Investigazione, Security e Intelligence) presso l'università La Sapienza di Roma. Ha concluso questo percorso il 17 febbraio 2018 con votazione 110/110 e la tesi dal titolo Le problematiche del diritto di difesa in un caso di omicidio - la previsione di una tutela a futura memoria. Il 23 novembre 2021 Maria Luisa si abilita alla professione forense. Collabora con l'area di Criminologia di Ius in itinere. Da febbraio 2022 lavora come Consulente assicurativo e finanziario presso Filiali di Direzione, Generali Italia.

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